Videocracy

Teo Lorini



Proprio mentre nel Duomo di Milano e sul suo vasto sagrato si stipavano le circa 10.000 persone convenute per assistere alle solenni esequie di Stato di Mike Bongiorno, io mi trovavo a un paio di chilometri di distanza, in fila alla cassa di un cinema che proiettava un film proibito.
Benché si apra con le immagini in bianco e nero di un patetico spogliarello, ripreso 30 anni fa in un bar dell’hinterland milanese e poi trasmesso a notte fonda, la pellicola a cui stavo per assistere non appartiene al genere pornografico, né l’aggettivo "proibito" si riferisce ai divieti di una commissione che ne abbia inibito la visione a un pubblico minorenne. Ciò che fa di Videocracy un film proibito è la sostanza stessa della trasformazione sociale per cui lo Stato italiano ha celebrato, con gli onori destinati ai suoi cittadini più insigni, un conduttore di quiz televisivi noto per la sua bonomia distratta, per le sue gaffes e per la mediocrità totale e rassicurante che lo hanno reso oggetto di un celebre -e profetico- trattatello di Umberto Eco (Fenomenologia di Mike Bongiorno, 1961) pubblicato quasi mezzo secolo fa e rispetto alle cui conclusioni Mike non era minimamente mutato.
Realizzato dal regista italo-svedese Erik Gandini, Videocracy è un film sulla televisione che Mike Bongiorno ha contribuito a creare e che, simbioticamente, ha a sua volta reso Mike Bongiorno, nella sua sublime, archetipica mediocrità, un’icona che l’Italia ha ritenuto opportuno celebrare al pari di quegli statisti, di quelle vittime, di quei geni che Carla Benedetti ha ricordato qui.

Anche per questo del film di Gandini non si parla, non si deve parlare né sulle televisioni del Presidente del Consiglio né su quella Rai che ne rifiuta persino gli spot dicendo che "servirebbe un contraddittorio".
Partiamo allora proprio da questi spot, i quali altro non sono se non la sintesi dei primi 5 minuti del film. In essi si vede il bar già citato, una sorta di conduttore in smoking con antiquati baffoni e un marcato accento lombardo e una casalinga col viso coperto da una mascherina con veletta che ancheggia goffamente in reggicalze e inverosimili collant opachi. Le immagini sono alternate a scritte su fondo nero che dicono: "Trent’anni fa in Italia un piccolo esperimento televisivo crea una rivoluzione culturale". Ciò che segue è un montaggio progressivamente accelerato in cui Gandini condensa un minuscolo campione della quantità di nudi femminili che rendono la televisione italiana qualcosa di unico rispetto a tutti gli altri paesi del mondo.
Al termine di questo rapido susseguirsi di abiti sempre più ridotti che si sbottonano, che vengono lasciati cadere o strappati ad arte, l’infilata di seni, cosce, glutei inquadrati sempre più da vicino lascia il posto all’immagine di una parata militare a cui assiste, battendo le mani, il presidente del Consiglio, che, come tutti sanno, è anche il presidente delle televisioni italiane.

Che sia proprio qui il problema? E forse questo ciò che non si deve dire?
Sebbene Veltroni, D’Alema e i vari rappresentanti di quel partito che dovrebbe rappresentare l’opposizione da anni non facciano che ripetere che il possesso di metà della tv nazionale e il controllo dell’altra metà da parte di un solo uomo, un uomo politico, non costituisca un problema, sia un argomento superato, non cambi né orienti il voto degli italiani, nonostante questo la semplice giustapposizione dell’immagine di Berlusconi nel suo ruolo istituzionale e delle immagini di programmi trasmessi nella tv italiana si configura come un’affermazione scandalosa, un tabù, che non deve essere mostrato né tantomeno visto, neppure pensato. Qualcosa per cui è necessario addirittura "un contraddittorio".

Ma a cosa esattamente si dovrebbe contraddire? Qual è l’affermazione che va ribattuta, confutata? Il fatto che la televisione abbia un ruolo nella carriere dell’uomo che 15 anni fa è entrato in politica e che oggi è (parole sue) "il miglior premier che l’Italia abbia potuto avere in 150 anni di storia"?
Si dovrebbe forse negare che Berlusconi un tycoon televisivo?
Si può negarlo?

O il problema sono i nudi e l’immagine femminile che la tv italiana proietta e che è stata efficacemente analizzata nel documentario di Lorella Zanardo Il corpo delle donne?
Ma anche qui: si può forse negare che la televisione italiana abbia raggiunto e stia costantemente proiettando dagli schermi anno dopo anno, giorno dopo giorno, un tale livello di esposizione, di sfruttamento, di mercificazione, di umiliazione della donna ridotta alla mera funzione di corpo da mostrare, spogliare, commentare, migliorare chirurgicamente? Non mi viene in mente un singolo altro paese nel mondo in cui questo avvenga e si sia persino normalizzato in una weltanschauung mediatica in cui ogni nuovo palinsesto si spinge un gradino più avanti lungo questo percorso.
Forse allora quello che rende il trailer di Videocracy meritevole di essere bandito è il collegamento tra questa corsa all’abisso, frutto di una precisa strategia comunicativa, non certo casuale né legata a un singolo episodio o incidente (come, che so?, il citatissimo episodio del Superbowl 2004 in cui Justin Timberlake aveva -non si sa quanto incidentalmente- scoperto un seno della collega Janet Jackson in diretta tv) e quanto in Italia sta emergendo da mesi: l’ormai inequivocabile rapporto fra gli appetiti sessuali del padrone delle televisioni (quelle televisioni su cui la corsa al corpo della donna è iniziata) nonché presidente del Consiglio e l’assegnazione di posti nelle liste elettorali o di nomine istituzionali. È questo il collegamento che non si può, che non si deve neppure formulare? E che agli italiani non deve essere mostrato sulle televisioni da cui tracima quotidianamente quell’immagine di donna che ha informato di sé l’immaginario di una nazione?

A giugno, quando ancora le dimensioni dell’affaire Berlusconi-prostituzione-ricattabilità-nomine politiche, sembravano circoscrivibili all’incidente di percorso di un povero anziano, ricco e bavoso in egual misura, Tiziano Scarpa ha compiuto una riflessione sull’universo televisivo italiano che si concludeva così:

"Quello che avevo sempre pensato, riguardo alla televisione, e in particolare la televisione privata, le reti berlusconiane, la loro irresistibile ascesa, la loro conquista del predominio dei gusti del pubblico, era che fossero il frutto di una competenza specialistica, di oculate strategie di mercato, sondaggi sulle preferenze e le debolezze profonde della gente. Archetipi condivisi, esperienza commerciale, estetica dei media…

Stangone, bellezza, gioventù, culi, sorrisoni, femmine, grandi tette, dentature smaglianti, cosce in movimento: marketing. Nient’altro che marketing. O, se si vuole, populismo: assecondare i gusti triviali della maggioranza, colpire al basso ventre con una carezza vellicata. Dare alla gente robaccia, spettacoli triviali, perché, ahimè, è quello che in fin dei conti la gente vuole, anche se il padrone avrebbe ben altri gusti e desidererebbe offrire tutt’altra qualità. Doppia verità. Doppia estetica.

Quello che è venuto fuori in queste settimane è molto più semplice. Molto più umano. Le feste di Capodanno in Sardegna, i dopocena a palazzo Grazioli, le vacanze circondato da belle ragazze, il gelato gratis per gli ospiti, le donne fresche, sorridenti, dappertutto, la caricatura scadente della canzone napoletana, le barzellette in ogni occasione…

Lo spettacolo televisivo che ci ha proposto Berlusconi, da trent’anni a questa parte, il sogno in cui ci ha risucchiati, non era una strategia di marketing. Era quello che piace veramente a lui. Era il suo sogno. Quello che, appena può, lui allestisce scenicamente per sé stesso, dal vivo, intorno a sé, a casa sua, a palazzo, nelle sue ville, facendolo recitare in carne e ossa dalle sue giovani invitate, i suoi suonatori di chitarra, gli ascoltatori delle sue barzellette.

La tivù con cui ha conquistato l’Italia è esattamente la realtà che allestisce per sé. Nessuna discrepanza fra lo spettacolo riservato al principe e quello offerto ai sudditi. A ridosso della scena, dentro casa, con la tivù che ci recita in bocca, imbevuti dalla sua luce, siamo stati risucchiati dentro il sogno del padrone".

Videocracy non si limita a confermare queste considerazioni, ma lo fa entrando nella tv del padrone e facendolo raccontare alle stesse creature (collaboratori, dipendenti, partner in affari) che lui ha selezionato e collocato a controllare questa macchina.
Come il regista che sceglie le inquadrature del "Grande fratello" in un ambiente che gli addetti ai lavori chiamano "acquario", perché i corpi dei concorrenti si muovono dietro lastre di vetro, prigionieri degli stessi percorsi obbligati ed esposti dei pesci nelle vasche illuminate degli zoo.
È proprio Fabio, il regista del primo fra tutti i reality-show, di uno dei più grandi successi di share della televisione berlusconiana, a spiegare che la scelta del flusso di immagini femminili è direttamente connessa alla personalità del presidente, che è nutrita del suo immaginario, dei suoi sogni, delle sue visioni: ragazze prosperose, abiti succinti, glamour, colori sgargianti… Fabio arriva ad affermare che è molto forte la compenetrazione tra l’uomo Berlusconi e la televisione che quell’uomo ha prodotto.

Il regista rivela poi un retroscena che ancora una volta conferma il legame di cui non si deve parlare, il collegamento che non si deve fare.
Fabio spiega a Gandini che quando Berlusconi deve comparire a "Porta a porta", nelle vesti istituzionali di presidente del Consiglio, "Grande fratello" il programma di maggiore ascolto della rete ammiraglia del gruppo Mediaset, quello cioè che raccoglie più pubblicità, più denaro per le televisioni di Berlusconi, deve concludersi prima del solito, affinché gli spettatori, scientemente o magari facendo zapping, passino tutti sul canale dove appare Berlusconi, il quale ufficialmente da dodici anni non si occupa più della propria azienda televisiva (e tantomeno di quella statale).

È qui, anche qui, che il documentario aiuta a delineare e precisare una sensazione che confusamente attraversa le giornate e i mesi in cui io, umilmente, provo a riflettere e ad articolare un pensiero compiuto sulla società italiana e sulle impressioni che di essa mi trasmette la televisione: quella di un paese all’incontrario, un Mundus Alter, come nel titolo di un bel libro di Marcella Farioli sulla commedia greca del V sec.
Nella commedia archaia piove vino e scorrono fiumi di latte o di brodo, i sassi sono gustose polpette e le montagne polenta fumante, le bestie governano gli uomini e i bambini dettano legge agli adulti, in un immaginario che attraversa tutto il folklore europeo, innervando oltre alla letteratura il mondo della favola, l’arte figurativa, il cinema e che dà vita a due topoi, che si rispecchiano l’uno nell’altro: il Paese di Cuccagna e il Mondo all’incontrario.
Ecco: l’Italia della Videocrazia è una Cuccagna ininterrotta che nutre il Mondo rovesciato e ne nega il carattere paradossale e dis-topico, quello cioè di una utopia all’incontrario, fondata sul sovvertimento dei valori condivisi.
È il mondo dove l’appellativo di eroe non va ai servitori dello stato ma agli emissari della mafia; dove la scelta dei candidati alla cosa pubblica si basa sui criteri estetici e sulla disponibilità sessuale, non sulle competenze; dove ci si difende dai processi e non nei processi; dove il magistrato è un criminale, un pazzo che non deve permettersi di prendere la parola o di partecipare alla vita civile del Paese e sul giornale (sul Giornale?) scrivono invece i condannati per i reati più vari; dove la guerra è una missione di pace; dove l’oppresso che fugge dalla morte e dalla persecuzione è un clandestino, un ladro, uno stupratore; dove l’abbandono di miserabili, donne incinta, bambini, lasciati morire di fame o di febbre in mare diventa una "procedura di respingimento"; dove il naturale senso di fratellanza umana è disprezzato e schernito come "buonismo" e la cattiveria è invece celebrata come un valore finalmente riconquistato; dove si tagliano i fondi alla polizia per elargirli invece invece alla giustizia privata delle ronde; dove il giornalista non deve fare domande basandosi sui documenti ma invece può mandare avvertimenti, compiere intimidazioni e character assassinations sull’unica base di dossier dalla provenienza oscura, senza nulla provare ma solo in virtù di una "potenza di fuoco" senza pari; dove viene bandito dalla televisione questo film che dovrebbe invece essere mostrato in tutte le scuole (esattamente come Il corpo delle donne), per offrire una sia pur minima risorsa argomentativa alle generazioni di adolescenti cui ogni pomeriggio la televisione propone come modello unico l’esposizione di corpi mercificati, svuotati, sfruttati che affollano "Uomini e donne", "Grande fratello" e tutti gli infiniti cloni di questa televisione.
E invece, nel Mondo alla rovescia in cui si è trasformata l’Italia, ad avere bisogno di contraddittorio non è quello spaventoso tritacarne in cui si riducono in brandelli l’intelligenza, la dignità, il rispetto di sé e dell’altro, bensì un piccolo film indipendente che si permette di proporre un altro punto di vista, di operare una connessione fra le cose che sono sotto gli occhi di tutti e che pure devono ad ogni costo essere considerate distanti, separate, irrilevanti.

Tanti anni fa leggevo molta fantascienza e, in una strepitosa antologia curata da Fruttero e Lucentini per Einaudi, avevo incontrato un racconto di Robert A. Heinlein intitolato L’anno del diagramma.
Il protagonista si chiama Brian Breen ed è un matematico e astronomo dilettante che, dopo aver notato un’innaturale diffusione di notizie curiose, eventi inspiegabili, comportamenti apparentemente folli da parte degli individui più disparati, prende l’abitudine di codificare queste circostanze e riportarne i cicli su un enorme rotolo di carta millimetrata, accanto ai trend delle borse finanziarie, dei fenomeni naturali, degli incidenti automobilistici, delle correnti magnetiche ecc. A ciascuno di questi fatti Breen assegna un colore, tracciando un diagramma che rappresenti l’andamento di ogni singola categoria, come le curve, che nei film americani, si vedono appesi dietro la scrivania degli imprenditori:

"Piene del Mississippi, animali da pelliccia catturati nel Canadà, indici di borsa, matrimoni, epidemie, merci trasportate dalle ferrovie, invasioni di cavallette, divorzi, raccolti di frutta, guerre, piogge … Basta chiedermi: qui dentro c’è tutto".
"Lei vuol dire che persino il tipo che ha cercato di vendere il Polo nord è segnato su una di queste linee?"
"Contribuisce anche lui. E poi gli arceri Zen, i neotachisti che dipingono con acqua distillata, i fondatori della prima Chiesa Subacquea, i maniaci del matrimonio in paracadute, l’uomo che ha spinto col naso una nocciolina da New York a Philadelphia e i membri della setta Mitridate che prendono ogni giorno il caffè con una punta di veleno…"

Quando la sua interlocutrice nota che tutte le curve covergono decisamente verso un singolo punto del diagramma, Breen cita i lemmings e la periodica marcia della morte al termine della quale i topi migratori vanno a gettarsi in mare a milioni. Alla fine del racconto, le strambe misurazioni di Brian Breen si dimostrano azzeccate e una catastrofe attende l’umanità.
Quando penso all’Italia all’incontrario di questi anni, L’anno del diagramma mi torna in mente sempre più spesso.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 16 settembre 2009