Sami Ben Garci

Giovanni Giovannetti



«Ciao amore, speriamo che tu stai bene, tanti auguri per il Ramadan. Speriamo ti porta fortuna e tanti auguri alla tua famiglia per il Ramadan e tanti auguri alla tua famiglia e tanti auguri a tutto il mondo musulmano per il Ramadan. Io sto muorendo. Sono dimagrito troppo, credimi, non riesco neanche ad alzarmi dal letto. Spero Dio che fai presto amore mio, però stai attenta a non dirlo a mia madre. Bisogna accettare il destino. Io ho ricevuto la tua lettera. Ti dico che mi dispiace io lo sciopero non lo tolgo, di questa vita non me ne frega niente, sto muorendo!!!».
Sami Ben Garci 41 anni, muore davvero il 5 settembre 2009, dopo 52 giorni di sciopero della fame contro una condanna a 8 anni per violenza sessuale, da lui ritenuta ingiusta. L’8 agosto la direttrice del carcere pavese Iolanda Viviani scrive all’avvocato di Sami Aldo Egidi che «Le condizioni di salute del suo assistito sono costantemente monitorate dal personale medico qui in servizio». Il 10 settembre anche i compagni di cella nel carcere di Torre del Gallo scrivono ad Egidi, per raccontare la «lenta e umiliante» agonia di Sami: «Sicuramente non pagherà nessuno per questa morte, ma le assicuriamo che si poteva evitare benissimo, sarebbe bastato un pizzico di umanità in più. Era diventato come un prigioniero in un campo di concentramento, vomitava acidi e sveniva davanti agli occhi di tutti. Veniva aiutato da noi detenuti per fare la doccia altrimenti poteva morire nel suo vomito! Non è stato fatto assolutamente niente, tranne che lasciarlo morire nella sua cella sotto gli occhi del compagno che più di tutti ha visto spegnersi un essere umano!! La preghiamo vivamente di non arrendersi alle falsità che le verranno dette, perché il suo povero cliente è stato lasciato morire sotto gli occhi di tutti noi! Prima di lui si era impiccato un altro ragazzo seminfermo e invalido al 75%, dopo averlo riempito di sedativi e spedito a San Vittore [Luca Campanale, 28 anni, impiccatosi il 12 agosto nel carcere milanese]». Secondo il medico del carcere pavese Pasquale Alecci «Privare un uomo della libertà di scelta avrebbe significato metterlo in carcere due volte...». Stupefacente. Secondo i suoi compagni «Sarebbe una bella e giusta cosa se l’indagine che verrà fatta si arricchisse anche delle testimonianze dei detenuti della prima sezione».








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il dolore animale il 15 settembre 2009