Cose gay (due o tre)

Teo Lorini



Ho incontrato, per così dire, Tommaso Giartosio alla fine del 2004.
Avevo iniziato da pochi mesi a pubblicare qualche recensione su «Pulp libri», quando Piersandro Pallavicini mi ha segnalato l’uscita per Feltrinelli di un saggio il cui sottotitolo annunciava "Letteratura, omosessualità, mondo". Un obiettivo ambizioso che però quel volume, intitolato Perché non possiamo non dirci, raggiungeva in pieno. Ho impiegato diverso tempo a leggere quel libro, così ricco e denso, con l’attenzione che meritava e così la mia recensione su «Pulp» è uscita solo nella primavera del 2005. Giartosio mi ha contattato quasi subito e mi ha chiesto il permesso di postare quelle mie piccole righe sul "Fenomeni e fonemi", il blog che aveva inaugurato nel sito di Feltrinelli (cosa che naturalmente ha riempito di orgoglio il recensore alle prime armi che ero).
Dopo quello scambio di mail non ho più risentito Tommaso Giartosio. Nemmeno – e questo dà l’idea del suo garbo e della sua discrezione – quando è uscito un nuovo saggio, La città e l’isola, scritto con Gianfranco Goretti e pubblicato nel 2006 per Donzelli. Per imbattermi in quel volume ci è voluto, anche stavolta uno scrittore. In questo caso si tratta di Franco Buffoni, che lo cita diverse volte nelle pagine del suo Zamel.

La città e l’isola è dedicato all’esame del rapporto tra il regime fascista e la repressione dell’omosessualità.
Che il fascismo destinasse al confino i "pederasti" è elemento abbastanza noto, se non altro grazie a Una giornata particolare, il film in cui Mastroianni è un annunciatore dell’EIAR destinato ai lavori forzati presso le miniere di Carbonia. Quanto invece all’ampiezza della repressione, alle dinamiche investigative, alle tipologie dei processi, quasi tutto è ancora da scrivere.
Partendo da un primo, prezioso censimento di dati operato da Giovanni Dall’Orto, Giartosio si è dedicato a studiare il confino politico degli omosessuali nel Ventennio e ha scoperto che la repressione, blandamente perseguita fino al 1938, subisce un picco di intensità in coincidenza con la nuova fase del regime: l’alleanza che dà vita all’asse Roma-Berlino, il varo del Ministero della Cultura Popolare, sull’esempio delle strategie propagandistiche di Goebbels, l’infamia delle leggi razziali.

È il 1939 quando, nella città di Catania, scatta un’operazione su vasta scala, con quarantacinque persone arrestate e inviate al confino a San Domino, l’isola più selvaggia e inospitale dell’arcipelago delle Tremiti. La minuziosa cura con cui il questore Alfonso Molina documenta ogni fase dell’azione ha messo a disposizione degli studiosi cartelle personali dettagliatissime dove, accanto alle denunce anonime e alle suppliche, ci sono tutte le risultanze processuali dagli interrogatori agli umilianti esami nelle "sale celtiche", i reparti di venereologia dove gli omosessuali subiscono le surreali ispezioni che devono certificare l’abitudine ai rapporti passivi.
Tuttavia i pregi di La città e l’isola vanno ben oltre il rigore storico e la profondità di una ricerca condotta su documenti e persino su testimonianze dirette (Giartosio è infatti riuscito a rintracciare alcuni degli omosessuali catanesi tornati in città dopo il confino). Questo studio vale anche per la ricostruzione delle dinamiche della vita omosessuale in un ambiente che farebbe di per sé pensare a una chiusura e a un’ostilità assoluta. Non solo infatti ci troviamo egli anni più tenebrosi del regime e nel cuore del Meridione più sfrenatamente machista, ma siamo addirittura nella città in cui Brancati compone, proprio dal 1938 al 1940, il suo Don Giovanni in Sicilia:

"Quando in un caffè di Caloria (lasciatemi chiamare così la città siciliana di cui facilmente indovinate il nome) vedete un gruppo che, d’un tratto, rimuove brutalmente il tavolo per essere più stretto intorno al narratore, e colui che sonnecchiava sgrana gli occhi […], e il vecchio signore si passa fortemente la mano sulla bocca contorta, e il ragazzo di liceo tiene, come un confetto, la lingua fra i denti, e tutti sono curvi in avanti con le facce piene di sangue; allora siate certi che si parla della donna".

O ancora:

"Per colmo di misura, non è da un solo punto del caffè che arrivano queste abbozzate scene d’amore: ecco, a destra, un signore di mezz’età, basso e tarchiato, che, con le dita divaricate, disegna nell’aria un gran globo e, lasciatolo così sospeso davanti agli occhi spiritati dei suoi amici, si abbandona nella poltrona di vimini e, storcendo in fuori le labbra, gira più volte la destra a mestolo come a voler dire sgomento, meraviglia, cose dell’altro mondo, cose da pazzi. Ed ecco, più avanti, un ragazzo sottile che si mette le mani aperte a un palmo dal petto, e sporge anch’egli le labbra serrate, strabuzza gli occhi e scuote il capo, come a uno stupendo e doloroso ricordo. Ed a sinistra, un capitano di cavalleria che cerca di allargare, col gesto delle mani, la misura dei fianchi e della propria schiena, finché al suo posto tutti non vedono una vasta e grassa odalisca…".

E infine:

"Le loro memorie fiorivano assieme di episodi strani e piacevoli […]. Mentre sedeva dietro il banco, ad ascoltare il rendiconto del cassiere, Giovanni si voltava a sinistra e, con un profondo sospiro, mormorava all’orecchio del cugino: «Sentirti dire: Giovanni, in amore, tu sei un dio!».
E se poi si interrogava Muscarà intorno a quella frase di Giovanni, Muscarà era in grado di raccontare quando fu e come fu e dove fu che una donna disse a Giovanni quelle parole deliziose".

Per il Don Giovanni di Brancati, si sa, le cose non sono come appaiono. Sciascia cita Verga che ebbe a definire i siciliani ingravidabalconi, e Brancati stesso conferma: "Questo avere i sogni, e la mente, e i discorsi, e il sangue stesso perpetuamente abitati dalla donna, porta che nessuno sa poi reggere alla presenza di lei".
Allo stesso modo, nella Catania della virilità ostentata ed esibita sino al parossismo, resiste -anzi: fiorisce- una vita, una costumanza omosessuale basata sulla stereotipica dicotomia tra gli arrusi (termine probabilmente riconducibile a carusu, ’ragazzo’), coloro che nel rapporto omosessuale sono confinati nel ruolo passivo, che subiscono la penetrazione, e i masculi, sulla cui virilità nessuno (tanto meno loro stessi) ha da eccepire, che alla luce del giorno sono fidanzati o mariti e che alla sera si rivolgono agli arrusi per essere illibidinati.
Ci sono naturalmente zone della città e ambienti dove i masculi sanno di andare a colpo sicuro nella loro ricerca di compagnia maschile: i giardini dell’arvulu rossu e le sale da ballo, come quella di Piazza Sant’Antonio. Non bisogna però pensare, avvertono Giartosio e Goretti, ai locali di quella scena gay ante litteram che fu la Berlino degli anni Venti: le ’sale’ del meridione italiano sono ritrovi dove, molto semplicemente, non si incontrano donne. Elemento che non dovrebbe stupire se si considera quale poteva essere il grado di autonomia ed emancipazione femminile in tempi in cui "le femmine non potevano uscire di casa, specie di sera, specie per andare per ritrovi, specie al Sud".
E’ in questo "spazio omosociale" che si perfeziona il rigido schema binario "attivo versus passivo". Ed è naturalmente l’attivo che gode del privilegio sociale: le sue tresche, le sue attività erotiche, non sono mai riprovevoli perché schiacciate sulla dimensione di una virilità intesa come mero ruolo sessuale.
All’attivo tutto è concesso sia nel rapporto con la donna -meglio ancora: con le donne- sia nella pratica con gli arrusi, che può apparire al massimo "sospetta" ma che, alla resa dei conti, risulta una conferma della sua virilità incoercibile.

Tale atteggiamento perversamente "comprensivo" da parte della sessuofobica società fascista degli anni Trenta fa intravedere squarci che paiono rimandare in maniera inquietante alle vicende odierne. Evitando il rischio di sovrainterpretazioni (proprio come fa, con felice prudenza, Giartosio) si può invece concentrare l’attenzione su un dato che emerge da questo libro forse ancor più icasticamente rispetto a Perché non possiamo non dirci, ovvero la capacità omosessuale di "riprodursi culturalmente".
Sterile per definizione, lo dice anche Buffoni in Zamel, l’omosessualità è stata ed è perseguitata ed emarginata a ogni livello: società, famiglia, cultura. E lo è da almeno due millenni (si pensi alla vera e propria cesura rispetto al mondo classico, a quell’omologazione violenta delle fattispecie e della varietà di comportamenti e orientamenti sessuali che fu condotta dalla repressione cristiana). Eppure carsicamente, tenacemente pur nello spreco di esperienze non trasmesse, di secoli vissuti nell’oscurità, a rifiutarsi e a rifiutare, la cultura e l’identità omosessuale sono riuscite a sopravvivere e a tramandarsi, a superare i molti e diversi confini inventati – di volta in volta –dall’autorità, dall’Autorità.

Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, La città e l’isola, Donzelli 2006, pp. 275, euro 13,50








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 18 ottobre 2009