Bidoni

Giovanni Giovannetti



A Valle Lomellina e dintorni lo stabilimento della S.i.f. Furfurolo era popolarmente chiamato "Vietnam". Quando si alzava il vento, le ceneri della lolla avvolgevano il paese in una nuvola di silice nera, non bella da vedere, e ancora meno bella da respirare. La morte della fabbrica ha lasciato in eredità il terreno devastato dalle rimanenze di testa e di coda del furfurolo, sostanza molto inquinante e pericolosa per la salute, per la presenza dei fenoli. Finisce tutto (quasi tutto) dentro a un migliaio di bidoni, messi a marcire in fosse abusive scavate nei terreni della fabbrica e nei campi circostanti. Un disastro: in breve tempo, i bidoni corrosi rilasciano i veleni che vengono assorbiti, fino a contaminare persino la prima falda acquifera. La Regione Lombardia finanzia allora la bonifica. Ma in superficie rimangono le ceneri della lolla – un sottoprodotto della lavorazione del riso – altrettanto pericolose, perché contengono residui di furfurolo e di fenolo. Così la Regione interviene una seconda volta, finanziando l’opera di asportazione delle ceneri. Per questa bonifica, sarebbero bastati 1.250.000 euro e pochi mesi di lavoro; e invece la Regione Lombardia ne ha deliberati ben 14.500.000, dodici volte tanto, e molti anni di lavoro, con il beneplacito della Provincia e del Comune di Valle. Da Valle a monte sono in molti a porsi domande, o ridacchiare e darsi di gomito: le carte sembrano a posto ma… conti alla mano, la bonifica di un’area all’estrema periferia del paese, il cui valore fondiario non arriva a 2 milioni di euro, verrà a costare più di 30 milioni, 65 miliardi delle vecchie lire! Sì, perché dopo il fallimento della S.i.f., dieci anni fa la Regione era già intervenuta con 37 miliardi di lire. Una storia nota solo in parte.

Il gioco dei quattro cantoni

Dei quattro progetti presentati il più costoso prevedeva la sostituzione delle ceneri e del terreno inquinato con terra buona di cava (preventivo: euro 16.000.000). Il secondo si riproponeva la trasformazione delle ceneri in mattonelle (le "bricchette"), e il successivo ripristino del terreno (euro 14.500.000). La terza soluzione richiedeva una discarica impermeabile sul posto (euro 9.100.000). Infine, la quarta: un’economica messa in sicurezza delle ceneri e dei terreni in loco, rendendo il suolo impermeabile, con una copertura di cemento o asfalto, a impedire il dilavamento (euro 1.250.000). Nel dicembre 2005 la Conferenza dei Servizi approva a maggioranza la seconda soluzione, con il voto contrario dell’A.r.p.a. – l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente – che aveva sostenuto il progetto più economico. Secondo Claudio Tedesi dello Studio Tedesi / Pavia Innovazione – incaricato della progettazione – la semplice messa in sicurezza di ceneri e terreno avrebbe comportato una discarica realizzata al di fuori delle norme di legge, e senza sufficienti garanzie ambientali. Secondo Sandro Assanelli – all’epoca funzionario dell’A.r.p.a. – questa soluzione, oltre ad essere la più economica, avrebbe garantito la salvaguardia dell’ambiente. I lavori di bonifica se li sono aggiudicati in "associazione temporanea di imprese" la francese Sarp Industries e la bergamasca Canieri Moderni srl. Ma è tutto fermo, perché pende un ricorso al Tar di Giuseppe Grossi, il nostrano «re delle bonifiche» (una sua società, la Sadi, ha già lavorato al recupero dei bidoni tossoco-nocivi di Valle). È lo stesso Grossi recentemente arrestato con l’accusa di associazione a delinquere, frode fiscale, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro, nonché della corruzione di pubblici ufficiali. È lo stesso Grossi che, secondo gli inquirenti, ha costituito presso banche svizzere fondi neri per 22 milioni di euro, il frutto di fatturazioni gonfiate in parte trasferiti, dilavati e asciugati al sole di Hong Kong o di Montecarlo su conti cifrati come quello monegasco di Rosanna Gariboldi (arrestata anche la signora; conto di cui il marito On. Giancarlo Abelli – vice coordinatore del Popolo delle Libertà, al momento nemmeno indagato – figura come procuratore), conto che negli ultimi otto anni avrebbe registrato movimenti per 3,5 milioni di euro: 12 in entrata per 2.350.000 euro e tre in uscita per 1.294.000, con un saldo attivo di circa 1.200.000 euro. Secondo la magistratura milanese, è provato che «tutte le rimesse in entrata e in uscita» provenivano da «conti riferibili direttamente a Grossi o suoi sodali», ovvero l’avvocato di Chiasso Fabrizio Pessina (incarcerato nel febbraio scorso e scarcerato il 31 luglio; ha gestito il patrimonio di centinaia di evasori), da cui sono partiti i versamenti estero su estero sul conto segreto "Associati" della signora Abelli. La signora fino a luglio possedeva quote in diverse società, fra cui la Pellicano srl (ramo speculazioni immobiliari) insieme ai pariquota assessori regionali Massimo Ponzoni (Ambiente) e Massimo Buscemi (Reti e Servizi di pubblica utilità), nonché al coordinatore Pdl di Como Giorgio Pozzi. Con Ponzoni (80 per cento) la signora Abelli ha condiviso il 20 per cento dell’Immobiliare Perla srl. Due società, la Pellicano e l’Immobiliare Perla, ora indagate.
L’inchiesta era partita dalla bonifica ambientale da parte della Green Holding di Grossi del nuovo quartiere milanese di Santa Giulia, l’ex area industriale Montedison a Rogoredo di cui è proprietario Luigi Zunino. Ma col tempo le indagini hanno preso filoni diversi tra loro: a cosa dovevano servire i fondi neri creati dal Grossi, se non a corrompere pubblici amministratori, politici, funzionari? I magistrati della Procura milanese ne sembrano convinti. Ma per arrivare al cuore del problema dovranno prima sbucciare lo spinoso carciofo dei rapporti pelosi tra l’affarismo rampante che cinge d’assedio il "Pirellone" e la politica in svendita (senza escludere la possibilità che dalle indagini sulle bonifiche emerga lo smaltimento illegale dei rifiuti. Speriamo di no). Fatto è che, in sette anni, ben 275 milioni in pubblico denaro sono passati dalle casse della Regione Lombardia alle tasche del ciellino Giuseppe Grossi e dei suoi compagni di merende (gli ultimi 44 stanziati l’11 giugno 2009, mentre Grossi era sotto inchiesta). Fatto è che nella scia della magistratura si è messo chi vorrebbe impallinare il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni (al suo posto vedrebbero il leghista ex ministro Roberto Castelli oppure - udite udite - nientemeno che Roberto Maroni) e magari contenere il tracimante strapotere della Compagnia delle Opere negli appalti pubblici in Lombardia, e cioè di Comunione e Liberazione, il movimento di cui Formigoni rappresenta la punta politica avanzata.

Il consulente

Claudio Tedesi è oggi direttore generale di Asm Pavia. Una nomina che – secondo il consigliere regionale Pd Carlo Porcari – «certamente non fu opera del sindaco Cattaneo, ma è stata imposta da Abelli».
Il nome di Tedesi associato a Grossi o a Zunino o a entrambi emerge carsicamente da molte pratiche di bonifica delle maggiori aree dismesse, non solo localmente: ad esempio, la citata ex Montedison di Rogoredo; ad esempio, l’ex Sisas di Pioltello (un costo pubblico di 120 milioni); ad esempio, l’ex zuccherificio di Casei Gerola in Lomellina (500 mq, di cui il bonificatore Grossi è ora anche uno dei proprietari, insieme all’amico di Paolo e Silvio Berlusconi Mario Resca); ad esempio, la bonifica della Zeta Petroli tra Albaredo e Campospinoso nell’Oltrepo pavese (ancora Sadi). C’è poi la chiacchierata discarica per rifiuti speciali di Verretto in provincia di Pavia, presso cui hanno operato società di Grossi insieme a società del gruppo Ecodeco.
Insomma, Pavia e dintorni si confermano una sorta di zona franca ambientale, favorita dalle Procure silenti e dalla corruzione diffusa. E si raccontano anche episodi di intimidazione mafiosa.
Ma torniamo a Valle Lomellina. Anche qui i conti non sembrano tornare: dunque, nel 2005 viene accolta una tra le proposte più onerose, vengono accolte le obiezioni avanzate dal progettista Tedesi, e si disdegna invece il parere dell’A.r.p.a., l’organismo tecnico al di sopra delle parti. Lo Studio Tedesi / Pavia Innovazione, per il progetto ha percepito 700.000 euro, ovvero il 5 per cento del costo della bonifica. A quanto somma il 5 per cento di 1.250.000 euro? Non se lo è domandato Legambiente, né tanto meno il Partito democratico. Se lo è domandato il consigliere provinciale del Popolo delle Libertà Gianluigi Secchi, che parla apertamente di «anomalie procedurali». Di più: nei prossimi anni, la Regione Lombardia prevede il ridimensionamento, o almeno l’ottimizzazione, dei fondi destinati alle bonifiche delle aree contaminate. Giova ricordare che la Regione finanzierà la bonifica di Valle Lomellina a step, con quote annuali in conto capitale: «Che senso ha – osserva Secchi – stare in ballo per anni quando sarebbe stato possibile completare l’opera con poca spesa e in poco tempo, risparmiando almeno 10 milioni di pubblico denaro?» La Regione ha intanto messo a disposizione il primo contributo di 1.228.000 euro (15 novembre 2007), destinato alle spese di progettazione e ad alcune verifiche ambientali. Secondo il consigliere regionale della Lega Nord Lorenzo Demartini nei prossimi anni la Regione Lombardia ben difficilmente potrà versare la somma deliberata: «Non vorrei che le risorse stanziate a bilancio servissero solo a pagare il progettista incaricato lasciando l’opera incompiuta». Un’ultima domanda la facciamo noi: chi ci guadagna? La comunità? Parrebbe di no.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica dal vivo il 31 ottobre 2009