Kaputt

Teo Lorini



Ha destato una certa risonanza la mossa con cui Adelphi ha riscattato da Mondadori i diritti sull’opera di Curzio Malaparte, facendo coincidere la prima uscita con la pubblicazione di Un incontro, volume di riflessioni in cui a rivalutare l’autore di Prato si spende -a sorpresa- Milan Kundera. E mentre in via S. Giovanni sul Muro s’attendono gli esiti di questa operazione, va segnalata sia la perplessità negli uffici di Mondadori, dove le opere di Malaparte non erano mai uscite di stampa (e anzi il 1997, quarantennale della morte, era stato celebrato con un Meridiano di Opere scelte), sia le dichiarazioni degli eredi che, alla comprensibile soddisfazione per l’interesse di una casa editrice raffinata e ‘alta’ come Adelphi, affiancano alcune dichiarazioni inutilmente polemiche verso l’editore precedente. Viene da chiedersi se i discendenti dell’autore di La pelle non abbiano ereditato, accanto al corpus degli scritti e alla celebre villa di Capri, quella tendenza alla retorica esasperata che, a detta di Piero Gobetti, era fra le componenti del carattere di Malaparte, quella che lo portò a inclinare pericolosamente e poi a entrare in consonanza col fascismo più patriottardo e vaniloquente. D’altronde, se già Savinio definiva la retorica il vizio “peggiore e più nefasto degli italiani”, poteva forse esserne esente l’Arcitaliano per eccellenza?
È proprio quella tendenza alla posa vantona, al compiacimento estetizzante che (Kundera permettendo) permea l’opera di Malaparte e lo spinge troppo spesso a strafare, rendendo la sua pagina lutulenta, fastidiosa e persino involontariamente ridicola. E se tale difetto non risparmia neppure Kaputt, questa prima uscita adelphiana è però riscattata una potenza non raggiunta altrove, da uno sguardo eccezionalmente abrasivo e spericolato sull’abisso e sulla follia della guerra.

Composto in gran parte nel biennio 1941-42, quando Malaparte viaggiò come corrispondente di guerra nell’Europa nord-orientale (dalla Bulgaria alla Jugoslavia, dall’Ucraina alla Romania, dalla Polonia alla Finlandia), il manoscritto di Kaputt fu smembrato e consegnato a tre diplomatici stranieri che riuscirono a introdurlo in Italia. Nel ’43 l’autore, rientrato dopo la caduta di Mussolini, riuscì a recuperare le tre sezioni e a completarle, nel buen retiro di Capri con l’aggiunta di un ultimo capitolo che non a caso resta il meno riuscito con quell’imbarazzante scena al golf club dell’Acquasanta e il sarcasmo con cui Malaparte manovra per marcare la sua distanza (posticcia e insieme opportunista) da Galeazzo Ciano, in una sequenza che si avvicina al finale di La pelle, con la sgangherata visione del Mussolini-Feto.
Ma la bellezza di Kaputt sta anche nel modo in cui quest’opera racchiude davvero tutto il meglio e tutto il peggio del suo autore e così anche l’ultimo capitolo trova riscatto -almeno parziale- nella sequenza del bombardamento di Napoli (degno preludio a La pelle) con la sua teoria di mostri vomitati dai bassi “come un corteo di deità plutoniche”: nani, rachitici, sciancati, “divorati da qualche cancro”, intenti tutti a far corona al loro “dio segreto” dalla testa deforme e smisurata. È questa forza evocativa, questo sguardo scorticato e coraggiosamente nudo a vivificare Kaputt. È così che Malaparte rende (quasi) sopportabili i suoi dialoghi pateticamente artefatti, le sue pose malamente ostentate, mentre conduce il lettore nel baratro della pazzia e della crudeltà più inumana, in un’antologia di istantanee impossibili da dimenticare: i nazisti “malati di paura”, le ragazze ebree fatte schiave nei bordelli della Bessarabia con “le dita di ferro” dei tedeschi a frugare “nella loro carne segreta”, i segugi addestrati dai russi per fare esplodere i panzer, la cesta colma di occhi umani esibita dal poglavnik croato Pavelic, le teste dei cavalli imprigionati nel ghiaccio del lago Ladoga, il bestiale pogrom di Jassy, con la principessa Sturdza che passa altera fra la folla impegnata nel saccheggio. Di fronte a tale accumulo di orrori e di ferocia, Malaparte dimentica spesso calcoli e boria, abbandonandosi invece al cupio dissolvi che gli permette di scrutare senza filtri nella materia schifosa del Nazifascismo, l’abisso più inumano e tenebroso del nostro Novecento.

Curzio Malaparte, Kaputt, Adelphi, pp. 496, euro 22.

Pubblicato su «Pulp Libri» (n.79).








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 8 novembre 2009