Cose gay (due o tre)

Teo Lorini



Partendo dal pretesto narrativo (per la verità abbastanza esile) di un ’omocidio’, l’assassinio di un omosessuale di mezz’età da parte del suo giovane partner tunisino, Franco Buffoni dà vita a un interessantissimo romanzo-conversazione in cui si intrecciano un dotto riepilogo di temi e questioni sull’omosessualità nella storia della cultura e un dibattito tra due diversi modi di vivere il proprio orientamento sessuale.
Ad aprire il libro è Edo, un trentenne milanese che ha raggiunto la casa tunisina di Aldo per assistere al processo contro Nabil, giovane arabo con cui Aldo aveva intrecciato una relazione conclusasi nella ferocia di un pestaggio e di un omicidio brutale. Nabil è stato arrestato e ora attende, in carcere, la sentenza. Il catalizzatore della sua rabbia è stato l’appellativo con cui Aldo gli si è rivolto dopo aver fatto l’amore. Il suo maturo amante lo ha chiamato infatti zamel, termine arabo che equivale, per violenza denigratoria, al dispregiativo ’frocio’ e che indica il passivo in una coppia omosessuale.
Nei giorni del processo, Edo rievoca, in un flashback che costituisce il romanzo vero e proprio, il suo incontro con Aldo e lo scontro tra due mentalità, due generazioni, due approcci all’omosessualità.

In maniera analoga a quanto descritto nel bel saggio di Vittorio Lingiardi, Citizen Gay, Edo è gay, parte cioè da un approccio moderno che non mette in discussione l’orientamento e non si accontenta dei margini entro cui praticare l’eros in forma più o meno clandestina. Edo parla invece di movimento, di collettività, del riconoscimento dei diritti.
Aldo all’opposto si definirebbe come Sergio, il personaggio interpretato da Ennio Fantastichini in Saturno contro di Ferzan Ozpetek: "Gay io? No, io sono frocio". E al: "Ma non è la stessa cosa?" che gli oppone perplessa un’anziana interlocutrice, spiega: "Sì, ma io sono all’antica".
Per Sergio/Fantastichini, come per Aldo, la massima conquista contemplata è la possibilità di vivere la propria dimensione erotica, restando però oppressi dall’egida di una colpa primigenia. Il cinquantenne Aldo ha interiorizzato il divieto, lo ’sgradimento’ iniziato già entro il contesto familiare, quando l’adolescente scopre di non corrispondere alle attese e si persuade che tale scarto reca in sé lo stigma dell’errore, della mostruosità. Il giovane Edo lo spiega bene quando scrive ad Aldo: "a te dà fastidio essere identificato come omosessuale in connessione a una comunità di omosessuali che reclamano diritti. Discrezione vuoi, altro che sentirti membro di una comunità GLBT" e, poco più avanti e molto più brutalmente: "tu non vuoi diritti, vuoi cazzi".

La dimensione è quella, ancora mediterranea, legata al ruolo. L’attivo è sempre e comunque maschio e, se va con un omosessuale, la sua identità sessuale, la sua certezza sessuale, non è scalfita né messa in discussione. Ci può andare per prova, per dileggio, per "sfogo", per una mancia (come i militari di leva raccontati nel bellissimo romanzo di Gilberto Severini, Il praticante), ma il fatto di ’darlo’ non pone questioni sulla sua virilità, anzi, agli occhi della comunità dei maschi, la conferma.
Dall’altra parte c’è il passivo, il ’frocio’, il cinedo di catulliana memoria, l’arruso siciliano che è né più né meno che una "donna mancata". E che tale si sente, perché ha introiettato la carica di disprezzo che la società proietta su di lui sin dall’infanzia. Aldo e i suoi coetanei infatti non concepiscono un rapporto paritario, scoperto. Aldo rievoca in proposito la più classica delle storie: uno studente meridionale fuorisede, pervaso di gallismo mediterraneo e con la fidanzata al paesello. Una sera però il ragazzo, ridendo inter pocula, butta lì una frasetta timida, incerta: "E se mi innamorassi di te? Se ci mettessimo davvero assieme?". Per Aldo è la fine di ogni eccitazione, di ogni flair e la storia si conclude di lì a poco.
A questo punto il dottissimo Buffoni cita Quentin Crisp e fa dire a Edo che "per potere amare un altro gay, bisogna amarsi a sufficienza in quanto gay". Aldo invece è "cresciuto nell’omofobia, impregnato di omofobia", vede preclusa ogni altra possibilità se non quella di sentirsi ’donna’ (e infatti lui e gli altri della sua ’generazione’ vedono una grande conquista nel fatto di parlare di sé al femminile). "Tu non puoi tollerare" gli dice Edo " di pensare a un tuo potenziale partner come a un omosessuale. Perché un partner omosessuale, un partner che cerca pure lui ’l’uomo’ -proprio perché cerca l’uomo- ti insulta come ’donna’, anche se ti lascia nel tuo ruolo passivo".

In questo scarto si gioca gran parte della odierna quaestio omosessuale. Buffoni ne riepiloga cause e fenomenologia nel capitolo più efficace (e lucidamente doloroso) del libro, quello titolato L’insulto. "L’insulto è il primo e più dirompente mezzo di conoscenza che il mondo presenta all’omosessuale. Ancora peggio dell’insulto è la barzelletta ascoltata da bambini in famiglia, la battuta del fratello maggiore, del cugino o persino del padre. Sono queste parole che per prime creano la nostra identità. Pettegolezzi, allusioni, insinuazioni che anche persone care e parenti stretti, lasciano cadere. Contro altri, magari, ma che tu -omosessuale- percepisci immediatamente come rivolte contro te stesso. Mentre impari a parlare, mentre cresci [e quindi ancora prima d’aver raggiunto la minima possibilità di una qualsiasi manifestazione sessuale o genitale] ti entra in circolo anche la consapevolezza che esistono persone che devono essere insultate per certe loro caratteristiche fisiche, psicologiche, comportamentali. Se riconosci queste caratteristiche in te, devi negarle anche a te stesso, oppure occultarle. Crescere mentendo […], crescere nel terrore di essere scoperti".
Da lettore eterosessuale, penso che ci voglia una straordinaria malafede per riuscire a passare attraverso queste righe senza che la memoria ci presenti il conto dei nostri insulti, dei nostri atteggiamenti, tanto condivisi e radicati da manifestarsi addirittura a livello inconscio. Se il senso di colpa non ci travolge (come è accaduto al sottoscritto), si può apprezzare l’ironia tragica che condanna l’omofobo, il razzista in malafede, a travestirsi e mentire, pur di negare il dolore che ha causato con i mille piccoli segnali di disprezzo che ciascuno di noi dispensa senza neppure accorgersene.

Franco Buffoni, Zamel, Marcos y Marcos 2009, pp. 240, euro 12








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 18 ottobre 2009