Grazie. Ragazzi.

Sergio Baratto



Nel giorno della festa delle forze armate (la dicitura corretta sarebbe "Giornata delle Forze Armate e dell’Unità d’Italia") ho ritrovato due ritagli di giornale risalenti a sei mesi fa esatti. Sono le prime pagine del Corriere e della Repubblica del 4 maggio 2009.
Il Corriere della sera titolava: "Afghanistan, gli italiani sparano contro un’auto: muore una bambina" e la Repubblica: "Afghanistan, gli italiani sparano: muore una dodicenne".

In una scenda del film Le mele di Adamo (Adams Aebler, Danimarca 2005: bellissimo), Khalid, uno degli ospiti della comunità di recupero diretta dal reverendo Ivan, spara agli uccelli che stanno divorando i frutti del melo che sorge davanti alla chiesa, ma abbatte (intenzionalmente) anche il gatto di un altro ospite, Gunnar. Gunnar, sbigottito, mormora "Ha sparato al mio gatto…", ma Ivan, che ha sviluppato un meccanismo psichico di rimozione sistematica del male, lo rimprovera: "Era un vecchio gatto, stanco di vivere, e questo ha coinciso con il fatto che noi abbiamo sparato qualche colpo".

Torsione del linguaggio a fini di propaganda introiettata fino a diventare un automatismo inconscio, dissoluzione strumentale del nesso di casualità. Falsificazione. Come i "ragazzi" ai tempi della battaglia di Nassiriya: "I nostri hanno sparato su un palazzo, una famiglia ha perso la mamma e la figlia" – "ha perso"! E dove? Speriamo allora che le abbiano ritrovate…
L’ho già scritto, lo ripeto ancora: separando le cause dagli effetti, restano i nudi fatti, atomici, ineluttabili. I soldati hanno sparato. Una bambina è morta. Una bambina uccisa no, è una relazione. La dodicenne di Herat va rimossa dalle cause della sua morte. Per non dover ammettere che quella bambina l’hanno uccisa i nostri, i "ragazzi".
Perciò falsificare, e continuare a scrivere: "Grazie, ragazzi".








pubblicato da s.baratto nella rubrica giornalismo e verità il 6 novembre 2009