Oggetti preziosi: la bicicletta

Roberto Michilli



Arrivò in una sera d’estate. Quella bicicletta era il regalo di mamma e papà per essere stato promosso all’esame d’ammissione alle medie. Era costata ventiquattromila lire, una enormità. Non ero stato io a chiederla, non l’avrei mai fatto: sapevo quanto fossero duri da guadagnare i soldi per i miei. Ma da tempo mia madre metteva da parte il necessario per comprarmela. Faceva sempre così, lei. Risparmiava per mesi, per anni, anche, e un bel giorno diceva che si poteva comprare la cucina nuova, oppure il frigorifero o la televisione.

Il camion si fermò nella piazzetta di San Francesco. Ad aspettarlo c’eravamo noi tre, insieme al negoziante e al suo meccanico. L’autista la scaricò. Era protetta da un involucro di cartone. Quando lo tolsero, la mia Vicini Sport apparve in tutto il suo splendore. Il telaio era color dell’oro, le cromature splendevano. Aveva le gomme bianche, il cambio a quattro rapporti e la borraccia. Nel borsellino di cuoio marrone appeso dietro al sedile c’erano i ferri per togliere il copertone, il mastice e le pezze per riparare le forature. Avrei voluto provarla subito, ma il meccanico mi spiegò che oltre ad avvitare i pedali, doveva prima controllare i freni, stringere i vari bulloni, registrare la catena, regolare il manubrio e il sellino. Quando finì, era ormai troppo tardi per provarla su strada, così mi limitai ad arrivarci fino a casa mia, che era lì vicino. La portai su per le scale e fin dentro la cucina. Non mi fidavo a lasciarla sul terrazzo. La notte, non riuscivo a prendere sonno. Ogni tanto lasciavo il letto e andavo a rimirarla. Era la prima bicicletta che possedevo. Avevo imparato tardi, ad andarci, non era facile trovarne una per provare. Un’estate, il mio amico Franco, che veniva ogni anno in paese da Chieti per passare le vacanze dalla nonna, m’aveva prestato la sua. M’ero buttato allora giù per la discesa del Fosso di Manzo, con i piedi lontani dai pedali che giravano vorticosamente. La velocità favoriva l’equilibrio e in breve avevo anche imparato a pedalare.

Mi svegliai che non erano nemmeno le sei. Mamma, però, s’era già alzata e m’accompagnò fin giù al portone. «Sta’ attento» mi disse sorridendo alla mia gioia, mentre partivo. Il cielo era sereno, l’aria fresca, e io volavo leggero giù per la discesa di San Michele.


Roberto Michilli (Campli, 1949) vive a Teramo. Ha pubblicato alcune raccolte di poesie, i romanzi Desideri (Fernandel 2005), Fate il vostro gioco (Fernandel 2008), La più bella del reame (Galaad 2011) e La chiarezza enigmatica. Conversazione su Giuseppe Pontiggia (con Simone Gambacorta, Galaad 2009). Il suo blog è qui.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 24 agosto 2012