Donne (ma niente du du du)

Armando Barone



Cominciamo col dire che non è e non può essere tutta colpa della televisione. Se un nuovo immaginario, becero e maschilizzato fino al disgusto, induce il sospetto che le donne, dopo tutto, possano essere considerate merce, e anzi a questo si accompagna una sorta di sommessa esultanza, una rivalsa alle lezioni di civiltà scambiate per buonismo d’accatto, non è solo un problema di qualità dello spettacolo, e nemmeno di libertà d’informazione. Non di solo corpo e carne di velina, né di bellezza a fascicoli, si tratta: qui il problema è sociale e politico, persino intellettuale. Si parla di due (solo due?) culture, anzi subculture in guerra, due immaturi modelli di relazione ai temi della pari dignità, della discriminazione di genere o per orientamento sessuale, infine al sesso. Ai tempi del berlusconismo e della democrazia videocratica, del pensiero unico populista e del mercato delle emozioni, dell’oligopolio del consenso elettorale, non è la tv che fa schifo, è la realtà.

La gnocca alla lotta di classe

Premesso che un uomo, prima di parlar di donne, dovrebbe sciacquarsi le idee e guardarsi bene attorno, premesso che dico questo non per lisciare l’eventuale lettrice che inciampi in questo blog ma perché conosco il sentimento d’esser uomo e ne temo la tendenza a vedere tutto secondo come natura e non come ragione l’ha fatto, osservo ciò che accade e scrivo. Ciò che accade sono fatti e misfatti culturali: tanto per cominciare, la moderna corruzione post tangentopoli, quella a base di gnocca e coca.
Qui parleremo solo della prima, of course - e a questo punto possiamo anche soprassedere al dubbio se sia stata goduta o meno, da Berlusconi o da altri, a Palazzo Grazioli o altrove, in cambio di denaro. Perché quello che interessa qui è lo scambio. Questo tipo di scambio, che baratta immagine per immagine, in un contesto in cui l’immagine è potere.
Parafrasando ciò che scrisse Ida Dominijanni su Il Manifesto in un’intervista alla D’Addario, quello che è angosciante in questi fatterelli da malaffare che sfiorano il misfatto di Stato è rendersi improvvisamente conto di un substrato non solo numericamente rilevante di donne che conoscono – costrette, riluttanti, incoscienti o spregiudicate che siano - la via del vendersi o del farsi vendere in cambio di una posizione sociale diversa. E fin qui non ci sarebbe niente di nuovo: è cosa antica quanto il mondo, dicono le sagge e i saggi, il sesso per il potere, che porta denaro e così altro potere.
Eppure un fattore nuovo c’è, e sta proprio nella nostra modificata (e snaturata) struttura sociale, sempre più costruita non su base censuaria o per casta professionale, non sull’avere o sul prestigio, ma sulla visibilità, e si dica pure visibilità televisiva.
In alto i divi dello schermo, in mezzo i visitati dalla notorietà, più in basso gli aspiranti qualcuno, in ultimo lo spettatore spaesato. Tra i divi dello schermo ci metto i politici quanto i pallonari, tanto per dire che le ragioni di censo del vecchio schema, spesso, corrispondono. A scendere, le cose si fanno più sfumate: la borghesia disgregata lascia emergere i professionisti e i consulenti che hanno agganci nell’elite superiore, e per questo spesso consacrati deputati o sindaci; la massa precaria, fondata su nuove e vecchie povertà, che non trova sbocchi se non i reality di paese o del Paese, o la puntata giornaliera al Win for Life dei Monopoli di Stato. Il censo si è legato a filo doppio all’immagine televisiva e patinata, e il connubio è mortifero, sotto il profilo culturale prima ancora che sociale.

Sul lettone di Putin

È in questo quadro di passaggi di classe video che entrano – per tacer delle ministre o delle daddarie in lista - le aspiranti visitatrici dei tanti lettoni di Putin al centro di stanze e stanzette del potere. Nell’era che premia brandelli di fama o almeno la tenacia di conquistarla a ogni costo, nell’epoca in cui si lasciano deserte le Camere per far politica sul canale compiacente e si legifera in villa, alla prostituzione del sorriso o dell’intero corpo si affianca così la prostituzione di un intero immaginario. Si vende la propria educazione al lavoro che assegna un ruolo, all’istruzione che abilita al lavoro e all’emancipazione femminile, per un posto più alto nell’immaginario comune. E, fenomeno nel fenomeno, non si vende neanche la gnocca, o non sempre per lo meno, ma il suo simulacro: io, donna che coltiva faticosamente la propria avvenenza, ti concedo potere con la mia sola vicinanza; io, uomo maschio divenuto dominante grazie alla vincinanza della gnocca, variabile nel numero e nella qualità ma costante nel tempo, in cambio ti elevo al mio rango.
Siamo al “Chiù pilu per tutti” e a Cetto La Qualunque: Antonio Albanese è un genio e lo sapevamo già; ora però è chiaro che la satira e il grottesco sono stati abbondantemente superati dalla realtà.

Il maschio dominante depilato

Accennavo prima allo scontro tra due culture, o subculture, nel rapporto tra i sessi. Ebbene, più che uno scontro, sembrerebbe una cannibalizzazione nel tempo. C’era una volta la donna forte ed emancipata in sempiterna lotta per la pari dignità e c’era l’uomo in sempiterna crisi alla prese con la sua ristrettezza di vedute. Per lo meno, ce l’hanno raccontata così. E fino a quel momento c’era speranza che, rese edotte e consapevoli dei rispettivi problemi, le due metà del cielo si potessero ricomporre intorno a un’unica crescita culturale, alle dinamiche sociali che intendevano far progredire il Paese. Coppie di fatto, lotta alla discriminazione di genere o di orientamento sessuale, politica del lavoro fondata sulla flessibilità del tempo (e non: politica della flessibilità del lavoro nel tempo) sono solo alcuni dei punti in agenda.
Poi è successo qualcosa. Qualcosa che deve avere avuto a che fare con la Carfagna ministro, la lettera della Lario a Repubblica, la D’Addario e i bagni di Palazzo Grazioli, financo con gli insulti a Rosy Bindi. E poi con il progressivo sdoganamento delle destre estreme, i muscoli filofascisti della Polizia alla Diaz, la retorica dei tabù neo-militaristi dall’omicido Quattrocchi in poi, la politica dei respingimenti e la voce alta sul bus nel dire che l’immigrato puzza. La merda gettata su Ilaria Alpi, su Giuliana Sgrena, su Aldrovandi, su Giuliani. La gara dell’orrore tra Guantanamo ad Abu Ghraib e le catene di comando del “Tutto giustifica tutto”. I picchiatori degli omosessuali in cronaca nella Roma di Alemanno, gli sgomberi al manganello di De Corato a Milano. L’arretramento del linguaggio della Chiesa su fecondazione assistita, aborto ed eutanasia. L’ignobile e inqualificabile attacco alla dignità della famiglia Englaro.
Come vedete, vado in ordine sparso, per flash: riempitevi anche voi la memoria. Ci dev’essere un filo. È emerso un marciume che mescola calcolo politico e becera campagna elettorale, informazione omologata, strumentale e sintonica al potere, in una morchia confusa e indistinta che puzza di maschio andato a male. È aggressività ignorante, cavernicola, quella del maschio che non solo sostiene e sbandiera orgoglioso il principio secondo cui un bel paio di cosce assicurino il migliore avvenire, che i froci siano devianza di natura, che i muscoli depilati e un’arma lucida siano compagni migliori non si dica di un libro ma almeno del telefonino, ma anche si sente autorizzato a tradurre in pratica il manuale del destroide troglodita.
Del resto, se lo mostrano tutti i giorni in tv, allora forse si può. Prima c’era l’ipocrisia del politically correct. Ora che il politically uncorrect s’è fatto largo e imposto a larghe falcate, si punta a sdoganare le pulsioni della pancia. Per non dire del sottopancia.

Le elezioni con il televoter

Con questo non intendo dire che la colpa stia tutta a destra. Non esiste una destra così, neanche quella di Berlusconi è così. E nemmeno la destra populista di Berlusconi è così potente da entrarci nel cervello come lama nel burro. Tuttavia, come dicevo un poco più sopra, il problema è politico: il marciume fin qui –certo insufficientemente- raccontato è anche il prodotto dell’ondata di restaurazione revanchista che la destra ha portato avanti costantemente: i comunisti, e tutti i loro amici, sono nemici. Per comunisti si intendono i progressisti tutti, quindi chi sostiene cosette come pace, amore, pari diritti, laicità di pensiero e libertà di orientamento sessuale sono potenziali bersagli. In marketing si chiama induzione del bisogno: vuoi qualcuno che ti levi di dosso il pensiero? Guarda, io l’ho fatto, e sono un uomo di successo.
Per muover guerra elettorale a questi molli buonisti, non s’è trovato niente di meglio che buttarla sulla gnocca, sul fucile, sul fatto che se i deboli son deboli un motivo ci sarà. Pensiamo come pensa, sotto sotto, l’italiano ignorante. Facciamo leva sui suoi istinti, sul fatto che ne ha abbastanza del faticoso distinguo di Veltroni, di Amato, dei costituzionalisti. Siamo in tempi di arabi che buttano aerei sui buoni e sani Americani del Piano Marshall, che diamine.
Tutto questo non sarebbe riuscito senza la complicità del vuoto d’opposizione. Ah, la tentazione a sinistra di agganciare il modello di successo: meno pasionarie alla Rosy Bindi e più bellezza inutile alla Melandri. Ma ve lo ricordate che volevano far deputato la Parietti perché “Oltre che bella, è intelligente”? Vedi, darling, a rappresentare il tuo stipendio ci mando già un gran bel paio di gambe; se poi pensa pure, vedrai che roba. Doppio ah, che bello riciclarsi a moderni frantumando l’architrave della coscienza di classe in nome di un liberismo da banca immagine chiamato ‘riformismo’ e alleandosi con una classe imprenditoriale cialtrona. Triplo ah, fantastico, mettiamoli a morte politica anche noi, i comunisti, che ci hanno rampognato mezzo secolo con la questione morale!
Eppure neanche questo basterebbe a spiegare l’enormità e pervasività del fenomeno.
Negli ultimi vent’anni è successo che i linguaggi della politica e della televisione si sono sovrapposti al punto di essere indistinguibili: la televisione si è allontanata ancora di più dalla realtà dei fatti per ossequio alla politica, e la politica si è allontanata talmente tanto dalla realtà da identificarsi con la televisione. Tanto che Rifondazione e sinistre atomizzate sono scomparse, più che dal Parlamento, dall’immaginario, perché non sono più in video, non sono più protette dal rassicurante cachemire di Bertinotti.

Nessuno si senta immune

Non che partissimo da un modello culturale consolidato. Il disimpegno, la fuga dalla politica, il riflusso già negli Ottanta avevano impedito a questo Paese culturalmente fragile e arretrato di superare la sua tardoadolescenza sociale e politica. Tuttavia, le conquiste fondamentali dell’emancipazione non si sono mica dissolte. Sono sempre lì, pur minate e attaccate, resistono. Congelate in attesa che qualcuno si ricordi che, uomini o donne, di persone e di uguali sempre si tratta.
Non sono cambiate le risposte, ma le domande. Le domande da porre all’universo femminile non sono più: come può una donna vendere la propria compagnia come lavoro in cambio di un esercizio di potere; come può una donna (ragazzina) intendere il suo sputtanamento globale come l’opportunità di realizzare il sogno di velina, di fare il colpo grosso. Di donne fatte come son fatte non c’è da stupirsi, e non c’è da sottendere giudizio.
Piuttosto: come fa una donna a votare questa destra? Ammirare la gentaglia che gioca col suo corpo o del suo corpo fa un campo di battaglia elettorale? Questa Chiesa? Poi: come fa una donna a non incazzarsi a morte con questa sinistra immatura e ripiegata su se stessa, sulla scoperta del potere?
Se escludiamo le sacche di resistenza di cui parla Asor Rosa, capaci ancora di produrre pensieri e modelli non balbettanti, il pensiero omologato a reti unificate ha abbassato progressivamente le difese di tutti noi, sconosciuti e silenti spettatori, anzi telespettatori, abbandonati dagli intellettuali di sinistra e di destra senza una chiave di comprensione del reale. O meglio, senza che altre chiavi di comprensione del reale s’impongano alla nostra attenzione e si radichino a tal punto da funzionare come antidoto al veleno machista.
Ed ecco il punto: per contrappeso e contrasto all’affermarsi di un nuovo patentino a offendere e umiliare, oltre le minoranze a bersaglio, anche il sesso presunto debole, ci sono rimasti antidoti spuntati e anticorpi sfiancati. Rendiamoci conto che il livello del dibattito corrente intorno al ruolo femminile nella società, alla disparità e alla discriminazione, alla violenza psicologica e fisica e sessuale, alla prostituzione, all’omofobia, alla laicità della scuola e nella sanità, è fermo su binari del tipo: quote rosa in ogni quartiere, sono gli arabi che picchiano le donne, burka sì burka no, le donne sul lavoro va bene ma come la mettiamo coi figli, via le prostitute dalla strada, ma guarda che io ho molti amici omosessuali, crocifisso a scuola sì o no, l’aborto sì ma riparliamone (e per il riparliamone il debito è con un altro genio, Paola Cortellesi). Agghiacciante. È come mettere all’ordine del giorno in Parlamento il sommario di un tg Mediaset.

Abbasso le quote rosa

Tanto per fare un esempio, le quote rosa: terrificante sintomo di malattia scambiato per rimedio per la buona salute in politica. D’accordo, la pari dignità stabilita per Costituzione non bastava, però il pari numero per legge o per gentleman agreement non ha niente di etico: è lavarsi la coscienza. A pensarci bene, le quote rosa sono lo speculare di un’altra, fenomenale (nel senso di prodotto di un fenomeno) cazzata: la par condicio. In un Paese libero, la par condicio si raggiunge attraverso le comuni dinamiche del conflitto politico e di opinione, non col pari numero certificato a posteriori.
Soluzioni a quanto il sesso politico richiede – intendendo con questo il complesso di temi che vanno dalle pari opportunità nel lavoro, alle leggi sulla violenza a sfondo sessuale, all’aggravante di discriminazione per orientamento sessuale che recentemente ha messo alle corde il PD – verranno invece da una politica familiare (non: familista come quella dell’Udc o elettorale come quella del Pdl) che sostenga la maternità, costruisca asili nido, accresca le possibilità di sostegno al reddito, riconosca le famiglie di fatto e ricomponga le famiglie dei migranti, sperimenti nuove forme di assistenza alle vittime di violenze o soprusi. In una definizione, che si identifichi con la società.
Mi piacerebbe che non ci fossero dubbi su questo. Se il maschio continua a occuparsi poco dei figli, è materia per i sociologi; se la donna nel 2010 non riesce a trovare o a mantenere il posto di lavoro perché le si impone la scelta tra tempo familiare e tempo professionale, se viene pagata meno di un uomo a parità di livello, la materia è per legislatori.
Se una politica seria, di alternativa, potesse proporre questo, sarebbe già qualcosa. Poi toccherebbe alla televisione, far la sua parte. E qui il discorso ridiventa politico. Le frequenze, il mercato pubblicitario, il conflitto di interessi. Alle solite.

Monnezza è mezza bellezza

Non è solo televisione spazzatura. Non è solo questione di bellezza-merce: non sono così ingenuo da pensare che la bellezza (naturale o patinata o siliconata, triste o allegra o bronciodipendente) debba scomparire dalle copertine o dalle pubblicità o dagli ancheggianti e poco vestiti corpi da corpo di ballo. Che la bellezza del corpo umano, e quindi per ovvi motivi del corpo femminile, serva per vendere, è un fatto e non vedo perché dovrebbe equivalere al servaggio. Tuttavia, la soglia del cinismo dovrebbe arrestarsi qui: la mercificazione del nudo, dell’identità e del sentimento ha una profonda influenza sul nostro immaginario.
Inciso: se per pubblicizzare un cosmetico posso mostrare un corpo nudo e così alludere alla seduzione, siamo nel campo della semantica e della promessa marketing – se ne può discutere, insomma. Se ogni quattro minuti del palinsesto ho uno stacchetto dimenaculo, ogni tre pagine labbrone tumide, una copertina su due apre con la gnocca, beh, abbiamo un problema. Non tutto può essere seducente. Ed essere educati a pane e sesso patinato, prima o poi, genererà pure qualche problema con la realtà. Fine dell’inciso. Diamo troppo spesso per acquisito, se non per scontato, che la televisione sia un solo un mezzo, il più potente in Italia, ma pur sempre un medium. Non è proprio così.
Prima di tutto, se è ancora un medium, qualcuno deve avere libertà responsabilità diretta di forma e contenuti, e dare vita alla cosiddetta linea editoriale. Ed è fin troppo palese che in Rai (ma anche in Mediaset) questa libertà sia relativa: la televisione è oggi un mezzo eterodiretto, in cui l’editore non è mai completamente libero. E non tanto e non solo per la pressione telefonica del potere, come avveniva anche in passato, quando l’iperlottizzazione era una prassi egualmente deprecabile – anche se, va detto, più discreta. Quanto per la castrazione intellettuale a cui volontariamente si sottopongono editori, direttori di testata, direttori artistici e così via. E dico castrazione perché a volte non è nemmeno censura o autocensura preventiva: chi ha la responsabilità dei palinsesti e dei contenuti, dal più alto livello dirigenziale all’autore in stage non pagato, è immerso come noi nella morchia generalizzata. Che se ne renda conto o meno. E se il clima aziendale peggiora, si salvi quel che si può. Si innesca, insomma, un circolo vizioso per cui chi non è in grado o non vuole ribellarsi alla monnezza contribuisce alla crescita della monnezza, che viene venduta per bellezza.
Col risultato che anche il pubblico più avvertito trova un’offerta poco diversificata - e di qualità ad altezza gnocca.

Il fine giustiifica il medium

Tuttavia, qui il dubbio è che la tv non sia neanche più un medium, un mezzo, ma un fine. L’impressione è quella che non ci si appelli neanche più, alibi passepartout, al dio mercato. Arrivarci, esserci, porsi in vetrina, dai politici dimenafogli alle letterine dimenaculo, significa giocare nel giro grosso. Non è più apparire, ma un essere. La realtà televisiva diventa, per prodigio dell’oligopolio Rai/Mediaset e dell’offerta omologata, realtà condivisa dalla coscienza collettiva. Non l’unica, certo, ma comunque egemone. E se la morchia maschiocentrica passa come realtà egemone, in pari dosi attraverso la cronaca e attraverso lo spettacolo, bene si può capire come faccia ad avere tanta forza di penetrazione.
La realtà e la tv sono oggi vasi comunicanti di un liquido venefico. E contro quel liquido vi è poco o nulla a fare argine. Che fare? Ribellarsi, certo, ribellarsi.
La tv è un mondo irriformabile nell’era di Berlusconi, e così la politica. Per invertire la sovrapposizione dei due mondi, dovremmo ribellarci a entrambe. Per farlo, serve la dispersa ma veemente forza degli intellettuali, la libera critica nell’informazione (Il Fatto Quotidiano è un nuovo, buon esempio di redazione ed edizione affrancata dall’oligopolio, mentre Il manifesto ne è l’esempio storico) e, naturalmente, dalla realtà. Quella non televisiva. Quella in strada, in piazza: i soggetti sociali che hanno confidenza con l’azione e la vocazione al conflitto. Sì, credo proprio che la speranza possa venire solo dai nuovi e aspri conflitti sociali che questa tv autoreplicante e questa politica autoconservatrice nascondono, minimizzano, ridicolizzano. Nuove domande potrebbero essere: il femminile è pronto al conflitto? E il maschile? E tutti e due, tre, cento mondi senza distinzione di genere, sono attrezzati e disposti ad aprire le ostilità? Materia per un altro articolo, temo.

Non farmi la morale, baby

La scomparsa della pubblica opinione, l’imporsi delle subculture gonfiate a steroidi, il disorientamento del femminismo, l’ignavia e il silenzio del mondo intellettuale (i maestri, dico, dove sono finiti i maestri?): ecco come si può arrivare a un panorama tanto desolante. E poi c’è chi dice: “Ma chi sei tu per farmi la morale”.
Ecco, questa è cosa che fa gonfiare le vene al collo. Di solito te lo dicono di Berlusconi: non me ne importa nulla di quello che fa nel suo letto. La risposta va in automatico, e sembra una battuta: non è il suo, è il lettone di Putin. È il Presidente del Consiglio, quel tizio bassetto e antipatico, è l’uomo più potente d’Italia, l’uomo che governa, anzi diremo comanda, e che tiene per le palle il nostro futuro. Cos’è, è diventato troppo pretendere che un eletto dal popolo sia per lo meno una persona per bene, se non proprio capace?
Maddai, non facciamogli la morale. Ci sono cose più importanti da rimproverargli. Sospetto di collusione con mafia, corruzione accertata, reati economici, etc etc. Quattro governi di crescente pericolosità sociale e diminuzione di diritti e libertà. Danni economici da Prima Repubblica. Al confronto, se si comporta da puttaniere, come tanti altri uomini di potere, è quasi normale.
E qui le vene scoppiano: come dire che, al confronto della rapina a mano armata, la mano che ti fotte il portafoglio è niente. E allora, che facciamo, la lasciamo passare? Proprio tu, donna, non prendi fuoco a sapere che, per perdonare oscurare sviare l’attenzione dalle sue figure di merda internazionali, un coro di volgari servi ripetano a reti unificate che trattare così le donne è una bazzecola? Che ora si può, anzi si deve, perché in fondo in fondo, a ben vedere, milioni di Italiani sono come lui?
Le ripercussioni di questo messaggio a reti unificate le lascio volentieri ai sociologi, ma non vedo perché dovrebbe sfiorarci appena, anziché colpirci come una schicchera sulle orecchie gelate, sapere che l’Uomo Esempio di Successo, oltre che disonesto, è pure scarso a rispetto per la donna.
Smettiamola, donne e uomini, di pretendere poco perché nessuno è senza peccato, e ai peccati grandi ci pensa Dio o Chi Ne Fa Le Veci. Di aver paura di parlare di etica e anche di morale. Se vogliamo un Paese a nostra immagine e somiglianza, ci riapproprieremo delle reali dimensioni della vita comune, del valore della convivenza civile, del progresso umano, della sana eterna guerra tra sessi. Dei nostri progetti di famiglia, qualunque siano. Lasceremo il tubo catodico e la noia satellitare o digitale nell’ambito che a loro compete: l’intrattenimento. Torneremo a chiederci chi possiamo votare senza avere un moto di rigetto.
Prepariamoci a difendere i nostri figli da queste aggressioni subculturali. Prepariamoci allo scontro, ai prossimi conflitti culturali e sociali. Non sia mai che, ogni tanto, se ne possa vincere uno.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 9 novembre 2009