Nunzia è diventata una sedia

Maria Cerino



Al quinto giorno di terapia ci si sarebbe aspettato un miglioramento, magari che quel pezzo di carta assorbente attaccato alla lingua – quando rimangono scampoli dopo che le hanno pulito la bocca dai resti del pranzo – lo portasse via lei con le sue stesse dita, invece che lasciarlo ad asciugarsi su un po’ di saliva per poi essere strappato come un cerotto. E la lingua che sanguina. Cinque giorni sono pochi, ha detto la massaggiatrice – che massaggiatrice non è, figurarsi se per Nunzia fa differenza – mentre si allontana dalla cucina cercandosi nelle tasche le chiavi della macchina. Nunzia non li distingue i volontari che entrano a mani libere ed escono sfregandosi la fronte. A ottantasei anni vorrebbe solo gioire della sua malattia che dell’età non le ricorda nulla e che all’immobilità a cui è costretta non suggerisce alternativa. È come se fosse nata paralizzata e, con l’Alzheimer nel corpo, non fosse altro che un corpo di una neonata addormentata per tutta la vita.
Le dita stanno bene a Nunzia se gliele lasciano poggiate sulle ruote della sedia a rotelle. Spostargliele anche solo per un secondo equivale a imporle un peso che non appartiene al suo fisico. Se le mani le conduci al suo ventre lei rimane fissa ad osservarle come se fosse la prima volta che le vede. Conosce ogni arto solo per via della posizione che occupa: le gambe sul cuscino; i piedi sui poggiapiedi; le braccia verso lo schienale e poi i braccioli; le mani sulle ruote con le dita che si curvano in semicerchio. Nell’angolo dove arriva bene la luce.
È un corpo contratto. Consumato. Come se fosse rimasta una pellicola di pelle su un ammasso di nervi. Le fai male solo se cerchi di raddrizzarla. Di tenere in una verticale o un orizzontale perfetti anche dieci centimetri delle ossa. Nunzia è diventata una sedia. Una vecchia sedia che scricchiola per un solo grammo di peso in più.
Angela per farla divertire – ma che divertimento, ancora? – le mette davanti Ennio mezzo nudo che cammina ad anatra tra una gamba e l’altra cercando di liberarsi dal pannolino. Lei, se le passa accanto (nonostante la faccia rugosa e poco sorridente che al bambino fa un po’ paura – sembra che Nunzia lo noti e per questa ragione vorrebbe dirgli Arriva se te lo senti alla mia gonna) non si sporge. Né si ritrae. Aspetta che Ennio trovi le sue gambe se ne ha bisogno. Nel frattempo, casomai, porta alla bocca il pane che le hanno stretto tra le dita e se pure la parte non è piccola – da unico boccone – cerca di infilarne quanto più possibile tra le labbra. Quello che non riesce a spingere dentro lo lascia fuori in attesa. Bagna la pasta che ha tra la lingua e il palato, la fa sciogliere e alla fine ingoia; mentre si porta il rimanente pane in bocca dopo averlo dimenticato per quindici minuti a ciondolare. Tutti pensano che le cadrà in grembo. Chi è libero tiene un palmo sotto al suo mento.
A Ennio piace sostare sul suo letto. Quando Nunzia è pronta per il sonno e i figli tirano su le sbarre di ferro dell’enorme culla. Non dovrebbe starle accanto, si dicono. Ma Ennio accanto a lei lo lasciano sempre. Dal giorno in cui con il piedino faceva forza sul suo polso, si era sentito il rumore delle ossa e Nunzia per cinque secondi era sembrata – nell’urlo affogato solo per metà, Nunzia che più non parla – di materia umana come chiunque. Rimangono fermi e con i sensi di colpa fanno che vorrebbero toglierlo il pericolo del peso vivo del bambino, ma invece aspettano – e aspettano ogni giorno l’ora del sonno – Ennio che si arrampichi sulla sua schiena. Che prenda posto sulla sedia e con lo scricchiolio dica alla neonata addormentata che è vecchia.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 1 dicembre 2009