Žižek blues

Roberta Salardi



Odia il prossimo tuo è certamente un titolo che attira l’attenzione: si tratta dell’ultimo libro apparso in Italia firmato da Slavoj Žižek (Transeuropa, Massa settembre 2009), che con Eric L. Santner s’interroga e interroga grandi pensatori del passato sul tema dell’altro. Il pensiero di Žižek è una festa dell’intelligenza e per l’intelligenza: le sue molte associazioni mentali e le citazioni di filosofi, psicanalisti, registi, scrittori, fenomeni vari di cultura di massa, rendono il ragionamento molto coinvolgente.
Chi è il nostro prossimo? Il prossimo, già nella tradizione giudaico-cristiana, non è il simile, il vicino, ma l’altro, il portatore di un nucleo traumatico estraneo, il sempre-diverso-anche-se-ci-sta-vicino. E’ un soggetto diviso esattamente come noi, secondo la psicanalisi, quindi sostanzialmente estraneo anche a se stesso, segnato dall’impossibilità di capirsi totalmente. La conseguenza migliore di questo stato di cose potrebbe essere la solidarietà nell’umiltà: "questa presa di coscienza implica la dimensione di base del perdono e del tollerante vivi e lascia vivere: mai sarò in grado di spiegare me stesso all’Altro, perché io per primo non sono trasparente a me stesso e non otterrò mai dall’Altro una risposta completa alla domanda ’Chi sei tu?’, perché anche l’Altro è per se stesso un mistero (…) Il riconoscimento reciproco di questo limite allora apre lo spazio alla socialità che è solidarietà nella vulnerabilità" (p. 94).

Questo, nella migliore delle ipotesi. Il nucleo oscuro dell’altro, che è anche un nucleo fantasmatico, su cui cioè proiettiamo la nostra immaginazione, crea le premesse di un rapporto complicato. Viene prima l’odio dell’amore, sosteneva Melania Klein anche a proposito del primo rapporto umano, quello con la propria madre, mentre Lacan insiste sul desiderio dell’altro, indecifrabile per i bambini nei confronti dei loro genitori. L’altro concreto, il prossimo ha in sé l’abisso impenetrabile della sua alterità, di una Cosa mostruosa che non può essere ingentilita, se non con la mediazione simbolica del Grande Altro. "Se vogliamo rendere almeno sopportabile la convivenza con la Cosa, l’ordine simbolico deve intervenire come Terzo, come elemento che media e pacifica (…) un terzo elemento al quale entrambi ci sottomettiamo: senza un Ordine simbolico impersonale non c’è intersoggettività" (p. 101): la Legge cerca di disciplinare una relazione quasi impossibile. Nel regno della giustizia e delle leggi universali "sono disposto a vedere le cose da un punto di vista diverso dal mio, dal punto di vista dell’altro" (p. 103). L’amore è differente: scelgo qualcuno perché mi somiglia o perché vi proietto qualcosa di profondamente personale, lo scelgo fra tutti e amo solo lui: "Io sono indifferente verso Tutto, verso tutta la totalità dell’universo, e per questo veramente amo proprio te, l’unico individuo che per me si distingue, spicca da uno sfondo indistinto (…) E la vera giustizia non è rispettare il volto che mi sta di fronte, aprirmi alla sua profondità, ma astrarre da esso e rimettere a fuoco il Terzo senza volto che sta sullo sfondo" (pp. 156-157). La giustizia e l’amore risultano strutturalmente incompatibili; all’interno della comunità umana si dimostra più importante la giustizia. "E qui bisogna rimanere fedeli all’eredità ebraica: per arrivare al prossimo che dobbiamo amare, dobbiamo passare attraverso la lettera morta della Legge, che pulisce il prossimo del suo fascino immaginario" (p. 160). Žižek recupera a questo punto l’immagine del dio ebraico della vendetta: "non c’è una differenza sostanziale fra il dio dell’Amore e il dio crudele dell’eccesso di arbitrarietà. E’ lo stesso Dio ma sotto una luce diversa perché la prospettiva è cambiata (…) il cristianesimo è il giudaismo" (p. 166).

Eric Santner arriva a conclusioni abbastanza simili attraversando il pensiero di Benjamin, Rosenzweig e Freud. Per Freud la chiamata fuori da sé, la rinascita etica, avviene con l’analisi nel rapporto con l’analista; per Rosenzweig la religione monoteista è come una terapia ("il monoteismo è in realtà una terapia che concede lo spazio di un genuino ritorno alla pienezza della vita con il prossimo. In breve, non abbiamo bisogno di Dio per motivi divini, ma per prestare adeguata attenzione alle cose del mondo." p. 84); per Benjamin è la politica rivoluzionaria (marxismo messianico) che ci desta al richiamo della giustizia. Žižek comprende tutti e tre questi pensatori nel suo commento alle tesi Sul concetto di storia di Benjamin: "La vera rivoluzione non è una sorta di ritorno del represso, piuttosto il ritorno del represso, il sintomo, è il passato tentativo rivoluzionario fallito, dimenticato, escluso dalla struttura della tradizione storica dominante, mentre la vera rivoluzione sta nel tentativo di svelare il sintomo, di redimere - cioè realizzare nel simbolico - i tentativi del passato che saran stati solo con la ripetizione, momento in cui diventano quello che veramente erano in modo retroattivo" (citazione in nota a p. 23). Il discorso può portare lontano e non nasconde, a costo di apparire sconveniente e provocatorio, l’importanza che può avere la violenza etica per instaurare la giustizia, da qui il titolo Odia il prossimo tuo, se necessario.

Contro le teorie e le illusioni non-violente ci si esprime anche nel Cuore perverso del cristianesimo (Meltemi, Roma 2006), dove il buddismo all’occidentale e le posizioni New Age sono visti come adattabili a tutte le circostanze o regimi politici, mentre "l’autentica liberazione rivoluzionaria si identifica molto più direttamente con la violenza - è la violenza in quanto tale (il gesto violento di smettere, di stabilire una differenza, di tracciare una linea di separazione) che libera. La libertà non è uno stato beatamente neutrale di armonia ed equilibrio, ma l’atto violento stesso che turba questo equilibrio" (p. 41). Žižek ama citare, accanto alle parole di rivoluzionari come Che Guevara o Lenin, anche il passo del Vangelo secondo Luca (14:26) in cui Gesù di Nazareth dice: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la propria vita non può dire di essere mio discepolo" (Odia il prossimo tuo, p. 161).

Sorge il problema di capire la società in cui viviamo. Che cos’è il capitalismo? Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista già nel 1848, illustrando i grandi cambiamenti in corso, come la dissoluzione delle tradizioni e dei legami stabili, scrivevano che "tutte le cose solide svaniscono nell’aria", metafora da Žižek interpretata in questo senso: "svanisce anche la stabilità dell’ordine simbolico, che forniva un’identificazione definitiva ai soggetti" (Il godimento come fattore politico, Cortina, Milano 2001, p. 127). Infatti "la caratteristica elementare del capitalismo consiste nel suo squilibrio strutturale intrinseco, nel suo carattere internamente antagonistico: la crisi costante, il costante rivoluzionamento delle sue condizioni di esistenza. Il capitalismo non ha uno stato normale equilibrato: il suo stato normale è la produzione permanente di un eccesso; l’unico modo di sopravvivere per il capitalismo è di espandersi" scrive Žižek nel Grande Altro (Feltrinelli, Milano 1999, p. 72). La costante instabilità del sistema porta a un progressivo (ormai elevatissimo nella società postmoderna) sgretolamento delle certezze, dei valori di riferimento, della coesione sociale e di un codice etico condiviso. Le conseguenze sono enormi in ambito politico e psicologico/privato.

In Distanza di sicurezza (Žižek, Manifestolibri, Roma 2005) si trova questo paradosso: "… all’interno della nostra società liberal-permissiva, post-politica, in fondo i diritti umani sono semplicemente il diritto di violare i dieci comandamenti. Diritto alla privacy = diritto all’adulterio; diritto alla felicità (al benessere) e alla proprietà privata = diritto di rubare o sfruttare gli altri; diritto di possedere armi = diritto di uccidere…" e così via (p. 88).
Lo sciovinismo nazionalista emerso in tutt’Europa dopo la caduta del Muro, e con le guerre interetniche divenuto emblematico soprattutto dell’Europa dell’Est (ma diffuso anche in Occidente nella forma della xenofobia e dell’intolleranza nei confronti delle ondate migratorie) tra le altre cose è anche espressione di un tentativo di rifugio in un’area protetta (la nazione, la comunità di consanguinei), conseguente all’improvvisa esposizione alla totale apertura e al totale squilibrio dei mercati (Il Grande Altro, p. 74). In questo senso Europa dell’Est e dell’Ovest si possono guardare allo specchio: "Ciò che si è disintegrato nell’Europa dell’Est è appunto questo Altro, ultimo garante del patto sociale" (p. 88) e "la storia dell’Est diventa quella dell’Occidente: la fine del cosmopolitismo, l’impotenza della democrazia liberale di fronte al ritorno del tribalismo" (p. 93).

Nella psicopatologia della vita quotidiana il soggetto postmoderno, che si è allontanato dal Grande Altro, "mantiene una distanza protopsicotica dall’altro; cioè il soggetto percepisce se stesso come un fuorilegge privo di terreno comune da condividere con gli altri. E per questa ragione ogni contatto con gli altri è percepito come un’esperienza di scontro violento" (p. 85). Nelle grandi città le persone che s’incontrano per strada sono possibilmente evitate o tenute a distanza, nei condomini quasi non ci si saluta; fastidi come l’inquinamento, il fumo passivo, la ressa sui mezzi pubblici nell’ora di punta o, quando capita, la paura dei contagi delle pandemie rendono la massa metropolitana latentemente paranoide, pronta a scaricare le sue tensioni sul diverso, sullo straniero o su una famigerata congiura del terrorismo internazionale. Spesso si accusa lo straniero di furto del godimento (Il Grande Altro, pp. 65-66), che ci prenda qualcosa di nostro, che spettava a noi, senza voler riconoscere che c’è in noi stessi una mancanza, un’incapacità e un’impotenza.

O nemico o vittima. Il modo migliore in cui ci piace vedere gli altri è quando sono vittime. In molti dei conflitti tuttora aperti viene costruita l’immagine ideale del soggetto-vittima impotente (per esempio, i bambini sotto le bombe), in difesa del quale è chiamata a intervenire la Nato, benevola potenza straniera. La Nato si preoccupa allo stesso tempo che le vittime "RIMANGANO VITTIME, non un’attiva forza politico-militare capace di difendersi (…) l’altro da proteggere è buono nella misura in cui RIMANE UNA VITTIMA…" (Il godimento come fattore politico, p. 143). Altro aspetto dello stesso fenomeno: "l’atteggiamento interventista umanitario degli americani" presente in ogni parte del pianeta, che rivela abbastanza facilmente una "dimensione aggressiva di fondo…" (Considerazioni politicamente scorrette sulla violenza metropolitana, Forum, Udine 2007, p. 17).

Ma non si tratta solo di conflitti fra stranieri. In Considerazioni politicamente scorrette sulla violenza metropolitana Žižek riflette sull’uragano di New Orleans del 2005 e sulle violenze che ne seguirono fra i sopravvissuti. Quella catastrofe, verificatasi in una grande città del Paese più ricco del mondo anziché in una serie di poveri villaggi asiatici, mise allo scoperto l’estrema labilità del legame sociale in una metropoli supersviluppata: proprio quando ci si sarebbe aspettati la solidarietà di fronte al disastro, "esplose l’egoismo più spietato" (p. 39).
Il Grande Altro in crisi rivela più che mai un doppio volto ambiguo e pericoloso. Anche il Grande Altro infatti, secondo Lacan e Žižek, sarebbe diviso e profondamente ambivalente per definizione, proprio come il soggetto; nei periodi di dissoluzione morale è più facile che emerga il sottocodice osceno implicito nella legge stessa. Nel volume Il Grande Altro si legge: "Ciò che più profondamente tiene unita una comunità non è tanto l’identificazione con la legge che regola il quotidiano circuito della vita normale, quanto piuttosto l’identificazione con una specifica forma di trasgressione della legge, di sospensione della legge (in termini psicanalitici, con una forma speciale di godimento)" (p. 52): in altre parole, la solidarietà nella colpa. Il volto osceno del potere dominante si rivela facilmente negli ambienti militari, dove certi scherzi pesanti o punizioni o maltrattamenti dei più deboli, spesso a sfondo omosessuale, fanno parte della prassi benché non siano ufficialmente ammessi, e rafforzano il legame del gruppo o la struttura gerarchica. Questo volto nascosto e violento, mascherato dalla legge, si è rivelato inaspettatamente come facente parte della legge stessa nei noti casi di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi.

La prassi molto diffusa attualmente di chiedere risarcimenti, di sporgere reclamo, di protestare, di lamentarsi magari in diretta dei torti subiti, fissa in modo emblematico il cittadino nel ruolo di vittima alla quale tuttavia è consentito di lamentarsi, di mostrarsi appunto vittima fino in fondo. Mentre passano sotto silenzio, per esempio, grandi accordi internazionali di portata decisiva. Nel Godimento come fattore politico Žižek denuncia un accordo fra multinazionali del 1998, MAI, discusso segretamente, senza dibattito pubblico e sfuggito all’attenzione dei media: tale accordo era finalizzato alla tutela degli interessi delle stesse multinazionali al di sopra degli interessi nazionali dei singoli stati in cui esse operano (p. 139).

Le timide speranze per il futuro vengono quindi riposte, da parte delle gente comune, in un capitalismo globale dal volto umano, cioè nel "tentativo di minimizzare il costo umano della macchina del capitalismo globale, il cui funzionamento è lasciato indisturbato" (p. 147).








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 16 novembre 2009