La nostra paura

Giorgio Fontana



Mi fa schifo parlare della mia generazione. Non perché la odi: anzi. Ma non mi piace parlarne — lo trovo un esercizio giusto ma abusato, che non risolve molto e che in fondo un po’ tutti fanno, ognuno cantando la propria bellissima canzone. Ciò nonostante, l’altro giorno ero a Modena e mi sono sentito dire che noi, in qualche modo, dobbiamo accettare questo periodo come un dato di fatto. Ci è capitato, dobbiamo accettarlo. Un po’ come la pioggia in testa.
Caso vuole che tutte queste bella parole vengano sempre da persone più o meno stabili, con una vita più o meno normale, con un’età fra i quaranta e i sessant’anni. Certo, vecchia storia: ma non è di questo che voglio parlare — perché parlare di questo non mi piace.
Io voglio parlare della paura.
Di tutti i mali che mi è capitato di osservare, il più triste è forse quella paura che sconfina nella vigliaccheria: paura di perdere anche la minima cosa, paura di difendere i più deboli, paura di smarrire qualsiasi privilegio acquisito, persino se questo privilegio non ci rende più felici. In molti casi si tratta di una vigliaccheria inconscia: e il mondo del lavoro è il regno per eccellenza di queste forme.
Allo stesso tempo, ho grande rispetto per la paura autentica. Ho un enorme rispetto di chi si arrende nel nome di un bene che ritiene più grande e meno egoista. Ma c’è anche una forma di paura più sottile, un terrore che si solidifica nelle ossa, una sorta di malessere che blocca qualunque forma di coraggio e progettualità. Cosa teme una persona che è comunque pronta a tutto? Cosa teme un giovane, oggi?
Il marchio della mia generazione — ma non voglio parlare della mia generazione — è la coscienza. Siamo coscienti di ciò che viviamo. Sappiamo, abbiamo le prove, e non possiamo fare nulla: non serve a niente. Ascoltiamo le parole di persone come Celli che ci consigliano di andarcene da un paese che la loro generazione ha più o meno colpevolmente fottuto e ci ha consegnato — dimenticando che andarsene non significa soltanto fare un biglietto, prendere un ostello, mandare in giro curricula, trovare un lavoro, fare bella figura in Inghilterra Svezia Stati Uniti. Andarsene significa strappare le radici e violentarle. Andarsene significa soffrire e sacrificare. Andarsene significa tranciare in modo netto affetti, bisogni e necessità. Poi sentiamo Boeri che riconosce il problema ma dice l’opposto, che non si sognerebbe mai di consigliare la fuga — perché distruggerebbe ogni possibilità di riforma.
Ma andarsene o restare non sono verbi: sono scelte, decisioni pagate con la propria esistenza. A me sembra che quando la generazione precedente parla della nostra, parli solo per verbi o sostantivi. Concetti. Siamo semplicemente parole: precarietà, solitudine, fatica, lavoro, isolamento, dispersione, raccomandazione, andarsene, restare, capire, unirsi, disperdersi, riforma, futuro.
Ma questo non fa che nascondere ulteriormente il problema. Un po’ come Maltese, quando alla fine del suo bellissimo libro La bolla scrive che la sua generazione ha perso. Io non so cosa dire quando sento queste parole. Cosa significa che avete perso? Pensate di meritare compassione, una pacca sulla spalla?
Ma dicevo che parlare della mia generazione mi fa schifo, e non voglio parlare di questo. Perché inevitabilmente si finisce in quel turbine di tu quoque alla fine del quale chi è seduto in poltrona rimane in poltrona, chi per strada rimane per strada, e se qualcuno dalla strada sale in poltrona si intruppa subito nelle altre file e dimentica il passato.
Quindi: devo parlare della paura. Di che cosa ho paura oggi, a ventotto anni, a Milano? È una domanda interessante.
Io non temo l’inquietudine. Non temo un futuro complesso, precario, variegato, instabile, indeciso, scettico, perplesso. Sono fatto così — ma tanta gente non è fatta così, non ha avuto ciò che io ho avuto, e andrebbe garantito un domani anche per loro. Il mio amico Matteo, a Caronno Pertusella, vorrebbe solo riuscire a mettere insieme una famiglia, e fa una fatica tremenda. Lavora dieci ore al giorno, la sua fidanzata si divide fra due mestieri, e fanno fatica. Di questo ho paura, per loro. Ma io, di cosa ho paura, al di là delle paure quotidiane e banali — di cosa ho veramente paura?
Non ho paura del potere: mi ripugna, ma non lo temo. Non ho paura di dire le cose e raccontarle. Non ho paura di rimanere a piedi e dovermi ricostruire, anche se comporta ogni volta una fatica tremenda. Non ho paura di perdere. Non ho paura della sconfitta se la valuto come dovuta, né ho paura di chi è più forte. Questo credo non basti a definirmi coraggioso, né voglio farlo: vengo da una famiglia che può garantirmi una seconda possibilità nel caso scelga interamente di abbracciarne una prima, e questo mi impedisce ogni forma di ipocrisia. E al contempo, mi obbliga eticamente a non avere paura di determinate cose.
Ma basterà? Mi sembra, ogni giorno di più, che non basti affatto: che il problema non sia affatto questo.
Che io mi debba preoccupare dei figli che non ho è un paradosso triste, visto che c’è molta gente che non si preoccupa molto dei propri figli — se non nel solito modo economizzato, anni ’80, di "garantire il sostentamento".
La possibilità negata della gioia continua. Di qualsiasi forma di gioia e realizzazione. Una vita intera passata con il tarlo di ciò che ci è stato negato — una vita incazzata. Una vita percorsa dalla rabbia come le vene di una mano, che altro non sa trasmettere se non rabbia. Questo è il problema.
E di questo sì che ho paura.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica il dolore animale il 1 dicembre 2009