Venti sigarette a Nassirya

Marco Rossari



Ho letto questo libro per caso, perché io e uno degli autori abbiamo un amico in comune. Non ho fatto in tempo a localizzarlo che me l’aveva già regalato. Ma non bastava. Per prima cosa ho letto il post scriptum, che ho trovato fastidiosamente ideologico. Niente di eccepibile, ma nemmeno di nuovo. Parole che si possono trovare in calce a qualsiasi tirata no global. L’avevo messo da parte. Qualche giorno dopo l’ho ripreso in mano, ho letto la prima pagina e non mi è piaciuta. Esplode la bomba a Nassirya, e "l’ultimo pensiero non è una sinossi della tua vita, come vorrebbero i film e la buona letteratura…". A me è sempre sembrata cattiva letteratura, quella che ricorre al luogo comune degli ultimi istanti come un film. E poi, una "sinossi"? Niente: di nuovo in castigo. Poi mi sono detto che forse era sbagliato giudicare da un punto di vista letterario un reportage in presa diretta. Ed ero curioso. Una sera l’ho preso in mano svogliatamente. Tre ore dopo l’avevo finito.

In effetti Venti sigarette a Nassirya (Einaudi Stile Libero, 2005) è un libro anomalo. Aureliano Amadei racconta, insieme a Francesco Trento, il suo breve e sfortunato viaggio nella guerra. Arrivato lì per l’assurda pre-produzione di un film da girare in Iraq, dorme una notte in una base fuori città e il giorno dopo si trova nella caserma fatidica per ottenere informazioni, quando il camion kamikaze irrompe ed esplode. Aureliano salta in aria insieme agli altri, ma si salva per miracolo (meglio, come dice l’infermiere del Celio, al suo ritorno: "Aurelia’, certo che hai proprio sculato…"). Ha un piede maciullato e resterà zoppo, ma è vivo. Vivo per raccontarlo.

E Amadei e Trento ce lo raccontano a modo loro. In realtà quando avevo cominciato giudicando lo stile, stavo proprio facendo la cosa giusta. Perché, accantonati il PS e la prima pagina, quella che segue è una narrazione toccante, avvincente, spassosa.
E letteraria.
La forza del libro sta proprio nello sguardo scelto dagli autori, quello di un ragazzo comune. Incazzato, spontaneo, superstizioso, innamorato di una ragazza che forse sarà la sua unica ricompensa. Un protagonista tanto indignato quanto irriverente. In una parola, molto umano. Mentre racconta fatti atroci, l’io narrante non manca mai di trovare un risvolto ironico, di alleggerire la tensione con una battuta. Sono irresistibili le scene di Aureliano col piede distrutto che si aiuta col pensiero dell’organo asportato a John Wayne Bobbit ("qualcuno saprà pure riattaccarmi un piede") o che immagina freneticamente cosa dire agli iracheni quando verranno a finirlo ("’Ho manifestato contro questa guerra’ I have… cazzo, come si dice manifestare?").

Eppure questo non è un libro sciocco, né tantomeno leggero. Questo sguardo istintivo, che dà anche un forte taglio cinematografico al tutto, non ci risparmia il dolore degli altri, la compassione per i morti, la lucidità dell’analisi. E soprattutto l’amarezza del ritorno, con l’orgasmo patriottico collettivo, l’ipocrisia dei generali, le menzogne di chi ha ingigantito il proprio ruolo per avere una medaglia, ma anche il delirio dei dietrologi di sinistra.

Venti sigarette a Nassirya è uno strano oggetto. Non è un reportage classico, ma racconta la verità. Non è un romanzo, ma è impossibile smettere di leggere. Forse, grazie ai personaggi tratteggiati con poche efficaci pennellate, è già un film (quello che hanno cominciato a girare da poco, diretto proprio da Amadei). Teso, politico, civile. Ma che non si risparmia un umorismo alla Joseph Heller. Valga per tutte la scena in cui, andando ai funerali, Aureliano scorge vicino all’ambulanza un naziskin commosso. "Se potessi abbassare il finestrino, gli spiegherei che sta portando rispetto a uno che, in altre circostanze, sarebbe oggetto del suo odio incondizionato. Siccome i finestrini sono fissi, è solo per una questione di brevità, solo per amore di sintesi, che gli mostro il dito medio."








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 12 novembre 2009