Due labbra di una piaga semplice.

Marco Rossari



In questo libro serpeggia qualche cosa di irriducibile, di irredento. Un invito costante e beffardo, quasi da maggio parigino, alla non-resa nei confronti del presente, della realtà, del contingente. Insomma, per dirla con le tue parole, a "dissognare / la realtà".
La "realtà" è una specie di sogno, più spesso incubo, che ci accomuna; comunemente, supinamente accetto. Specie nelle sfere applicate, e poi imposte. Guarda alla storia, al denaro, all’arte, alla politica. Applicarle è dell’uomo; imporle ha del diabolico, ma sempre e solo con umani hai a che fare. Il tessuto che ci riveste, sul calco di una concezione della natura, non permette di fare salti, non lascia spiragli: impone scelte: una contraddizione in termini; è sempre – di fatto – regime, indipendentemente dal colore. E io, ho fatto professione di fede – nella lingua. Irriducibile tu dici (a questo gioco, serio, non si fanno prigionieri) e irredento – senza patria però; aggiungerei irrisorio, in un senso – per consapevolezza del poco che uno può fare, anche se guarda: apro la mano e ho il mare fra le dita – e nell’altro. Prendi, per esempio, la parola rivoluzione, tornata a significare propriamente moto circolare "vicissitudinale e sempiterno": oggi a rappresentarla al meglio è il carosello della Moda, e delle mode.

Gli altri due poli che diventano oggetto di disprezzo, di scherno, sono la politica e quindi il "presepio semovente / della storia", dal micro al macro, in un unico scacco nicciano nei confronti della realtà, dei "tempi nati morti". Anzi, per dirla con uno dei tuoi formidabili incipit: "Niente comincia, tutto ha avuto inizio". In quest’ottica un ponte festivo, il passaggio delle frecce tricolori, un comizio orecchiato alla televisione diventano il pretesto per riflessioni che sembrano ciniche, ma sono in fondo romantiche (nell’immagine, ad esempio, del pierrot lunatico contrapposta al "piccolo tribuno che cade sempre in piedi"). C’è un amore forte per i giocolieri scettici, per gli emarginati a bordo pagina, per i piccoli Rimbaud del senso, contro l’eterno fascismo di chi proclama e difende e sostiene di avere un posto nel mondo. O mi sbaglio?
Sono stagioni queste di crassa postistoria. Lo zoo politico è quello che è, tautologia infernale. Nell’ordine innaturale delle cose pubbliche l’animale più stupido non è, come si pensa, il cane: è l’animale politico, col guanto. E sappiamo a cosa gli serve la diafana membrana profilattica… Le frecce tricolori di un lontano ricordo d’infanzia si tripartono: è una triste tripla dipartita, lacerante multiplo schizoide addio all’Italia. Il comizio orecchiato dalla tv di una casa vicina, erano i comici in realtà non i politici a farlo, ognuno dalla piccola tribuna del suo sketch. Sarà perché i politici fanno ridere che li hai creduti protagonisti della poesia. Peggio è avere comici che fanno opinione. E mentre scrivevo la poesia l’occhio della mente ha ripescato un quadro di Hopper dove, "nel blu della sera", come recita il titolo, seduto in mezzo agli altri avventori in tenuta regolare e indifferenti c’è una specie di clown, con lo sbaffo sanguinario del rossetto sulle labbra da Joker, la sigaretta pendula e uno sguardo che non promette niente di buono. Sembra scappato dal circo prima o dopo il suo numero per farsi un bicchiere e una fumata a dispetto di tutto e di tutti. Un bicchiere è recipiente e contenuto, così il termine poesia; una volta scolato, puoi pure gettartelo alle spalle e mandarlo in frantumi. Come vedi, sono per gli scossoni sensori, per i ribaltamenti messi in atto dai ribaldi del senso, e dei sensi; è la linea del classico moderno, la corda più tesa del romantico.

C’è qualcosa di inesorabile nelle tue poesie, un ritmo incantato che costringe alla lettura, la sensazione che ogni parola e ogni giro di frase possa essere quello e solo quello, in barba alle varianti. È qualcosa che mi ha ricordato Dylan Thomas, verso il quale ti avvicini anche graficamente, e forse anche Clemente Rebora. Quanto lavoro di bulino, quanto di musicalità istintiva, c’è dietro a tutto questo?
Il ritmo è tutto, o quasi. L’incanto, la malia, il fascino, il fallo che obnubila, irretisce, l’occhio vagina che ipnotizza. Una poesia nasce quasi sempre da un giro di frase che colpisce, s’impone, s’imprime in primo luogo all’orecchio della mente, carico di potenzialità, dove il suono non si discosta ancora dal senso e la rima ha ragioni che la ragione non conosce. Dylan Thomas è riuscito a incatenarmi coi suoi attacchi memorabili, sostenendo tours de force in rima come strofici che non hanno pari, oltretutto originali, anche graficamente. Perché ci sono rime palpebrali, c’è una cantoplastica: il cesello scolpisce l’aria, dove è campita la visione. E sì, Rebora è stato uno dei pochissimi italiani del Novecento a catturarmi. Quanto al bulino, arma letale impropria, fuorilegge, lo uso come un bisturi o un kriss a seconda delle esigenze, riuscendo a farmi male. (Penso al lavoro sulla punteggiatura, sentita a tal punto da arrivare alla sua quasi totale cancellazione.) Per sfatare i biglietti del tram e altri ammennicoli spacciati da sublimi fiorettisti come un Cardarelli o un Montale per doni piovuti dal cielo. I grandi poeti italiani sono tutti classici, e classicisti, che si spacciano per romantici ingenui; gli inglesi, per contro, sono romantici innati che già in piena temperie romantica si imbrigliavano in costruzioni classiche. Lo fanno ancora. Ma tutto deve avere al nascere un qualcosa. Perché It don’t mean a thing / if it ain’t got that swing. E qualcuno dovrà mettercelo; per farlo deve avere duende: è un circolo vizioso, non se n’esce.

A me queste Omissioni non sembrano tanto, come recita la quarta "cose non dette". Di cose ne dici eccome. Mi fanno pensare piuttosto a zone vacue, sacche di tempo perso, punti di osservazione ormai tralasciati da cui osservare il "pieno di rumori e di discordie". Ecco, montalianamente rivendichi una marginalità, ma caustica, dolorosa, senza sconti verso te stesso e gli altri: "qui non vedi nessuno qui nessuno / ti vede qui non devi / che ardere e ti senti il più colpevole / mi dice e sii colpevole / ripete sii colpevole / di tutto".
Il pieno di rumori e di discordie, boccacciano, traduce l’intraducibile "full of sound and fury" di Macbeth. Nel frattempo la nostra colonna sonora non è cambiata. Stare sul margine rende pericolosa la tentazione della ritirata. In margine ma nel solco. Un piede sulle labbra uno sui denti – per parlare dalla parte nascosta del mio viso. Il margine come solco di ferita; il solco protratto, ritorto del verso, arato sulla carne della lingua, rastremato a furia di bulino; ma sempre due labbra di una piaga semplice sono: e la ferita geme – geme humor vitreo. Spetta poi al soffiatore lavorarlo. Il caustico serve a cauterizzare. Brucia. L’officina, come il roveto, è ardente. L’invito, l’intimazione a essere colpevole viene da san Paolo, e paolini sono svariati spunti iniziali e finali della raccolta. E per tornare alle omissioni, di ogni libro si può chiedere: che cosa tace, e perché? Io parto da lì, da quello che è peccato. Per una oralità al calor bianco, un furore di dire che aneli al silenzio, che al silenzio attinga.

Qui c’è la prima parte di questa intervista








pubblicato da m.rossari nella rubrica poesia il 22 ottobre 2009