Fertilità.

Andrea Tarabbia



I., 32 anni, laureata in giurisprudenza, lavora da un anno e mezzo (o due) presso uno studio commercialista nel paese dove vivo io. Nella primavera di quest’anno ha fatto quello che sta diventando uno degli errori più grossi della sua vita: si è sposata. Da quando questo è successo, la sua vita lavorativa è diventata, se possibile, un incubo ancora peggiore di quello che era stato fino ad allora (il suo capo, titolare dell’ufficio, è un conclamato idiota paranazista): non passa giorno che non le venga chiesto, senza nessun filtro: «Non starai mica pensando di farlo, eh?». L’allusione, più o meno esplicita a seconda dell’umore del suddetto idiota, è alla possibilità che I. rimanga incinta e vada di conseguenza in maternità. Esasperata dal clima che di mese in mese si è andato creando, e dal fatto che le è stato detto che la prossima testa che salterà, in ufficio, sarà la sua (perché non dà «garanzie»), I. da qualche tempo si è messa alla ricerca di un nuovo posto di lavoro. In una serie di posti (altri studi commercialisti, notai e così via) non ha passato il primo colloquio, perché alla domanda «E la sua vita privata? È sposata?» ha risposto candidamente «Sì». Ultimamente, I. ha capito che la fede che porta al dito e la sua fertilità non sono conciliabili, nell’Italia di oggi, con la possibilità di trovare un posto di lavoro fisso. Così, per affrontare l’ultimo colloquio che ha fatto – presso la redazione di un ignobile quotidiano milanese, dove si candida per l’ufficio paghe e contributi – I. ha deciso di sfilarsi l’anello e di rispondere, a domande circa il matrimonio e i figli, semplicemente «No».








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica dal vivo il 23 ottobre 2009