Il dovere della solidarietà

Giovanni Giovannetti



Caro Sandro Assanelli,
Sapremo anche noi arricchire l’eredità morale e spirituale da trasmettere a quanti verranno dopo di noi? È sulla solidarietà che dobbiamo misurare ancora oggi l’autenticità della grandezza della nostra Città. La solidarietà è inseparabile dalla giustizia e per questo ha una destinazione propriamente sociale. Alla sua radice ci sono sempre gli altri. Sì, gli altri, perché ciascuno di noi, lungi dall’essersi costituito da sé, è in se stesso un dono, un essere che ha ricevuto molto dagli altri. Scriveva Paolo VI nella sua famosa Enciclica sullo sviluppo dei popoli e dell’intera umanità: «Ogni uomo è membro della società: appartiene all’umanità intera… Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi a ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale, che è un fatto, per noi è non solo un beneficio, ma altresì un dovere» (Populorum progressio, 17).
La solidarietà riveste i tratti del dovere. È un aspetto che viene sottolineato con forza anche dalla nostra Costituzione. Tra i "principi fondamentali" viene affermato il profondo legame tra i "diritti inviolabili dell’uomo" e "l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" (art. 2). È questo il grande patto sociale che mantiene coesa una città. Qui è in gioco una virtù cardinale, è in gioco la giustizia!
La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? È difficile rispondere con poche parole. Mi ha colpito nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie Rom accampate a Milano, la silenziosa mobilitazione e l’aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuità dell’inserimento a scuola – già da tempo avviato – dei bambini. La risposta della Città e delle Istituzioni alla presenza dei Rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive. Non possiamo, per il bene di tutta la Città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere.
Va promossa con decisione una "nuova solidarietà" che assuma la forma di una vera e propria "alleanza" intesa come incontro, dialogo, scambio d’informazioni, condivisione di interventi, collaborazione corresponsabile tra le istituzioni pubbliche e le forze vive della società civile, ovviamente nel rispetto delle diverse competenze e nel segno di una reciproca fiducia: si pensi, in particolare, all’urgenza di una simile alleanza nei fondamentali ambiti della scuola, del lavoro, della salute, della lotta alle varie forme di povertà e di emarginazione sociale.

Suo + Dionigi card. Tettamanzi, Arcivescovo di Milano

Dal "discorso alla città", venerdì 4 dicembre 2009 (Milano, basilica di Sant’Ambogio)








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il dolore animale il 6 dicembre 2009