Il caso Sanaa

Lea Melandri



Il caso Sanaa, la giovane marocchina uccisa dal padre in un paese non lontano da Pordenone, non è un "delitto di fede islamica", né uno "scontro di civiltà" –hanno scritto Paolo Rumiz e Renzo Guolo (La Repubblica 17.9.09)-, la religione c’entra poco, e poco anche le tradizioni tribali. A emergere sarebbe il "senso di fallimento dei padri" che, dopo aver aperto la strada al cambiamento, con l’emigrazione verso paesi di cultura diversa, si trovano a fare i conti con una generazione di figlie insofferenti dei vincoli imposti dalla loro comunità e, di conseguenza, con la crescente "sensazione di impotenza" di una società maschile certa finora di poter contare sul controllo indiscusso dei corpi delle donne. L’ "onore" della famiglia, una volta che viene offeso o contrastato, pesa sul buon nome di un "padre-padrone", sul credito di cui gode l’autorevolezza del maschio presso la comunità d’origine; l’identità etnica, la religione, sono il corredo culturale inscindibile di un potere che parla, innanzitutto, del rapporto tra i sessi. Fa piacere constatare che, a tre anni dal caso Hina, che fu letto quasi unanimemente in chiave antislamica, lo slogan delle manifestazioni femministe del 2007 e 2008 -"la violenza maschile non ha patria né passaporto"- ha indotto i commentatori a giudizi meno sommari, meno inclini a corteggiare posizioni ideologiche preconcette o speculazioni politiche.
La frequenza ininterrotta degli omicidi di donne, che avvengono tra le mura domestiche, ha riportato la famiglia al centro dell’attenzione, figure di padri e di madri schiacciate dentro i ruoli che la storia ha loro assegnato, persecutori e vittime al medesimo tempo, testimoni inconsapevoli della legge perversa che ha confuso l’amore e l’odio, la vita e la morte. Tra la vicenda particolare e inconfondibile di un singolo individuo –dei suoi rapporti più intimi, dei suoi interessi, delle sue passioni, così come delle sue patologie- e il contesto sociale dentro cui si muove, si cominciano finalmente a vedere nessi, e non solo sovrapposizioni e dicotomie note. Non per questo le semplificazioni, a cui ricorrono le logiche politiche correnti, sia a destra che a sinistra, spariscono.
La "guerra di religione", lo scontro tra "civiltà e barbarie", tra il buono e il malvagio, tornano a riaffacciarsi, ma è più facile vederli per quello che sono: arroccamenti difensivi e offensivi di una società scossa da cambiamenti profondi, tentata dal rigetto di tutto ciò che percepisce nell’immediato come estraneo e minaccioso.
Nella drammatica vicenda che ha colpito i cittadini friulani e la comunità marocchina di Azzano Decimo, il ritorno in forza dei luoghi comuni sul rapporto tra italiani e stranieri –da quanto si apprende dai giornali- è avvenuto dopo l’omicidio di Sanaa, nell’imminenza del rito funebre, e al seguito della dichiarazioni della madre. "Tutti sono andati a collocarsi nelle caselle loro assegnate dagli stereotipi", ha scritto Manuela Cartosio sul Manifesto (18.9.09). La ministra delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, si costituirà come parte civile nel processo contro il padre assassino, ’discriminandolo’, si potrebbe dire, in ragione dell’appartenenza etnica e religiosa, rispetto a tutti i padri e mariti italiani che hanno commesso delitti analoghi. Il fidanzato di Sanaa si appella al suo credo leghista e cattolico per esprimere, nei confronti della famiglia di lei giudizi sprezzanti e fantasiosi, dato che dichiara di non averla mai conosciuta, nemmeno quando hanno deciso di convivere. Della madre, schiacciata dal dolore della tragedia che le ha sottratto in un solo giorno la figlia e il marito, lasciandola ancora più pesantemente alla mercè di ciò che tradizionalmente si aspetta da una moglie la famiglia del marito e la comunità di appartenenza, il sindaco di Azzano Decimo ha sentenziato impietosamente che non può espellerla, ma che la considera "persona indesiderata", che il Friuli non è "il deserto del Sahara".
Ma come si può pensare che l’ondata xenofoba, antislamica, che si è rovesciata sulla famiglia di Sanaa e sulla comunità marocchina di Azzano -destinata ad allargarsi, come dimostra l’irruzione di Daniela Santanchè alla Fabbrica del Vapore, a Milano, dove era in corso la preghiera conclusiva del Ramadan-, sia solo l’effetto di un omicidio, per quanto feroce, e non una delle condizioni che lo hanno reso possibile, la pianta malefica nata da semi di odio che agiscono impercettibili, avvelenando il tessuto sociale, alimentando fantasie, ossessioni e paure immaginarie, lasciando intendere che, per neutralizzare la presenza indesiderata dello straniero, c’è solo l’assorbimento, l’assimilazione al proprio modo di vivere o l’espulsione? Di Sanaa hanno scritto che era "integratissima", che si era legata non solo a un uomo ma a un’intera famiglia italiana, i genitori di lui, che l’avevano si può dire ’adottata’, vista la giovane età, offrendo ad entrambi una casa. Non la semplice "frequentazione", dunque, di un "ragazzo italiano", come i giornali hanno scritto in un primo momento, ma una sorta di ’affiliazione’, uno strappo carico di contrasti e di risentimenti, tra una figlia e un padre possessivo, presumibilmente geloso, ma anche tra comunità incapaci di avvicinamenti, quando non pregiudizialmente ostili le une alle altre.
Il caso Sanaa non rientra nella "guerra di religione", evocata immaginariamente a copertura di conflitti più profondi e meno dicibili, e non è spiegabile neppure soltanto come scontro tra generazioni diverse di immigrati, o come ’violenza di genere’ , senza patria. Tra le ragioni che possono alterare l’amore di un padre per la figlia, fino a trasformarlo in follia omicida, c’è sicuramente il retaggio di un dominio maschile incanaglito da un declino evidente, ma ci sono anche i tempi e i luoghi contingenti in cui ci si trova a vivere e a operare. Pochi si sono chiesti quanto incida, nell’esasperare i rapporti con la presenza crescente di immigrati nel Nord Est d’Italia, e in generale in quella che viene definita ’Padania’, il connubio ambiguo contraddittorio, tra integrazione e xenofobia, tra il volto ingannevole di un’accoglienza che è in realtà inglobamento -sottrazione a rapporti che implicano scambio, ascolto e reciprocità-, e quello più nascosto, ma pronto ad esplodere alla prima occasione, di chi si sente accerchiato da una specie barbara e animalesca. Basta un’occhiata ai blog più vicini alle posizioni della Lega per capire cosa ribolle nelle viscere della ’terra del Po’. "Perché dobbiamo spendere soldi per dare da mangiare in galera a un simile imbecille? Lo si prende e, insieme alla moglie, venga sbarcato sulle coste marocchine. Se prova a tornare, gli si spari a vista. Immunità garantita allo sparatore. Non è costituzionale? Ma la Costituzione è fatta per gli esseri umani, non per gli animali, anche se parlano come nella fiaba di Pinocchio" ( Libero-Forum di discussione, 20.9.09). Forse sono voci isolate, ma resta il dubbio che interpretino il segreto sentire di molti, e non solo nelle regioni del Nord d’Italia.

(Articolo pubblicato su L’Altro il 22 settembre 2009.)








pubblicato da a.moresco nella rubrica il dolore animale il 29 settembre 2009