Appunti sparsi in corso di lettura su Gli Addii di Onetti

Maria Cerino



Non le capisco certe polemiche letterarie sulla ricerca di una lingua nuova nella narrativa e certi intrugli sperimentali che generano; a me è sempre sembrato che una lingua fosse tanto più nuova quanto più aderisse alla storia che raccontava. A suo modo la lingua non è obbligata semplicemente ad esser nuova ma più di tutto ad esser necessaria. E non che questo giudizio non sia il risultato di alcune letture, anzi. Mettiamo Pedro Paramo, per esempio; mettiamo tutta la letteratura sudamericana, per esempio; mettiamo quella capacità dell’autore a non confrontarsi con il tempo (perché è questa la letteratura ispanoamericana, un’elusione); mettiamo che tutto non avvenga in una parentesi onirica – che la storia non si compia in un sogno, non giustifichi la propria sospensione con un espediente facile – ma, invece, utilizzi la vecchiaia come luogo (e non tempo) della storia. Mi pare che quasi tutti i libri di autori del Sudamerica che ho letto parlino di questo, di una vecchiaia infinita. E anche Gli Addii di Juan Carlos Onetti.








pubblicato da m.cerino nella rubrica libri il 27 agosto 2012