Poesia in cui commetto l’errore di paragonare Billie Holiday a una lavandaia cosmica

Tony Hoagland



Stavamo tornando in auto dal negozio di dischi del centro commerciale
quando Terrance mi ha detto che Billie Holiday
non era il simbolo dell’anima dei neri.

Per tua informazione, ha detto, neppure la notte è afroamericana,

è solo dannatamente scura,
e sullo sfondo

lei cantava una canzone che io non avevo mai sentito prima,
facendo oscillare la voce come le onde
che lungo la riva di un lago
s’infilano dolcemente nelle anse, e accarezzano la sabbia e i ciottoli.

Una volta dal finestrino lurido di un treno
alla periferia di Hoboken, New Jersey,
ho visto – lo giuro – un sonetto, a lettere giganti su un muro di cemento,

quartine in rima emergevano fra i segni
di un alfabeto dislessico composto da sigle di gang e oscenità
e Terrance fa: Sulla facciata di un palazzo sbarrato,
a Chinatown io ho visto un affresco
di angeli bianchi e neri che volavano

e tutti quanti sanno che
da qualche parte, là fuori, c’è un genio minorenne
un talento esplosivo saltato fuori dal Ghana via Alabama,
che in questo preciso istante, all’ultimo piano di un magazzino,
sta riscrivendo Moby Dick – La storia della Grande Balena Nera.

Quando uscirà fuori dal grembo della sua giovinezza americana
con un dizionario e un cappellino hip-hop
e salirà sul palco
ancora grondante del liquido amniotico della storia
la sua pelle sarà di un colore che non abbiamo mai visto,

e io so che ha ragione, è talmente ovvio, Terrance ha ragione.

Ma ora, mentre quel futuro deve ancora arrivare,
Billie Holiday sta ancora cantando
una canzone così nera, così solenne
che pare più grande di lei, ha un suono greve, fangoso
come una tremenda macchia che intride le lenzuola,
tanto a fondo che niente riuscirà a farla sparire
ma lei non smette di provarci,

non smette di spingere nell’acqua del mastello quelle sillabe nere
e di tirarle fuori, per vedere se sono pulite
ma non lo sono mai
e così lei si fa triste
e noi con lei

e la tenebra è tutto attorno all’auto e anche dentro è buio.

Alla luce che viene dal cruscotto
io e Terrance facciamo fatica a scorgere i nostri volti,
lo intuisco più che vederlo
mentre indica la radio
come per dire: Chiudi il becco e ascolta.

(trad. di Teo Lorini)








pubblicato da t.lorini nella rubrica musica il 28 novembre 2009