Uomini difficilmente difendibili

Giovanni Giovannetti



Bluffano sui dati, raccontano balle… Ma a che razza di gioco stanno giocando il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo (Pdl) e l’ultracattolico assessore ai Servizi sociali Sandro Assanelli? Uno sporco gioco sulla pelle di uomini donne e bambini rumeni. Vediamolo, numeri alla mano: le persone raggiunte dal decreto del Prefetto sono sette, appartenenti a cinque famiglie, ma dai Centri comunali le famiglie cacciate sono dieci... In mezzo a una strada troviamo anche Florin T. e la moglie Florina al sesto mese di gravidanza («nulla agli atti», dicono in Prefettura); troviamo anche la famiglia di Mugurel B. (una bambina di 5 mesi): «nulla agli atti» anche per Mugurel, così come per Claudiu C., la moglie Mariana e i loro due figli di 8 e 9 anni; «nulla agli atti» per Bebe S. e la moglie Marita, Dumitru Z. e la moglie Maria, due coppie di anziani, sbattuti in mezzo a una strada nonostante l’età.
Amministratori o imbonitori? Sindaco e assessore hanno preso in giro il Prefetto e i cittadini nascondendosi dietro i Decreti prefettizi. Sono lo stesso sindaco e lo stesso assessore che, nel settembre scorso, avevano divulgato la menzogna dei casi di prostituzione e pedofilia in San Carlo, una balla galessica che abbiamo denunciato, senza tuttavia ottenere repliche o le scuse ai Rom da parte di Cattaneo e Assanelli. Ha taciuto soprattutto Carla Galessi, la superpagata dirigente del settore Servizi sociali (96mila euro l’anno), quella dei falsi dossier sui Rom, l’incompetente che sta trascinando la pubblica amministrazione a doversi misurare con questo incredibile misto di razzismo e menzogne.

La Prefettura aveva emesso due Decreti di allontanamento "art. 20" (Decreto legge n. 30/2007, quando al governo c’era Prodi: «Limitazioni al diritto di ingresso e di soggiorno per motivi di ordine pubblico») e cinque per il più blando e difficilmente applicabile art. 21, che sostanzialmente punisce con una ammenda il "reato" di povertà. I due cittadini rumeni raggiunti dall’art. 20 sono ora il primo in Spagna e il secondo con la famiglia a Bals in Romania: i bambini di quest’ultimo hanno lasciato le scuole pavesi e perderanno l’anno. Gli altri sgomberati sono tutti a Pavia: accampati alla meglio, in attesa di una soluzione anche temporanea, non rinunciano a mandare i loro figli a scuola, nonostante Assanelli Cattaneo e Galessi.
Ma vediamoli più da vicino i "parassiti", i «criminali» accusati da Galessi e combriccola di non aver manifestato «nessuna volontà di inserimento», quelli raggiunti dal Decreto prefettizio di allontanamento in ragione dell’art. 21.
Romeo D. è di Craiova, ha moglie e tre figli e lavora in Italia da 2002 come muratore. Ci mostra un faldone alto così composto da contratti di lavoro, buste paga, contributi Inps e Inail, dichiarazioni dei redditi dopo il 2002 e alcune fatture del 2006-2007, anni in cui Romeo ha provato a lavorare in proprio. Ci mostra anche un recente referto medico che riscontra una «dermatite cronica alle mani in terapia con limitazione funzionale». Una patologia «grave, che – stando ai medici – impedisce lo svolgimento di attività lavorative manuali», così come ha certificato nel giugno 2008 un illustre dermatologo del "San Matteo". Romeo abitava in una casa d’affitto: perso il lavoro ha perso anche la casa ed è finito a Fossarmato con la famiglia. Ora è in prova per tre mesi presso una ditta milanese, con la prospettiva del tempo indeterminato. Romeo è un "Parassita"?
Anche Robin Z. è di Craiova; fino all’anno scorso ha lavorato presso una cooperativa all’ortomercato di Milano. Ma da qualche mese è tenuto a casa per carenza di lavoro. Tanto è bastato perché venisse allontanato da Fossarmato anche se, come Romeo e molti altri, non ha pendenze con la giustizia. Robin è un "parassita"?
Marusia, moglie di Robin, è una delle due donne ad aver ricevuto l’allontanamento (l’altra è la cognata Elena); è anche l’unica donna ad aver svolto del lavoro sia pure saltuario presso una cooperativa sociale multiservizi («secondo richiesta», come recita il suo contratto), nonostante i tre figli. Marusia è una "parassita"?
Marcel, fratello di Robin, dopo due sgomberi non trova più la copia del suo contratto a tempo indeterminato, contratto che lo legava a una impresa edile milanese. Esibisce allora una dichiarazione del datore di lavoro alla questura di Lodi del 2005. Attualmente è disoccupato.
Tutti "santi"? Ma neanche per idea, a partire da Florin I. – ladro incallito per necessità e fancazzista per vocazione, quello tornato in Romania con la famiglia – e a finire con Marin D., tre figli, ex muratore, dal 2004 al 2008 ospite delle patrie galere per violenza sessuale, quello che ora si trova in Spagna.
Rapidamente veniamo alla situazione degli altri, ai cittadini rumeni sgomberati senza la "legittimazione" dell’ordinanza prefettizia o di altre pendenze a carico. In sequenza: Bebe S., Marita S., Dumitru Z. e Maria Z. sono ormai in età da pensione. Così non è per Florin T. di Bailesti, classe 1984, un figlio in arrivo (l’altro ieri per il freddo e lo stress la moglie si è sentita male), che dal 2008 lavora presso un’azienda artigiana di Pieve Emanuele. Così non è per Claudiu C. di Slatina, trent’anni e tre figli, un conto saldato con la giustizia, che sta svolgendo un periodo di prova come venditore ambulante nel milanese. Così non è per Mugurel B., 28 anni e una bimba di 5 mesi, tanto lavoro nero e grossi problemi di salute alle spalle, attualmente disoccupato. Florin, Claudiu e Mugurel sono "parassiti"?
Queste carte oggi formano un dossier che è stato consegnato al Prefetto. Tuttavia raccontano una verità parziale, perché non si può documentare il lavoro nero presso italianissimi padroncini, pagato anche meno di 4 euro l’ora, a volte lavorando anche al sabato e alla domenica, in un Paese dove gli stranieri – 4, 5 milioni, oltre il 7 per cento della popolazione – concorrono alla ricchezza nazionale con 96 miliardi di euro e pagano 4 miliardi di euro in tasse, quando lo Stato spende per loro non più di un miliardo. I lavoratori stranieri versano all’Inps 6,5 miliardi (il 4 per cento del totale, esclusi i lavoratori autonomi e parasubordinati), hanno un’età media di 31 anni e non potranno ottenere la pensione prima del 65° anno di età.
Queste sono le loro storie, raccontate guardando i documenti: le storie di famiglie in fuga dalla nera povertà, le storie di persone che – secondo Cattaneo – «non si vogliono integrare»; storie tanto più vere in quanto occultate da chi ha ritagliato su di loro la menzogna degli «uomini difficilmente difendibili», come predica Assanelli. Sì, i supercredenti Cattaneo e Assanelli sono uomini difficilmente difendibili e difficilmente integrabili nel sistema delle regole, dei diritti e dei doveri; e poco importa se ad alimentare questa loro doppiezza ha contribuito l’impresentabile Galessi oppure l’alleanza con la Lega Nord. Allora riponiamo in Dio la fiducia di noi noncredenti: stando ai si dice, Lui vede e provvede. E per i due si annunciano dolori.

Dopo Tangentopoli abbiamo assistito all’affermazione di una classe dirigente sempre più traffichina e autoreferenziale che ha eretto a suo modello gli imbonitori delle televendite. Il terrorismo delle parole vuote, la «mutazione della classe dominante», come l’ha chiamata Pasolini, ha trovato spazio a destra e a sinistra. La sistematica irrisione delle norme, anche delle più elementari, è oggi moneta corrente in molte amministrazioni locali: scarti minimi, come il mancato rispetto delle regole, o sotterranei, come la compra del consenso dei media e del clero, sfilacciano il tessuto democratico fino a dargli progressivamente scacco. Un percorso niente affatto diverso da quello visto in molte città e cittadine tedesche poco prima dell’ultima guerra: un percorso che, quasi senza avvertirne i passaggi, aveva progressivamente narcotizzato la società civile e infine silenziosamente tollerato i campi di concentramento e le camere a gas, senza la benché minima forma di indignata risposta. Come ammonisce la notissima poesia di Martin Niemöller, che in una delle sue tante versioni così recita: «prima vennero a prendere gli zingari, e io non dissi nulla perché non ero zingaro / poi vennero a prendere gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo / poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi nulla perché non ero comunista / poi vennero a prendere gli omosessuali, e io non dissi nulla perché non ero omosessuale / infine vennero a prendere me, e non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa».
Coltivano l’interesse particolare, sono proni di fronte ai danarosi con mire speculative, ignorano le svolte epocali annunciate dall’arrivo dei nuovi migranti e inseguono gli umori della piazza. Siamo di fronte alla orwelliana mutazione di una classe dirigente in casta, una casta incapace di governare la vera complessità, quella che appena si intravede dietro la crisi dei ceti medi, o dietro le masse umane e disperate in movimento da una parte all’altra del mondo, o dietro la scarsa o nulla autonomia della politica dai poteri forti economico, finanziario e mafioso.
Siamo circondati da pubblici amministratori digiuni ben più dei Rom di alcune elementari nozioni di convivenza civile, imbonitori da quattro soldi, garantisti con i forti – proni e pronti a commuoversi fino alle lacrime per ladyabelli incarcerata – e intanto chini a infierire sui più deboli nell’ahinoi consueto banchetto della politica accattona e prezzolata: quella razzista e forcaiola che, in buona compagnia, sta dietro al sacco del territorio (il business delle bonifiche, della cementificazione e dell’asfalto); quella amica di chi esporta i capitali per creare fondi neri all’estero; quella che intrattiene tentacolari rapporti con le mafie. E via discorrendo. È la stessa malapolitica che malgoverna l’Italia in svendita, un Paese donato a faccendieri e mafiosi, gente inebriata dall’odore dei soldi, amici di amici di avvelenatori delle persone, delle terre e delle acque, all’ombra di chi criminalizza i poveri e se ne frega delle povertà.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il dolore animale il 3 dicembre 2009