Sciascia, la mafia, l’uomo

Leonardo Guzzo



Il moderno, diceva Wilde, è pericoloso: corre sempre il rischio di passare di moda. Il classico, al contrario, è sempre attuale. Ha una parola per il suo tempo e una parola per l’eternità.
Se le cose stanno davvero così, non c’è scrittore più classico, tra i "moderni" italiani, di Leonardo Sciascia. Per l’occhio critico con cui ha svelato ai contemporanei segreti e retroscena della società italiana; per la lezione di stile, ragionamento, rigore morale e intellettuale che ha lasciato a futura memoria. In quasi quarant’anni di carriera letteraria Sciascia ha saputo rappresentare meglio di chiunque altro le tensioni, le contraddizioni e le sfide della Prima Repubblica. Applicandosi, e sporcandosi le mani, nell’analisi dei fatti più drammatici, dei fenomeni più controversi della storia recente del "Belpaese". La passione civile e la critica sociale ricorrono costantemente nelle sue opere, sono forse, dal punto di vista dei contenuti, la cifra più originale della sua produzione. Ma passione e critica non restano fini a se stesse: la "militanza" offre a Sciascia lo spunto per elaborare un’autentica dottrina filosofica, per tracciare un grandioso affresco della condizione umana. Un affresco fondato in larga parte sul binomio legalità/moralità: le basi, secondo lo scrittore, di ogni convivenza e progresso civile.
Della legalità Sciascia ha una concezione quasi socratica. Le leggi, a suo dire, fanno l’uomo, ne definiscono in concreto la possibilità di vivere una vita sociale e libera. Non c’è società senza regole, non c’è libertà senza limiti. La legge è il cammino che dall’esterno, dal marmo delle tavole, dalla lama della giustizia, conduce l’uomo alla sua umanità.
Per l’illuminista Sciascia la legge ha un valore sacrale: scaturisce direttamente dall’idea di giustizia, nasce dalla ragione ed è ragione. Obbedendo alla legge, dunque, l’uomo obbedisce alla sua natura più nobile e profonda.
La morale, al contrario, è una botola, un covo, un luogo intimo. Una partita dell’uomo con se stesso, senza interferenze e costrizioni. Tutt’altro che una stabile conquista, è piuttosto flusso, lotta, tensione continua e irrisolta tra le suggestioni (e le tentazioni) dell’esperienza e il timone della ragione. Il disegno razionalista di Sciascia si precisa: nel Giorno della Civetta la ragione è il formidabile strumento che permette al capitano Bellodi di risolvere il caso e intrappolare il boss Mariano Arena; ma è pure l’ancora che lo trattiene sull’orlo dell’abisso, sulla china delle pulsioni incontrollate quando una morsa di omertà, connivenze, trame oscure e squallide meschinità sembra chiudersi intorno alla sua indagine. La ragione non è solo spada, ma scudo dalla lusinga degli istinti, dall’aggressione degli spiriti animali. La dignità morale dell’uomo consiste precisamente nello sforzo e nella capacità di creare un recinto razionale alle emozioni, di vagliarle, indirizzarle.
Quanto sia difficile e delicata questa morale "problematica" si rivela per Sciascia a contatto col male. Il male scientifico dell’energia atomica (evocato nel "caso Majorana") o il male sociale della mafia e del terrorismo. Un male comunque odioso e feroce, ma non privo di ragione giustificazione storica. Con un necessario distinguo…
Se l’energia atomica è un male interamente prodotto dall’uomo – dallo scienziato, dal tecnologo o dal politico, che piegano la ragione al delitto – la mafia raccontata da Sciascia rappresenta il male irrazionale, il male che rifiuta i principi della ragione e li sovverte. Ma non è per questo un male assoluto, un mostro abominevole uscito dalle viscere della terra. E’ invece una mafia "umana" e storica, che nasce e si sviluppa in un contesto preciso, in circostanze determinate, e obbedisce alle sue regole. E’, a tutti gli effetti, una forma di governo, una forma di legittimazione ed esercizio del potere basata sulla logica del sangue, della forza, della vendetta, dell’onore e di una "virilità" primitiva. Le sue leggi sono le leggi della natura selvaggia, dell’esperienza immediata e di una sensibilità animalesca, la sua umanità è distorta, sfigurata, in questo senso mostruosa.
Eppure la mafia di Sciascia, la mafia come ordine sociale e fenomeno storico, ha una sua umanità. Don Mariano è, nonostante tutto, un uomo, "una cieca e tragica volontà", "una massa irredenta di energia umana". Nella sua disperata coerenza coi valori che professa è degno di rispetto e di pietà.
E’ uomo nella tempra ma non nell’orientamento morale. Del mestiere di essere uomo conosce la pena, il peso della scelta, il sacrificio, la dolorosa solitudine. Gli manca, invece, il fine, il giusto segno, l’ovest dei naviganti, l’ancora della ragione; e quest’unica mancanza basta a stravolgere, spostare agli antipodi la sua umanità.
Alla fine l’uomo di Sciascia somiglia poco all’essere razionale descritto dalla scienza e dalla filosofia, mito e poi dannazione della dottrina economica. E’ al tempo stesso molto di meno e molto di più: un impasto di passioni, appetiti, sogni e incubi, impulsi dirompenti e contrastanti. In questo miscuglio la ragione è solo un ingrediente, a volte rilevante e a volte infimo, un correttivo e un contrappeso dell’istinto. Ma non perde i suoi connotati "divini": a dispetto di ogni limite, resta per l’uomo il timone più saldo,l’unica via per passare sicuro nello squasso del Mondo e della sua piccola, personale storia.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 5 novembre 2009