Il miracolo, il mistero e l’autorità - Stralci dalla rivista

ilprimoamore



Sono quasi le tre del pomeriggio di venerdì santo del 2009, c’è un bel sole. Fra poco Gesù morirà per la millenovecentosettantasettesima volta. Riprendo in mano uno dei pochi libri di teologia che ho letto in questi anni. Racconta una storia curiosa. Alcuni secoli fa, nel cuore dell’Europa, a pasqua, i sacerdoti e i predicatori raccontavano barzellette oscene, a volte mimando atti sconvenienti, masturbazioni, coiti, accoppiamenti con animali. Tutto questo accadeva in chiesa, durante la santa messa, presso l’altare. Il pubblico dei fedeli rideva di cuore. Alcuni teologi e vescovi ne erano sconcertati, ma altri approvavano. Le biblioteche conservano ancora raccolte di storielle comiche da recitare a pasqua in chiesa: sono libri con l’imprimatur delle autorità ecclesiastiche.
Venticinque anni fa, il cardinale Joseph Ratzinger, poi diventato papa Benedetto XVI, ebbe parole benevole verso questa antica e desueta abitudine (senza per la verità richiamarsi agli elementi disdicevoli e ai temi sessuali che essa poteva contenere): «Una volta faceva parte della liturgia barocca il risus paschalis. La predica di pasqua doveva contenere una storia atta a suscitare il riso, in modo che la chiesa risuonava di allegre risate. Era una forma superficiale e primitiva di gioia cristiana. Ma non è forse splendido e perfettamente in sintonia che il riso sia diventato un simbolo liturgico?»
È un fenomeno che, con vari gradi di scabrosità, è documentato nell’arco di un millennio, dal IX secolo all’inizio del nostro Novecento. Accadeva in Francia, in Germania, in Italia. Vi accenna Dante, nel Paradiso: «Or si va con motti e con iscede [buffonate] / a predicar, e pur che ben si rida, / gonfia il cappuccio e più non si richiede.»
Maria Caterina Jacobelli si è messa sulle tracce di questa sorprendente abitudine, il risus paschalis, in tedesco Ostergelächter. Il suo intento non si ferma all’indagine storiografica: Jacobelli è una teologa, il suo è un libro di teologia. Lo dichiara anche il titolo integrale: Il Risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale (edito da Queriniana nel 1990). Il filo del suo discorso connette il riso pasquale a un mitologema diffuso in varie religioni, in culture lontane nello spazio e nel tempo. L’episodio egizio di Hathor (1160 a. C.), quello greco di Jambe e Baubo (VII-VI secolo a. C.) e quello giapponese di Ama-terasu (720 d. C.) raccontano storie molto simili: c’è una situazione di crisi, un dio o una dea si intristisce per un lutto o per altri motivi, si ritira dal mondo che resta sguarnito, senza luce; allora intervengono altre divinità, solitamente femminili, che provocano l’allegria nel dio mostrandosi nude, esibendo il loro sesso (fanno ciò che in greco si chiama anasyrma, l’atto del tirarsi su le vesti), riportando il sorriso sul volto del dio e riconducendolo nel mondo, che in questo modo può uscire dalla crisi (leggendo questi miti, a me è venuto da chiedermi in che grave e permanente depressione è caduto il nostro mondo, se ha bisogno dell’ininterrotto e pervasivo anasyrma pubblicitario e pornografico).
Jacobelli paragona questa struttura a quella del riso pasquale: all’inizio della liturgia c’è una situazione di crisi, Gesù è morto, il mondo è senza Dio; allora il sacerdote racconta il sesso, lo mima, attua l’anasyrma, con le parole e a volte anche con i gesti, suscita il riso nei fedeli; dopodiché la messa può proseguire, si può celebrare la soluzione della crisi, la risurrezione di Gesù.

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Continua su Il miracolo, il mistero e l’autorità, Milano, Effigie 2009, pp. 154, euro 15








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica annunci il 30 novembre 2009