Prova a portare una formica in una scatola enorme

Maria Cerino



– Quando è apparso il primo sintomo?
– Non so. Non saprei dirle adesso. Ricordo che avevamo appena ritirato le analisi dal ginecologo. Le aveva fatto la visita – credo che sia di routine –, spalmato quel gel sul ventre. Ha capito di che parlo? Sì, è un medico, avrà capito di certo. Passato lo strumento sulla pancia si è messo a guardare in quella specie di televisione e ci sorrideva; si girava verso di noi e sorrideva, poi ha pacatamente aggiunto: – Lei non è incinta. Ha messo via i guanti
– E Sara come ha reagito? Ha pianto? Ha detto qualcosa? Ricorda se si è accarezzata il sesso con la mano, se si è stretta i pugni sulle tempie, se è rimasta immobile?
– Non so raccontarle ciò che è accaduto in quello studio secondo dopo secondo. In verità potrei descriverle come è Sara dentro: mentre il medico ci parlava io ero incantato da quel nero striato che batteva; una semisfera che si allargava e stringeva, un’increspatura senza punto di partenza. O forse sì, ma magari profondo o semplicemente la sua vagina. Stranissimo pensare quante volte io sia entrato in quel luogo fidandomi senza conoscerlo. Le interesserà poco questo, immagino.
– E in tutto ciò non si è accorto se Sara abbia parlato o meno?
– No, direi di no. Anzi, ne sono certo: non ha detto nulla né al dottore né a me.
– E poi?
– Si è rivestita e siamo ritornati a casa.
– A piedi o in automobile?
– Che differenza potrebbe mai fare?
– Quel giorno ha smesso di camminare. Vorrei capire a quando risalgono i suoi ultimi passi.
– In automobile. Ora che ci penso l’ho trascinata fino al parcheggio. Diceva d’esser stanca ed era pallida.
– A casa cosa è successo?
– Arrivati si è spogliata e distesa sul letto completamente nuda.
– Il letto dove è ancora?
– Sì, dove è da otto mesi. Mio Dio: otto mesi.
– E non ha tentato mai di rimetterla in piedi, di spostarla sul divano? Su una sedia, vicino ad un tavolo, sul pavimento?
– Sara si è distesa sul letto nuda e si è appallottolata, proprio appallottolata. La testa schiacciata tra le gambe, quasi sono svenuto uscito dal bagno e trovandomela in quella posizione di fronte.
– E lei non ha parlato, prima?
– Le ho sentito urlare (ma non ne sono certo, lo scroscio dell’acqua copriva gli altri rumori – mi stavo lavando le mani): – La vita. E poi più nulla.
– E poi più nulla. Cosa ha fatto vedendola in quello stato? Era sconvolto, avrà di sicuro chiamato qualcuno, cercato di farla ragionare.
– Mi ci sono disteso accanto: era tanto calda ed emanava uno strano odore. Sentivo profumo di sesso, quel tepore nell’aria del dopo coito. Ero terrorizzato e contemporaneamente assorto. Mi sono girato di colpo verso Sara per guardarla, mi sono mosso con poca delicatezza e l’ho toccata con un braccio – ma leggermente, mica con violenza, ero troppo rintontito per poter esser forte – ed è rotolata a terra cadendo sul pavimento con un tonfo vuoto. Una specie di rumore che potrebbe fare una sostanza semiliquida chiusa in una busta, in qualcosa di non rigido. Avevo davvero paura. La chiamavo, le parlavo – mi disperavo – ma senza ottenere reazioni.
– A quel punto avrà chiesto aiuto.
– A quel punto l’ho presa tra le braccia – e non è stato semplice, era ancora una palla – l’ho rimessa sul letto e mi ci sono sdraiato accanto.
– Per quanto tempo è rimasto vicino a lei?
– Fino alla mattina successiva. Mi sono vestito e sono andato a lavoro. – E l’ha lasciata in quello stato da sola?
– Le ho avvicinato una poltrona al letto per evitare che rotolasse giù e ho acceso la radio. Le ho baciato la spalla nel punto in cui si incurvava per permettere al corpo di entrare in se stesso.
– E al suo ritorno?
– Le ho baciato l’altra spalla nel punto in cui si incurvava per permettere al corpo di entrare in se stesso, non so come ci fosse riuscita ma si era girata. – Per quanto tempo è andata avanti così tra voi?
– Una quarantina di giorni.
– Ha smesso quando si è svegliata?
– No, proprio no. Sveglia, Sara, non era ancora. A un certo punto, però, le sue braccia intorno alle gambe si sono strette di più e il suo corpo – mai vista oggetto/fisico tanto compatto – ha cominciato a battere. Battere. Il materasso sembrava la rimbalzasse, non riuscivo a starle accanto neppure per un minuto (il tempo di accarezzarla) così mi sono trasferito sul divano. O, meglio, ho spostato il divano nella nostra camera per poterla guardare.
– E a quel punto neppure ha pensato di contattare un medico, di chiedere aiuto alla madre di Sara?
– No. Non volevo, non mi piaceva l’idea che qualcuno la vedesse. Non avrebbero capito, io stesso non ho capito per lungo tempo. Staccarmi da lei: non potevo.
– E come la nutriva?
– Per il primo mese Sara non ha mangiato né bevuto. Con il passare delle settimane i suoi arti hanno cominciato a rilassarsi e io ho potuto infilarle l’ago di una flebo nel polso e ancora trascorriamo in questa maniera le giornate: io seduto sul divano accanto al letto con la flebo in mano, a mezz’aria, e il liquido che scende giù per il tubicino ed entra in Sara.
– Come è cambiato il suo corpo da allora, cerchi di aiutarmi a capire.
– La pelle si è fatta sottile: un involucro. Si è girata di fianco, allungato leggermente le gambe ma tenendole comunque piegate, ha portato il mento verso le ginocchia, quasi a sfiorarle e le mani al mento. Ha persino aperto gli occhi, ad un certo punto. Mai i suoi occhi sono stati tanto grandi, tutta pupilla. Mi sono calmato ed ho preso a lavarla. Tre volte al giorno le lascio scivolare dell’acqua tiepida addosso. Il suo corpo è impermeabile e luccica, sembra che rimanga bagnato ma è come asciutto.
– Non è sconvolto? Ora le sembra tutto normale? Sua moglie non parla, non si muove, non mangia da mesi e per lei è normale?
– Dovrebbe vederla. Non rimane più tanto ferma sul letto, si gira e rigira. A volte trema, a volte scalcia addirittura. Si succhia le dita delle mani. Ama il buio e si muove quando accendo la lampada sul comodino. Se ne lamenta come prima – quando mi mettevo a leggere ad ora tarda non riuscendo a dormire – ma in un altro modo.
– Ha fatto uso di antidepressivi in questi ultimi mesi?
– No, mai. Mangio molto, però. I cibi più strani e persino di notte: se Sara vedesse come sporco le lenzuola con le arance! Ha sempre odiato quell’appiccicaticcio che lasciano sulla stoffa e il leggero alone giallognolo. L’odore non le dispiaceva ma solo se lo annusava dalle mie mani, non sopportava che le entrasse nelle narici dalle coperte soprattutto mentre dormiva.
– Ah.
– Aspetti un momento, le mostro una cosa. Ecco, questa è Sara cinque mesi fa. Riesce a vedere il suo cuoricino? Eh, qui, invece, di fianco sembra tutta ricoperta di peluria. Infine in questa ha ben allargato le gambe, ed è proprio una femminuccia; non ci si può sbagliare. No, perché si volta all’altro lato? Di cosa si vergogna? È tanta tenerezza. Mica è uno di quelli che manda le mogli in un’altra stanza ad allattare di nascosto mentre sono con amici a cena?
– Sua moglie voleva un figlio?
– Sì. Esistono donne che non ne vogliono?
– Lo desiderava da tanto?
– No, forse un anno.
– Le ha chiesto di diventar padre?
– Cosa c’entra?
– Mi risponda.
– Non so risponderle.
– Certo che sa. Faccia uno sforzo. Non abbia paura.
– Non so.
– Mi risponda.
– Quando facevamo l’amore da un po’ di tempo aveva preso a nascondermi i preservativi. Se ne mettevo uno imbronciava e si rifiutava di continuare. A volte me lo sfilava via, ma erano casi eccezionali. Sembrava che pretendesse da me che capissi qualcosa, ma il più delle volte avevo l’impressione di non capire nulla.
– Capisco.
– Cosa, capisce?
– Il suo non capire. Vada avanti.
– Dopo la lotta dei contraccettivi, che puntualmente vinceva, iniziava quella del coito. Più io mi allontanavo e più lei mi bloccava con le gambe. Irretivo spaventato e lei avanzava. Cercavo di liberarmi e mi stringeva con mani, braccia, gambe, ventre. Ero come in trappola. Allora mi caricavo di forza, un respiro profondo e mi staccavo dal suo corpo parte per parte in un unico colpo e mi eiaculavo tra le mani.
– E Sara?
– Sara si puliva la pancia da qualche residuo e si girava di spalle. Si addormentava.
– Lei lo avrebbe voluto un figlio?
– Io? Parliamo di Sara, per favore.
– Risponda, per favore.
– No. Non lo volevo. È una colpa? Non ne capivo la necessità. Perché non aspettare? Perché deciderlo? Sarebbe arrivato al momento adatto. Tanta fretta per cosa poi? Per un corpo estraneo cresciuto fuori da me che avrei per sempre dovuto sentire come mio? Perché prende appunti, adesso?
– Ma lei, per come mi ha raccontato, non lasciava possibilità al caso.
– Non è vero.
– Allora non andava sempre così il sesso tra voi.
– Invece sì. Ed era bello. Mi manca il corpo di Sara. Mai poi forse neanche tanto, mi piace anche così.
– Sara si è mai lamentata?
– No, si agitava durante l’amore ma non ha mai detto nulla. Non penso che per lei fosse così importante questa cosa del figlio. Sa, sono quelle convinzioni balorde tramandate dalle madri del tipo Una donna lo vuole sempre un figlio, le femmine si sentono realizzate attraverso la maternità, se un uomo ti ama davvero ti rende genitore. Amo Sara perché la amo incondizionatamente. Lei è intelligente ed ha capito.
– Lei crede. E ora come sta Sara?
– È bella. Guardarla mi svuota lo stomaco: un peso nella pancia che potrebbe essere gioia. Ogni piccolo spostamento che fa è uno spasimo del mio fisico. Se mi addormento avverto la sua presenza nel movimento del tubicino che arriva alla flebo stretta nel mio palmo. E se per più di un’ora mi resta ferma scuoto io la flebo, aumento il flusso del liquido, aspetto con ansia che Sara si muova. Dio quanto è bello! Solo in pochi momenti, prima che accadesse tutto ciò, mi era sembrato di avere nelle mani il suo corpo, dopo esserle stato dentro con forza, con insistenza, mi piegavo con la testa su i suoi fianchi e mi fermavo a sentire i battiti del suo ventre.
– Siete ancora solo voi due?
– E chi altro, sennò?
– Per quanto tempo crede di poter reggere? E cosa pensa di fare?
– Aspetto che Sara nasca, cos’altro dovrei fare? Che domanda.

(Maria Cerino è nata a Salerno nel 1984)








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 29 ottobre 2009