Se si perde l’istinto di conservazione

Sergio Baratto



L’ennesima legge salva-premier è una porcata talmente infame, talmente schifosa e inaccettabile (anche per gli effetti che avrebbe su molti altri processi), talmente incompatibile con qualsiasi concetto di democrazia, giustizia ed equità, che se finirà per passare, come le precedenti, nella rassegnazione o con il consenso idiota dell’opinione pubblica senza provocare una doverosa, energica e risolutiva reazione di rigetto – che la spazzi via e che possibilmente spazzi via anche i suoi artefici, cui per troppo tempo è stato concesso di trascinare la collettività e le nostre singole vite nel marciume e nella rovina – vorrà dire che il nostro Paese ha perso l’intelligenza istintiva che presiede ai meccanismi di autodifesa e sopravvivenza. Cioè, in altre parole, che è un paese condannato a morte sicura.

Perché allora non invocare la stessa reazione antifascista nel caso altrettanto se non più immorale delle leggi razziali note con il nome di pacchetto sicurezza? Perché quell’obbrobrio, indegno coronamento di una lunga e fruttuosa campagna di xenofobizzazione dell’opinione pubblica, avrebbe potuto smuovere (come ha fatto) solo le persone di buon cuore. Mentre quest’ultima carognata senza pudore fuoriesce dalle categorie – troppo difficili? troppo elitarie? – dell’umanità e della fratellanza, entra nel campo molto meno empireo del comune buonsenso, può pungolare lo sdegno anche delle persone dal cuore duro, dei cittadini non democratici che sono abituati a cercare solo il proprio tornaconto, perché contravviene alle più elementari concezioni di equità. In parole povere, anche l’individuo più ottuso e incattivito, che ha gongolato all’introduzione delle leggi razziali e vede ovunque comunisti di merda, zingari bastardi, stupratori rumeni e maomettani fanatici, dovrebbe essere in grado di cogliere l’enorme schiaffo che questa proposta di legge somministra anche a lui, col sancire in modo definitivo ed esplicito l’ineguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (un’ineguaglianza che di fatto già esiste e va radicandosi nella coscienza e nella giurisprudenza; nata come anomalia di sistema determinata dalla vicenda personale di berlusconi e cresciuta come un bozzolo intorno alla sua figura, potrebbe benissimo sopravvivergli – i privilegiati passano, i privilegi restano).
Né capisco come gli stessi cittadini che hanno accolto con travasi di bile l’indulto voluto dal governo Prodi (punendolo poi nelle urne anche per quello) possano ora non avere niente da ridire contro questa specie di amnistia generale che, oltretutto, non si limita a decurtare la parte terminale di una pena già per la maggior parte scontata, ma assolve direttamente i criminali evitando loro il fastidio di farsi processare.

Mi riesce difficile descrivere l’amarezza che mi procurano questi fatti. Il pensiero che oggi ci troviamo a dover fronteggiare misure politiche degne di un paese latinoamericano, ma degli anni Settanta, mentre appena una manciata di anni fa ci riempivamo la bocca e la testa di proposte – lotta contro le multinazionali, reddito di cittadinanza, democrazia partecipativa, assemblee popolari permanenti, tassazione delle transazioni finanziarie – che adesso sembrano partorite dal delirio di un extraterrestre in acido ma che allora ci sembravano perfettamente concrete e agibili.
La vivacità anche disordinata, anche strampalata delle idee di cambiamento, che dovrebbe essere la norma – perché una vera democrazia è sempre anche una fucina perenne –, oggi ci appare un lusso esagerato o un capriccio per gourmets elitisti e velleitari. O peggio ancora un episodio di Ai confini della realtà scritto da Woody Allen in pieno trip da intellettuale snob newyorchese.
E’ come se ogni giorno fossimo costretti a tarpare le ali alle nostre aspirazioni e tensioni, a dirci che è da pazzi – peggio, da viziati – volere non già le più ardite fantasie utopistiche ma una normale dialettica democratica.
Nel posto in cui vivo, oggi, lo standard non è – faccio un esempio – lottare per estendere i diritti civili agli omosessuali contro coloro che non vogliono, ma dibattersi disperatamente nel tentativo di arginare la crescente marea omofobica (con i suoi pestaggi, le sue persecuzioni e le sue pulsioni linciatorie) in presenza di autorità e istituzioni distratte, assenti, indifferenti o addirittura esse stesse omofobe. La norma non è indignarsi per il comportamento fraudolento di un ministro ed esigere, prontamente soddisfatti, le sue dimissioni con ignominia, ma – faccio un altro esempio ipotetico – è assistere (per lo più impotenti) all’onta di un manipolo di onorevoli leccaculo che cercano di ufficializzare con la più pura nonchalance la superiorità del loro caporione alle leggi di quello Stato di cui, pure, egli dovrebbe essere l’umile servitore.
Com’è possibile tutto questo?
Com’è possibile continuare a tollerare tutto questo?
Quale altro organismo, sottoposto a una così prolungata e penosa mortificazione, mostrerebbe un’analoga, indecorosa arrendevolezza?

Ancora.
Com’è possibile che oggi un politico accusato di far parte della Camorra possa continuare imperterrito a svolgere le proprie funzioni istituzionali?
Com’è possibile che non si dimetta all’istante?
Com’è possibile, se non si dimette, che il governo - qualsiasi governo minimamente democratico - non lo rimuova all’istante?
Com’è possibile, se il governo non lo rimuove all’istante, che il presidente della Repubblica, l’opposizione e l’intera cittadinanza al di là di ogni colore politico non mettano in atto tutti i mezzi democratici utili a sanare lo scandalo?
Com’è possibile che il partito di cui quel politico fa parte non lo sospenda immediatamente?
Com’è possibile che quel partito, se si rifiuta di farlo, non venga rapidamente travolto e distrutto per sempre da un’ondata di indignazione generale e collettiva?

Ancora.
Quanta strada all’indietro abbiamo percorso, anche nella percezione di ciò che è ragionevole aspettarci o perseguire?








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 13 novembre 2009