Il miracolo,il mistero e l’autorità - Stralci dalla rivista

ilprimoamore



[Il Grande Inquisitore]
"E noi abbiamo preso la spada di Cesare, ma naturalmente, prendendola ripudiammo Te e andammo dietro a lui. Oh, passeranno ancora secoli di orgia del libero pensiero, di umana scienza e di antropofagia, perché avendo cominciato a costruire la loro torre di Babele senza di noi, è con l’antropofagia che termineranno. Ma proprio allora la bestia striscerà verso di noi e leccherà i nostri piedi e li spruzzerà con le lacrime di sangue dei suoi occhi. E noi ci assiederemo sulla bestia e leveremo in alto la coppa su cui sarà scritto "Mistero!" Ma allora soltanto spunterà per gli uomini il regno della pace e della felicità:"
E invece non è così. Anche Dostoevskij lo sa. Non strisceremo verso i loro piedi e spruzzeremo altrove le nostre lacrime di sangue. Loro alzeranno la coppa e diranno "Mistero!" Ma noi sappiamo che quella cosa equivale a "Arbitrio!", a "Potere!", e sappiamo anche che da ciò non possono sorgere né la pace né la felicità.
Il Grande Inquisitore bluffa una verginità che non possiede, dopo quindici secoli. L’uomo è debole e cattivo? Lo è stato anche sotto l’autorità. Sarete antropofagi senza di noi? Ma non sono stati i conquistatori cristiani a porgere la mano al fratello americano mentre con l’altra l’uccidevano? E non iniziarono i Portoghesi e gli Spagnoli la cattura e la tratta degli schiavi?
Dove e quando l’uomo ha seguito la "salda legge", in tempi nei quali la sua costellazione era quella indicata dalla religio?
Mentre parla del canto e dell’innocenza dell’umanità sotto la campana dell’autorità, noi vediamo roghi, chiese, palazzi in rovina, insieme a quello che c’era prima, quando le atrocità sfuggivano alla tutela, perché la tutela non le contemplava come tali.
La libertà è un dono troppo grande e pernicioso? Se Cristo avesse amato l’uomo non l’avrebbe sopravvalutato? Nondimeno il Grande Inquisitore rimprovera a Cristo l’elitarismo. A lui che venne per dire che l’uomo è libero in quanto uomo.
Insomma, il Cristo ritornato ascolta in silenzio la torbida eloquenza di questo fiume in piena e come ultimo atto prima d’essere scacciato, bacia il suo nuovo carceriere…
E’ lo stesso Aliosa a esclamare alla fine del racconto di Ivan: "Il tuo poema è l’elogio di Gesù e non la condanna… come tu volevi." (Gorge Steiner obietta che Aliosa non ha capito subito che Ivan non crede in Dio, e che qui non c’è Cristo in questione. L’obiezione non mi pare pertinente se si considera il flusso del dialogo; ed è sviante perché c’è anche una forte opposizione Cristo –Inquisitore).
Perché ci emoziona fino alle lacrime questo episodio? Non è per la forza filosofica (e spirituale) dell’Inquisitore, ma perché mette in campo in una forma travolgente l’infelicità umana, l’angoscia e il dramma della libertà. Le cose che sostiene il vecchio sono solo qua e là ragionevoli. E’ un discorso balzellante che si illumina per incorporazione di filosofie altre (Machiavelli per esempio), ed ha un unico fulcro duro: la libertà e la scelta sono spesso un fardello, e gli uomini non sono né buoni né felici. Il suo cinismo fa rabbrividire, accompagnato com’è da una totale mancanza di fede. La sua prosopopea su una presumibile futura felicità fanciullesca e sotto tutela non ha alcuna attrattiva… e anche questo accresce un senso di grande velleitarismo.
Insomma, nonostante l’aria di astuzia e di smisurate manovre, e anche se dice verità parziali, c’è personaggio più impotente e più ripugnante del Grande Inquisitore?

[Stefen Zweig]
Ho letto poche cose belle e giuste come quelle che scrive Zweig nei suoi interventi su D. Per esempio: "In D. l’uomo deve sempre ardere per diventare visibile". I suoi personaggi devono parlare e "dal discorso riscaldato sorge l’anima; dall’anima si cristallizza a poco a poco il corpo". Il vulcanismo è il fulcro dell’arte di D. che prima del sociale affonda l’uomo nell’interiore e nel primordiale. L’anima si rivela "nel momento dell’esaltazione". L’esaltazione e l’effusione sono insieme i segnali di una ricerca di un io più umano rispetto alla quale diventa secondario l’evento. Inoltre, tutti nel loro errare, nella loro insufficienza e irrequietezza, pongono la domanda di appartenenza a una collettività che accolga un sentimento superiore dell’esistenza e sia perciò una "comunità vera" .

[Freud e Dostoevskij]
Il saggio di Freud intitolato Dostoevskij e il parricidio è eroico nel suo tentativo di spiegazione razionalistica (eroico e convincente soprattutto nella spiegazione del senso di colpa di Fedor e della sua nevrosi), ma quando dice che D. è stato a un passo dal diventare un liberatore dell’umanità e non lo è diventato per l’approdo a una posizione retrograda, nel tentativo di conciliare le pretese pulsionali dell’individuo con le esigenze della comunità umana, lo legge in modo parziale, come se il senso ultimo dei Karamazov, e di tutta l’opera di Dostoevskij, non stesse in ciò che dice il testo ma nell’atteggiamento esplicito e nella biografia dello scrittore. Peccato che Freud non abbia avvertito con più nettezza una dialettica che affonda e gli elementi che vanno anche per conto proprio, in un oltre che è finalmente pronunciabile a dispetto della sua natura inflazionata. D. va oltre.

[André Gide]
Anche a partire dalla biografia poi, le cose non sono, fortunatamente, semplici. "Conservatore, ma non tradizionalista; zarista, ma democratico: cristiano, ma non cattolico romano; liberale, ma non «progressista», D. resta colui del quale non si sa come servirsi."

[Odor cadaverico]
Il cadavere dello starec Zosima puzza già dal primo giorno e la cosa viene interpretata, dagli stolti e dai malpensanti, come una mancanza di santità. D. ci intrattiene su questo per pagine e pagine. La cosa rientra in tutto e per tutto in quelli che Zweig definisce "particolari sadici o satanici". La definizione non è un granché, ma sentite cosa ne dice: "qui il realismo è più che un semplice espediente della tecnica, è una vendetta metafisica, lo scoppio di una segreta voluttà, d’una violenta ironica delusione".
D’altronde, come annota George Steiner in Tolstoj o Dostoevskij, "se il corpo di Zosima avesse esalato una fragranza soave, la fede dell’uomo non sarebbe stata più libera". "Senza il male – prosegue Steiner – non esisterebbe la possibilità di una scelta libera, così come non esisterebbero quelle sofferenze che spingono l’uomo al riconoscimento di Dio".
Il Dostoevskij di Steiner ha, per inciso, tutta una curvatura fortemente teologizzante, con un discutibile primato della teodicea.

[Il conflitto per le femmine]
Un’orecchietta alle pagine l’ho messa a un’autodescrizione particolarmente lucida del vecchio Karamazov. Ho cinquantacinque anni, dice il vecchio, e non voglio dare a mio figlio Dmitrij nemmeno un rublo. Quando si invecchia i soldi sono ancora più necessari, perché le donne non ti amano più per il naturale ecc. ecc. Dmitrij dal canto suo, oltre alla conflittualità radicale e perpetua che ci conduce sempre ai bordi del parricidio, si contende col padre Gruschenca, in un conflitto per le femmine che sa anche di battaglia primordiale. Il giovane maschio attacca il vecchio maschio e prima o poi vincerà; ma può farsi molto male.

[Sensuale]
Una cosa che mi colpì la prima volta che lessi I fratelli Karamazov e mi colpisce anche oggi è il proliferare dell’aggettivo "sensuale" che non mi sembra molto diffuso nella letteratura successiva. In realtà, di sensualità esplicita e in atto ce n’è ben poca nelle sette-ottocento pagine del libro, come secondo i canoni della narrativa ottocentesca. E tuttavia, D. non mostra alcun imbarazzo di fronte alle cose crude e anche brutali della sessualità che emergono dal racconto. Persino nelle donne c’è un qualche accenno di brutalità; mentre, per il resto, quasi come sostituto della sessualità esplicita, ci sono le esaltazioni. Tali esaltazioni, in donne come Gruschenca e Katarina Ivanovna, facendo esplodere l’intensità alludono, oltre al groviglio degli impulsi, a una specie di paradiso. Quello nel quale vorrebbe il suo posto appunto Dimitri, che ha collegato intensità e "flessuosità del corpo" della donna, ed è a sua volta "esaltato", cioè aggressivo, iroso, delirante, abietto, geloso, sfocato nella comprensione ecc. Sulla sensualità, i fratelli sono un grande campionario di sintomi.
Inoltre, l’oscillazione di Dimitri per le due donne è orientata dalla temperatura della loro esaltazione, come se la più grave febbre dell’una o dell’altra insieme al rischio, fossero nell’amore o nel disamore che esprimono, la condizione di un’autenticità irresistibile e attraente come il fuoco.

[La sofferenza dei bambini]
I fratelli Karamazov sono figli abbandonati e poi ripresi. Il trauma del figlio attraversa tutto il libro e trova una risonanza anche nel continuo richiamo di Ivan all’intollerabilità della sofferenza dei bambini. Eppure questo argomento non ha niente di psicologico e si erge in tutta la sua grandezza. Simone Weil evocandolo con Ivan, si dichiara pienamente d’accordo, ma aggiunge in L’ombra e la grazia che c’è una sola ragione per pensare diversamente: una ragione "intelligibile solo all’amore sovrannaturale." Ma è proprio quello che manca a Ivan e a noi: un amore sovrannaturale.

(...)

Continua su Il miracolo, il mistero e l’autorità, Milano, Effigie 2009








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica annunci il 1 dicembre 2009