Virgin Tales

Teo Lorini



Dal Festival di Locarno, il viaggio di Mirjam von Arx tra le falangi del nuovo integralismo cristiano.

Lesconcertanti dichiarazioni del candidato repubblicano Todd Akin in tema di interruzione di gravidanza hanno portato alla ribalta internazionale la parte, per la verità abbastanza inquietante, dell’elettorato americano che sostiene la candidatura di Mitt Romney.

Bianchi, convinti sostenitori della supremazia USA, pronti a difendere le politiche del proprio Paese vestendone l’uniforme e allo stesso tempo avversari della “ingerenza” dello Stato nell’educazione dei figli, i cristiani evangelici sono, fra le confessioni che compongono la galassia protestante, quella in maggiore ascesa, tanto che i cittadini statunitensi che vi aderiscono assommano quasi al 25% della popolazione. Tra le convinzioni che li caratterizzano spicca l’adesione a un modello culturale che viene spesso associato all’integralismo islamico o a popolazioni delle aree più povere e arretrate del mondo: per i cristiani evangelici il valore da coltivare e proteggere è quello della verginità e dell’astinenza sessuale sino alla pronuncia del voto di matrimonio e una delle più inaccettabili tra le ingerenze statali citate poco fa è il fatto che nelle scuole si insegni l’educazione sessuale. Non a caso, molti dei cristiani evangelici praticano l’home-schooling: l’educazione dei propri figli è fornita tra le mura domestiche, selezionando gli argomenti, non solo in materia di sessualità, ma anche di educazione civica, diritti civili e origine del mondo (con la tesi creazionista al posto di quella darwiniana). La regista elvetica Mirjam von Arx ha dedicato oltre due anni al progetto di raccontare questo mondo dall’interno e il documentario che ne è scaturito è stato incluso nell’interessante sezione Appellation(s) Suisse del 65° Festival di Locarno. Virgin Tales segue la vita quotidiana della famiglia Wilson, una delle prime e più vigorose aderenti al movimento (al punto che il concetto di castità prematrimoniale è allargato sino a includere il primo bacio, che verrà scambiato solo sull’altare).

I Wilson sono nove: papà Randy (nella foto, mentre benedice la figlia Jordyn), mamma Lisa, e sette figli, cinque femmine e due maschi. A loro si deve l’invenzione dei Father-Daughter Purity Balls. Si tratta di serate di gala, durante i quali le figlie in abito da sera ballano con i propri padri in smoking (“Mothers are also invited” recita laconico il cartoncino d’invito). La cornice è di regola la hall di qualche prestigioso albergo, un po’ sul modello di quelli che in Europa accolgono il debutto in società delle diciottenni. Qui però le figlie sono ancora bambine – si può partecipare a partire dall’età di 4 anni – e anziché sancire l’ingresso della ragazza fra gli adulti, il Purity Ball vede i padri pronunciare il solenne giuramento di “proteggere la fanciulla nelle sue scelte di purezza” mentre le figlie si impegnano davanti a Dio a vivere una vita pura e sanciscono tale promessa con la deposizione di una rosa bianca ai piedi di una croce.

Tra le pochissime osservazioni che si possono muovere a Virgin Tales c’è una domanda che sarebbe stato bello dibattere in un Q&A che invece è stato condotto dall’incaricato del Festival in rigoroso Schwizerdütsch (impedendo di fatto la partecipazione di gran parte degli spettatori secondo l’ottusa mentalità per cui un film prodotto oltre Gottardo è “cosa nostra” e non si capisce perché debba riguardare il cosmopolita pubblico del Festival di Locarno): alla fine del documentario ci si chiede infatti come faccia il capofamiglia, Randy Wilson, a garantire alla sua numerosa figliolanza il cospicuo tenore di vita che la pellicola rivela. Una veloce ricerca consente di scoprire che Wilson è un membro molto attivo della confraternita cristiano-evangelica di cui presiede il Family Research Council. Questo apre naturalmente il tema dei finanziamenti al movimento, elargizioni che sono lievitate oltremisura durante i due mandati di Bush Jr., anche in virtù dell’accurata strategia con cui gli evangelici hanno sostenuto quell’amministrazione e hanno lavorato per penetrare nei circoli più influenti della politica repubblicana (al lettore, naturalmente, la libertà di tracciare i paralleli che preferisce con le realtà di casa propria). Come sempre nel gioco della politica, anche dall’altra parte, quella repubblicana, c’è interesse nel catalizzare strumentalmente le simpatia (e il sostegno) di questi integralisti cristiani, la cui mentalità “crociata” contribuisce a renderli inclini all’arruolamento nei quadri dell’esercito USA. Nel film, ad esempio, si assiste a una sorta di iniziazione in cui il più piccolo dei Wilson maschi riceve l’investitura tra i membri adulti della famiglia e annuncia il proposito di candidarsi per l’accademia di West Point.
Approfondire questo scottante tema avrebbe reso ancora più ricco un film già colmo di meriti, il maggiore dei quali è la capacità di mantenere uno sguardo trasparente e neutro nei confronti della sua materia. Sarebbe stato molto facile infatti dipingere i Wilson come una famiglia di mostri, un gruppo di folli fermi a un medioevo di controllo della vita sessuale e di matrimoni combinati entro caste chiuse (ché tale è l’usanza presso gli evangelici: i mariti delle sorelle Wilson sono tutti militari di carriera e hanno contattato Randy, chiedendogli il permesso di conoscere le sue figlie, tramite una sorta di network religioso), la von Arx invece dà conto integralmente della vita di questa famiglia, documentando le peculiarità dei loro convincimenti in materia di morale, ma anche il profondo affetto che innerva i loro rapporti e l’autenticità – a tratti toccante – della loro dedizione.

Virgin Tales colpisce proprio perché non è mai manipolatorio o sleale. Spinge anzi a riflettere sui motivi per cui all’evangelismo cristiano si sia avvicinata una fetta così cospicua della popolazione del Paese che più di ogni altri influenza le abitudini del nostro quotidiano e sulle conseguenze che tale scelta può procurare nella politica statunitense (non è un mistero che i cristiani evangelici formino il nerbo del Tea Party ed sostengano regolarmente i candidati più conservatori e radicali della destra repubblicana) ma anche nella vita quotidiana di un’Europa che si tende a pensare (o ad auspicare) laica e progressista ma nella quale già sono arrivati (in Finlandia, per la precisione, ma richieste sono giunte ai Wilson anche da Gran Bretagna, Germania e Francia) i Purity Balls.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 23 agosto 2012