Dio, patria, famiglia, realtà

Giuseppe Caliceti



Dopo il ritratto di Gelmini come un San Sebastiano trafitto dalle polemiche firmato da Galli Della Loggia, ieri dal Corriere della Sera arrivano le parole di stima al ministro attraverso la penna di Aldo Cazzullo.

“Quando la settimana scorsa Mariastella Gelmini ha denunciato, in un’intervista al Corriere, la persistenza di aree di militanza politica nella scuola, si sono levate contro di lei molte critiche. Ora appare chiaro che il ministro non aveva torto. Di cosa si sarebbero macchiati alcuni docenti italiani? Di aver gridato pace subito o ritiro delle truppe?”

No, di non aver fatto osservare in modo compatto ai propri studenti il minuto di silenzio per i soldati morti. E così Cazzullo usa morti e bambini per difendere Gelmini. E ci da una lezione di pedagogia di guerra. E si rammarica perché la scuola riesce a trasformare anche un’occasione di unità nazionale in un punto di divisione e si ostina a leggere qualsiasi vicenda attraverso le lenti della politica, peggio ancora dell’ideologia.

Forse sarebbe meglio che Cazzullo lasciasse stare i morti e i bambini. E ci dicesse piuttosto se trova naturale – o troppo politico o ideologico – che oggi, già alle elementari, un bambino italiano non sappia il nome del Papa o del presidente della Repubblica ma quello di Berlusconi. Accadeva così solo in un altro periodo storico dell’Italia.

Bello riempirsi la bocca con parole come Dio, Patria, Famiglia. Importanti, per carità. Ma solo se calate nella realtà, altrimenti restano esercizi di retorica.

Posso assicurare a Cazzullo che, scendendo nella trincea della scuola primaria italiana di oggi, ci si accorge per esempio che ci sono tante famiglie molto diverse da quelle che abbiamo in mente. E bambini che credono in religioni differenti. E gli stessi concetti di “patria” o di “unità nazionale”, o semplicemente di “nazione”, almeno per come forse lo si aveva in mente nel primo dopoguerra, oggi sono assolutamente sorpassati dalla realtà.

Bisognerebbe riflettere sulla frase di un mio ex alunno extracomunitario: “forse se non ci dicevano che eravamo tutti nati in nazioni diverse sarebbe stato più facile vivere e andare d’accordo”.

L’editorialista del Corsera ha scritto anche, riferendosi al dolore provato dai familiari dei soldati morti nella basilica di San Paolo, che quel dolore è stato la migliore delle lezioni. E anche i piccoli l’hanno capita benissimo. Ecco, speriamo che il futuro non ci riservi una scuola in cui la migliore delle lezioni che possiamo dare a un bambino o a un ragazzo sia la morte di un padre in missione di pace (o di guerra). Non credo sia questo il mondo che i cittadini italiani di domani, ma anche i loro genitori e docenti di oggi, si augurano per il loro futuro né per quello dei loro figli.

Questo articolo è uscito su il manifesto del 24 settembre 2009.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 25 settembre 2009