La moto

Chiara Dotta



Ero in moto e mi stringevo alla sua pancia, toccavo i muscoli intorno all’addome, erano così duri. La moto quando va e tu sei dietro e ti fidi di chi ti guida, e in discesa schiacci il suo corpo in mezzo alle tue gambe ed è come se qualcuno ti entrasse dentro o tu dentro di lui, il frena, curva, distendi della moto, quello sì che è un movimento che ti fa venir voglia. Non le moto da strada, dove ti aggrappi alla speranza di rimanere in sella e devi combattere sempre con la paura di esser sbalzata via, le moto quelle da enduro, con il sedile bello comodo anche per il passeggero. Lorenzo aveva una di quelle moto lì, e io quando arrivava mi mostrava il casco che dovevo mettere, sì che mi sentivo la ragazza più fortunata del mondo. Poi era bello bello, il più bello a detta delle mie compagne, e tutte me lo guardavano e io arrivavo all’allenamento che non ci stavo più dentro da quanto ero fiera. La mia compagna di classe mi ha detto: "Io non so come fa Lorenzo a stare con te, chissà che numeri che ti fai! Dai, dimmi cosa gli fai, da davanti da dietro, dì la verità…" Innanzitutto grazie per aver indirettamente detto che faccio schifo e poi mi dispiace per te se ti ha scopata e mollata il giorno dopo, anzi, non ti ha neanche presa, a parte quella volta lì nella macchina, ma non devi prendertela così, mica è colpa mia, pensavo, poi son stata zitta. Insomma, sedici anni, ti dico che a sedici anni averci un fidanzato così perfetto è proprio una regalo all’autostima pazzesco. Alto, moro, tutto griffato, con due occhi neri che sembrava avessero la matita intorno e le labbra carnosissime, i denti con un perfetto sorriso, le gambe lunghe il torace largo, e mani affusolate, i capelli neri neri e corti solo da un po’, prima lunghi che lo chiamavano "l’indiano", insomma, tutta una serie di cose da far girar la testa e le balle a tutte le altre.

L’avevo conosciuto banalmente in discoteca, dove ogni tanto andavo io e dove sempre andava lui - lui poteva uscire di più essendo maschio - io vestita in un modo improponibile, che se ci penso adesso mi viene un rigurgito di vomito che ancora non so come ha fatto a notarmi, avevo dei pantaloncini corti aderenti blu e le calze di filanca color carne, roba da far cascare la libido a chiunque, scarpe basse. Mamma mia. Invece a fine serata viene un amico suo, Paolino, che conosceva anche me, che devo dire un po’ mi piaceva anche, e mi dice: "ti devo parlare". Io tutta fremente vado in un angolo con lui, pensavo mi volesse dire: mi piaci e un giretto con te me lo farei, visto che per tutta la sera l’avevo puntato. Si vede però che il colpo lanciato nell’aria aveva colpito il suo amico di fianco a lui, seduto sul divanetto un po’ in ombra, che osservava, non era tipo da scomporsi. Insomma Paolino mi dice: "Piaci al mio amico, voleva chiederti se esci una sera con lui" e me lo indica. Lorenzo era seduto a gambe incrociate contro una parete specchiata della discoteca, e mi guardava con espressione per niente sorridente, piuttosto serio, come se aspettasse una risposta davvero importante. Io mi son ritrovata un po’ confusa, ero convinta di aver centrato Paolino stavolta, più basso di me ma molto simpatico e brillante, invece avevo colpito un ragazzo la cui presenza, presa com’ero dai balli e dal divertissement, non avevo notato molto. "Posso pensarci un momento?" chiedo. "Sono qui che aspetto" risponde lui. Allora vado dalla mia amica Elisa.
"Oh, sai che quello là - e indico Lorenzo seduto a gambe incrociate in attesa di qualcosa di serio - mi ha chiesto di uscire?"
"OHHH! - esclama la mia amica - tu gli hai detto di sì spero".
"No, ho detto che ci pensavo".
"Allora sei scema completa. Ma non sai chi è! Io e Stefania lo chiamiamo ’il più figo del mondo’ - iniziava a agitarsi - non mi dire che non hai mai notato quando passiamo col pullman da Corso Alpi uno fighissimo che scende lì perché va a scuola all’ITIS e cammina col walkman nelle orecchie…"
"No" dico.
"Non è possibile. Magari te lo ricordi quando aveva ancora i capelli lunghi e tutti lo chiamavano ’l’indiano’".
"No, mi sembra di no".
"Va beh, se sei cretina… dormi, dormi la mattina! Comunque adesso vai lì e gli dici sì sì sì sì che esco con te, quando e come vuoi, e se non lo fai non ti rivolgo più la parola. Tutte le fortune a te, e manco te la dai".
Allora mi è presa l’agitazione. L’ho guardato che non stava più guardando me, mi son detta: cazzo, adesso vuoi vedere che per quest’attimo di esitazione che ho avuto ha cambiato idea? Certo la scena è stata proprio triste: vuoi uscire? mi chiede, ci devo pensare, rispondo, poi vado a parlare con l’amichetta per chiedere a lei. Pare d’essere alle elementari. Ho cercato di farmi coraggio, l’ho riguardato, aveva un’espressione contrita, come se gli avessi già detto di no. Poi ho visto che Paolino era ancora appoggiato alla pila che aspettava me, nel mentre faceva due chiacchiere con tutti, mi son detta: c’è ancora una speranza. Vado verso Paolino, gli tocco la spalla, lui interrompe la conversazione col tipo con cui parlava.
"Allora?" mi chiede.
"A me va bene".
"Oh, son contento! Vado subito a dirlo al mio amico".
Vedo che confabulano, io rimango lì in attesa di non so cosa. Paolino l’ha spinto un po’: eh vai! vedo dal labiale che gli dice. Allora lui cammina guardando basso fino a vicino a me, poi quando mi è stato davanti, ha alzato gli occhi e fatto un gran sorriso. "Lorenzo" mi ha detto porgendomi la mano. Io mi son sentita un po’ che mi girava la testa. Quanto era bello, e io non l’avevo neanche visto presa com’ero dal piccoletto del suo amico che si agitava!

Il primo appuntamento è stato alla stazione, io ci passavo spesso per andare da casa di mia nonna a dove dovevo andare, lui ci arrivava comodo con la moto da casa sua. Abbiamo deciso di non stare lì dove ci vedevano tutti, ma di prendere il treno e andare a fare un giro nella città vicino, dove c’erano portici e vetrine e non sempre la stessa gente. Avevo tutto il pomeriggio. Siamo saliti, il treno era di quelli un po’ vecchi e rumorosi, a scompartimenti, ne abbiamo scelto uno vuoto. Ci siamo seduti uno di fianco all’altro, ma spalla contro spalla era un po’ difficile parlare. Poi sembrava avessimo poco da dirci, infondo non ci conoscevamo ancora.
"Quella sera ero convinto che mi avresti risposto di no, ero già rassegnato" ha detto lui a un certo punto.
"No, figurati!" Ma devo essere arrossita.
"Dì la verità che non mi volevi!"
"No! E’ che non me l’aspettavo che me lo chiedessi".
Non potevo dirgli che credevo mi volesse il suo amico, ora che lo stavo guardando negli occhi e pensavo a quanto era infinitamente più bello del suo amico e di tutti quanti quelli che avessi mai visto.
"Meno male che mi hai detto di sì" mi ha detto avvicinandosi.
"Meno male…" e lì l’ho baciato.
L’odore della sua pelle mi sollevava da terra. E io non sapevo ancora. Tutti scomodi, lui con il corpo tutto contratto a fare attenzione a non esagerare, a non toccarmi che i fianchi, io stessa cosa, non più giù della cintura, ci siamo baciati fino a quando ci siamo accorti che il treno era fermo da qualche minuto in ferrovia. Per fortuna che faceva capolinea.

Da quel giorno, che era inverno, abbiamo iniziato a viaggiare in treno, su e giù da quella piccola stazione di paese per dove potevamo andare, scegliendo sempre le tratte con meno gente. A volte, tiravamo le tende e spegnevamo la luce nello scompartimento, sperando che nessuno entrasse. Una volta è entrato il controllore e ci ha trovati per fortuna vestiti distesi sui sedili, ci siamo messi tutti imbarazzati a fare scuse, e l’uomo ha un po’ sorriso. Birichini, ci ha detto. Mi strofinavo spesso, vestita, sul suo pisello, duro sotto i jeans, davvero duro. Ma non gli sbottonavo i pantaloni, mi pareva che non fosse il caso. Ma dopo un po’ di mesi, e dopo che la mia compagna mi aveva detto: "chissà che numeri che ti fai…" ho iniziato a farmi qualche domanda. Non avevo detto alla mia compagna che invece io ero ancora vergine e non sapevo in effetti perché stava con me alla fine, se manco poteva scopare. Lui sapeva di questa verginità e forse si era messo in soggezione, forse aveva interpretato male e pensava che io non volessi concedermi. Così ho deciso di organizzarmi, dovevo risolvere questa storia dell’imene, fare questo atto che pare così facile dopo, ma che a me sembrava difficile perché chissà come va a finire, magari non riesco neanche a aprire le gambe dalla paura, o non riesco a muovermi bene, e se poi lui mi fa un male tremendo, e poi se mi fa schifo? è così bello baciarlo e strusciarmi a lui, e delle volte è successo che glielo prendessi anche in mano, che lo accarezzassi che era così liscio, ma poi se invece proprio a fare quella cosa lì non ce la faccio poi magari lui mi lascia lì come una merda e io lo odierò per sempre. E non potremo più stare insieme, mentre io invece mi sa proprio che lo amo, che senza di lui a questo punto non posso più stare, che lo trovo così bello e con le labbra così dolci, e così gentile e premuroso che mi porta e mi viene a prendere dagli allenamenti, che anche mia nonna dice che me lo devo sposare perché è proprio bello e gentile. Però se qualcuno mi deve prender via questa cosa, che sia lui e basta.

Allora mi sono organizzata. Un giorno ho convinto mia madre a farmi stare sola a casa nostra e non nelle due stanze di mia nonna, perché ho raccontato che avevo dei compiti importanti da fare e tutta una serie di stronzate. Poi l’ho fatto venire su. Nella mia stanza in mansarda, lui ha preso la chitarra che io non avevo mai usato e l’ha suonata per un po’. Suono male, dice. Suonava male ma io non facevo caso, lo guardavo pensando: ora deve succedere qualcosa. Abbiamo iniziato a baciarci, e visto che non eravamo sul treno anche a spogliarci, e visto che nessuno ci poteva interrompere anche a toccarci. Io avevo solo più le mutandine e anche lui. Allora mi sono interrotta e gli ho detto: "Lorenzo, lo facciamo?"
Lui, fermo sopra di me, ha detto di no.
"Perché?" ho chiesto sottovoce.
"Tu sei il mio amore, io non voglio rovinare tutto."
"Fra poco arriva mia madre, ho detto, e mi sono rivestita. Mi veniva da piangere, ma cercavo di trattenermi.
"Ehi piccola, perché ti senti così? Non è successo niente di male".
Poi prima di andarsene ha scritto "ti amo" sulla mia lavagnetta di Lupo Alberto.

Quella frase l’ho tenuta ancora lì tanto tempo, anche se mio padre quando è salito in camera mia e l’ha vista si è incazzato come una furia perché era sicuro che quel giorno io e Lorenzo avessimo compiuto l’atto. E penso che lo creda ancora adesso che quel giorno di distrazione famigliare il ragazzo in questione sia venuto e mi abbia rubato l’innocenza, portato via il mio bene più prezioso, diciamolo pure, sverginato. E io ho provato per un po’ a dirgli che non era successo niente, ma lui rispondeva che si dice sempre così, che non è successo niente, mentre lui era sicuro che proprio quel giorno l’orribile e disonesto ragazzo avesse fatto quel che doveva fare e per giunta, cosa ancora più squallida, per scaricarsi la coscienza avesse scritto: "ti amo" sulla lavagnetta di Lupo Alberto. Insomma, tante volte l’ha detto che alla fine ho lasciato perdere di giustificarmi, e anzi mi sono convinta anch’io che quella sia stata la mia prima volta. A chi me lo chiede della mia prima volta, a meno che non sia molto intimo, dico: eh, fu con il mio primo fidanzato, una storia durata su per giù un anno e mezzo, eravamo molto innamorati.

Invece la mia prima volta è accaduta un po’ di mesi dopo che lui mi ha lasciato, per il fatto che mi ero fatta una canna contro la sua volontà. "Mi hai proprio deluso – ha detto con gli occhi severi - io ti avevo detto che non ero d’accordo, ma tu non mi hai ascoltato. Si vede che non te ne frega niente di cosa penso. Sei una drogata". Così mi aveva congedato.

Mi son presa il primo che mi è capitato, un ragazzo che neanche mi piaceva poi tanto, e ho scopato per la prima volta una notte, contro il volante di in una Seat in mezzo ad un prato di campagna circondato da boschi. Di bello solo il fatto che c’era la luna piena che illuminava tutto di blu. Mi ha fatto un male cane.

Il giorno dopo mi sono seduta ammaccata sul mio motorino e sono uscita di casa con una scusa. Era per buttare nei bidoni della spazzatura all’incrocio di casa mia le mutandine piene di sangue così tanto rosso che neanche fregando un bel po’ son riuscita a smacchiare. Le ho messe in una borsa di plastica e le ho infilate nello zaino di scuola. "Papà, posso andare fino da Elisa a studiare?" "Vai pure cara". Arrivata all’incrocio le ho lanciate dentro i bidoni senza neanche fermarmi, ogni tanto ci ripenso quando passo di lì.








pubblicato da d.voltolini nella rubrica racconti il 14 settembre 2009