Luigi Di Ruscio sprigionatore di parole

Roberta Salardi



Massimo Rizzante, nel saggio Non siamo gli ultimi (Effigie, Milano 2009), commenta un racconto di Asar Eppel’ (della raccolta Via d’erba, Einaudi, Torino 2002), in cui dei ragazzi, durante l’avanzata tedesca verso Mosca, in uno dei momenti più drammatici della storia, si divertono a lanciare vasetti di senape contro una fontana. "E’ la bellezza del presente ordinario," commenta Rizzante, "incastonato come un diamante nelle nefandezze del passato e della guerra."
In modo analogo nel romanzo Cristi polverizzati di Luigi Di Ruscio (Le Lettere, Firenze 2009), in un periodo di grande povertà e di massimo pericolo quale fu il 1943, dei ragazzini piceni, liberi di scorrazzare per i campi e largamente inconsapevoli di quello che sta accadendo intorno a loro, vanno in giro per giornate intere a nutrirsi di erbe e fiori, adottati da una natura feconda, trascurata dagli uomini. "Ai lati delle strade i cardi crescevano inesauribili, scoprivo sempre nuovi fiori mangerecci sfrondavo i rami più sottili e riempivo la bocca di fiori e foglie tenere, pascolavo su campi di sulla, solo le scorze degli alberi non facevano pasto… (…) Passava sui rami un’abbondanza esagerata: nelle case dei contadini c’erano solo donne e vecchi e quindi tutto era meno curato e sarà stato forse per queste mancanze di cure che tutto cresceva meglio… Godevo tutto…" (p. 38)

Passata la guerra, con la maturità, arriva la comprensione del proprio mondo, umile, emarginato e analfabeta, espropriato durante secoli duro lavoro, da una classe di ricchi proprietari fondiari e clericali.

Il dato biografico relativo all’ambiente d’origine ricorre frequentemente, e mostra fin da subito l’incolmabile contrasto sociale tra due mondi, quello dominante, con la sua umanità la sua lingua i suoi principi incarnati dal fascismo, e quello stravolto e quasi intraducibile degli oppressi: "Tutte le storie raccontate in maniera tanto diversa ed opposta, la menzogna del maestro espressa con un italiano illustre, dall’altra parte la verità che mi raccontava nonna con un linguaggio straziato che si sarebbe prestato solo all’irrisione, così ho intuito prestissimo che i linguaggi illustri, raffinati, aulici sono i linguaggi della menzogna, la verità si esprime con una verbalizzazione stritolata, inceppata e caotica, una verbalizzazione straziata." (p. 41).
L’adolescenza coincide con la fine della guerra e la liberazione. I partigiani vengono idealizzati in quanto portatori di un possibile riscatto: "Io avevo anni quattordici e sognavo di diventare partigiano, scappai via di casa e arrivai in un paese dove c’erano i partigiani che mi dettero un calcio in culo e mi rimandarono a casa: Vai a casa! Vai a casa, scemo! Ferito nell’orgoglio me ne tornai indietro, babbo mi chiese dove ero stato e io zitto, custodii il segreto del mio tentativo di essere anch’io tra i liberatori rossi e garibaldini. E nonostante il mio affabulare, mai sarò tra i liberatori. Allora mi chiudo qui, almeno a liberare le parole e poter dire come disse e scrisse il grandissimo poeta ho adoperato le parole che nessuno osava." (p. 56).
Un’aspirazione, quella alla liberazione dal carcere della lingua, che attraversa tutto il Novecento, da Heidegger a Lacan, e finalmente pare essersi incarnata in questo indisciplinato scrittore, figlio di semianalfabeti..

Scrivere diventa l’occasione della rivincita, cui viene dedicata totalmente la vita: "Sono poeta totale/ avendo adoperato/ tutta la mia intelligenza esclusivamente per la poesia/ per vivere tra voi/ è stato sufficiente tutto il mio cretinismo." (p. 174).
I testi della formazione sono i libri che il giovane riesce a trovare, ricercati come oggetti preziosi, o che gli vengono regalati, classici, manuali di grammatica, poemi di tutti i tempi… "L’Iliade è un libro più sacro della bibbia, c’è la pietà per il nemico sconfitto, nessuna pietà, per i filistei c’è solo il disprezzo e l’irrisione." (p. 71).

Le letture, i viaggi, le esperienze della vita vissuta permetteranno al protagonista narratore di capire meglio il suo proprio passato: "Vedevo la candida inettitudine dei miei genitori, vedevo la loro tragica esistenza non adatta ad essere un modello di vita, c’era da ammirare solo la loro incoscienza, erano giovanissimi quando mi hanno procreato. Tutta la loro incoscienza e tutta la loro inettitudine. Più che da un padre e una madre sono stato procreato da tipi che erano ancora figli, dopo tanto tempo ritornando dalle emigrazioni e riabbracciando mio padre ebbi l’impressione di abbracciare mio figlio, un padre che non mi ha mai comandato nulla e non mi ha mai dato nulla perché non aveva niente, era quasi analfabeta, un padre che come ha scritto Benjamin deve essere solo vendicato perché tutto quello che dovevamo ereditare ci è stato derubato…" (p. 90).

Di un’evidenza lampante è l’ingiustizia sociale ("…per i luterani e i calvinisti, è solo la fede che salva, la grazia è gratuita e disinteressata, non stanno ai vertici della piramide sociale i migliori, ma solo i toccati dalla grazia gratuita e disinteressata, e io cado verso l’inferno della base non perché sono peggiore degli altri…", p. 149), per cui il poeta è investito del nobile compito di parlar chiaro: "… nella fabbrica siamo terrorizzati, rimanere disoccupati significa cadere nell’ultimo inferno, è qui che dovete dimostrare il vostro diritto ad esistere, non siate feroci come è feroce il padre vostro nei cieli, troppa nobiltà per affrontare un universo di sbranatori, scrivere è mostrare lo squarcio, raggiungere i limiti estremi…" (p. 5); "Questo lavoro poetico è lavoro altamente scientifico, scopriamo le nuove particelle che danno nuovo senso al mondo e se il linguaggio quotidiano è molto stanco e smorto specie in questi periodi cadaverici e reazionari io poeta accelero vertiginosamente tutto ponendo il verbo alle alte velocità e faccio un casino peggio del casino dell’acceleratore di Ginevra." (p. 106).

L’odio per la Chiesa s’inserisce nell’odio più generale per gli usurpatori della ricchezza agricola, che si arricchivano alle spalle del duro lavoro delle masse contadine. Una Chiesa che tendeva, ancora negli anni ’50, a difendere pervicacemente i beni terreni di vescovi e arcivescovi agrari, e a scagliare minacce e scomuniche contro coloro che chiedevano giustizia, gli orgogliosi comunisti usciti vincitori nell’Italia liberata. Al confronto con le iniquità e persecuzioni perpetrate da ecclesiastici e inquisitori per secoli nelle terre dello Stato della Chiesa, acquista sempre più valore l’importanza del dubbio e dello scetticismo: "E’ necessario continuare a seminare dubbi, lo scopo dello scetticismo è ancora l’impassibilità e la mitezza d’animo…" (p. 97); "…mettete qualche dubbio in tutto questo essere e sarete meno feroci…" (p. 5).

Infine le speranze di fuga, l’emigrazione come unica chance per non fare il muratore pure lui come il padre ("Depresso da tutte le repressioni, la forza di gravità sociale diventa sempre più schiacciante…", p. 126; "Iniziavo un periodo d’improvvise partenze e precipitosi ritorni, tentavo di scappare da questa trappola, però sono stato sempre ringoiato, le partenze erano dello stesso numero dei ritorni, sono andato allo sbaraglio armato della mia sola faccia nuda, completamente disarmato, mi sono presentato allo scoperto come niente fosse, una visione cruda della vita che non sono riuscito a cuocerla…", p. 101). Nel 1957 l’autore emigrerà in Norvegia, dove lavorerà come operaio metallurgico per trentasette anni, si sposerà e avrà quattro figli; ma poco viene narrato nel romanzo di questa parte della sua vita, tranne che ad andare in bicicletta si sentirà sempre un re.

Per una sorta di anarchismo radicale e rivendicativo, il linguaggio rimane barbarico anche negli anni a venire, non limato, sgrammaticato, con costruzioni ad sensum, anacoluti, neologismi, sintassi contorta e distorta, con la frase principale che non regge più tutte le sottomesse frasi secondarie bene ordinate, le secondarie che si sganciano e disarticolano; la lingua sentita come carcere sociale e di classe, forzata il più possibile. Un masso verbale erratico (secondo Andrea Cortellessa nella prefazione), pieno di ridondanze, digressioni, ripetizioni, ma vivo e carico d’energia fantasiosa e liberatoria. Tempi verbali che progrediscono e regrediscono benché si rimanga fermi allo stesso punto, una dilatazione temporale in tutte le direzioni: "una scrittura che viene a sembrare dilatata in tempi indeterminati però tutti negli ultimi cinquanta anni di questo millennio" (p. 284), precisa l’autore.

"Bisognava fare molti lavori preparatori, continue riscritture per una poesia nuova e sfacciatamente sgrammaticata." (p. 120);
"Questa macchina da scrivere che trasmette con tutte le distrazioni e disperazioni." (p. 128);
"… qui c’è solo l’abbacinazione per la mia condizione disoccupata e straniata che diventerà anche emigrata…" (p. 151);
"… narratore naif di momenti di dolci tenerezze e scatenate rabbie, lingua corposa, frasi raggomitolate e continue eruzioni." (p. 197);
"Mi dicevo anche: POESIA COME INFANZIA DEL COMUNISMO." (p. 210);
"Non vogliamo romanzi come uova sode. Avanti con una continua espansione e continua decentrazione del tutto." (p. 235);
"Il Palmiro è un tipo malvagio solo per le regole grammaticate, ha un gusto matto per le deformazioni linguistiche non potendo o volendo deformare niente altro." (p. 223);
"… travagliato come sono dalle matte scritture smisurate e travagliate." (p. 248);
"… mi cadono tra capo e collo storie di tutti i tipi." (p. 249);
"Il nostro lavoro è come quello di chi tenta di scassinare la cassaforte, la cosa va fatta in silenzio e con calma…" (p. 266);
"… le scritture senza riprendere fiato, gli ingarbuglianti labirinti, sono uno scrittore del tipo più malfamato." (p. 273);
"… se scrivi del nascere devi trovare linguaggio allo stato nascente pieno e strapieno di vita futura ancora del tutto inesistente…" (p. 291).

Questo "romanzo non troppo romanzato", come lo definisce lo stesso autore (p. 107), è soprattutto concentrato nel primo dopoguerra ma si spinge a volo d’uccello per più di cinquant’anni della nostra ultima Storia, fino alle recenti questioni internazionali ("Finita l’epoca delle guerre mondiali iniziano quelle locali, inizia l’epoca degli sbranamenti locali, gli sbranamenti dove l’assassino rischia pochissimo, vengono assaltati popoli disarmati, vengono sbranati dall’alto poi sbranati casa a casa quando sono ridotti allo strazio ultimo, tenere le porte chiuse, trasformare le villette in fortilizi, inizia l’epoca degli sbranamenti, la belva libidinosa è pronta.", p. 207), come alle più comiche diatribe fra poeti, editori e scuole di scrittura: "Per scrivere le poesie sono necessari travagli profondi. Un uomo bene realizzato non scrive niente. Alle spalle bisogna avere la sconfitta, il crollo. Non si può servire due padroni. Una scuola per poeti è una stronzata, sarebbe una scuola per fare dei disgraziati, la sconfitta costringe a sostituire la realtà con mondi immaginari." (p. 198).

La visione del mondo resta tremenda ma comica: "… oggi il mito è quello di Sisifo, la gioia di lottare per un mondo migliore, portare la pietra sino alla vetta, ogni giorno sempre più vicini alla meta e quando la meta è stata finalmente raggiunta, ecco la catastrofe, precipitiamo nella merda, bisogna ricominciare di nuovo…" (p. 242); "Questo universo neppure sapeva di esserci, c’era solo un grande spasimo, alla fine fu creato l’occhio umano e dopo tanti spasimi finalmente l’universo si è visto e lo spettacolo non è stato lieto, un universo spaventoso che non sapeva di esserci, un universo spaventoso che sovrasta la nostra capacità di sopportarlo." (p. 281); "Per i letterati è una vita sognata che è diventata impossibile, non riuscire a vedere in maniera equilibrata gli orrori della vita…" (p. 125).

L’ultimo gesto ribelle di questo prometeico scrittore è il confluire delle sue "matte scritture" nella prosa dopo una lunga vita dedicata alla poesia (che era stata riconosciuta e premiata da Franco Fortini fin dagli anni dei precocissimi esordi con la prefazione alla raccolta Non possiamo abituarci a morire (Schwarz, Milano 1953), salutata come capolavoro del neorealismo): "Si sono invertite le parti, la poesia è diventato un fatto critico e la troverai meglio vagante nell’oceano della prosa, siamo rimasti fulminati e scottati giocando tra le altissime tensioni. Ogni verso speculato sino all’ossessione come se si trattasse di un sillogismo, il sorriso della spontaneità è rimasto nella prosa, qui è ancora possibile il libero gioco dell’intelligenza." (p. 240).
Luigi Di Ruscio è stato paragonato a un Gadda proletario, con tutte le sue disarmonie prestabilite, a un tarantolato Meneghello, a un Bohumil Hrabal verboso e bellicoso.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 14 settembre 2009