Il bacio

Chiara Dotta



A me dare baci non è mai piaciuto. Ho la lingua corta rispetto al normale, se la allungo tutta davanti alle labbra non arriva più in là di un centimetro anche se sento la pellicina sotto tirare. Eppure c’è gente che con la lingua si tocca il naso, mia cugina per esempio, lei sì, mi dicevo a tredici anni, che un ragazzo vorrebbe baciare, con la lingua lunga così chissà che cosa non fa. Io invece sinceramente non ero contenta quando un ragazzo mi chiedeva un bacio. E una volta mi è anche capitato di incontrare uno che aveva la lingua più corta della mia e infatti baciandoci non ce la siamo neanche sfiorata, abbiamo solo incastrato le bocche e i denti. La storia è finita dopo poco. Invece un giorno ho baciato un ragazzo con una lingua lunghissima e che me la schiaffava tutta in bocca e pretendeva di farla anche muovere e a un certo punto ha insistito tanto laggiù in fondo dove ci sono le tonsille che mi è venuto un conato di vomito. Mi sono subito tolta, grazie al cielo non ho vomitato. Anche con questo non è durata molto. Se devo proprio essere sincera, un bacio che uno in particolare non me lo ricordo, eppure ho avuto tanti morosi, di alcuni ero anche molto innamorata ma mi capita di ricordare altre cose e non quello. Anzi sì, uno sì me lo ricordo, l’unico che mi ricordo alla fine. Eravamo a Barcellona, capodanno 2000 tra la paura della fine del mondo e l’esser contenti di esserci a vedere il nuovo millennio, che non capita mica a tutti di vedere il nuovo millennio, se ci pensi gli altri a cui è capitato vivevano nell’anno 999, pieno medioevo se non sbaglio, con la Chiesa e i castelli e i feudatari, valvassori e valvassini, se non sbaglio, non sono forte in storia. Invece noi eravamo a Barcellona con i taxi che non si trovavano e una piazza intera di bottiglie rotte, e petardi, e una fiumana di gente che ti portava via. E si andava da un locale all’altro del porto, tutti aperti, freddo e caldo che mi sa che mi viene una malattia, nel mentre bevo tanto, ballo un po’ qua, cambiamo locale, ok? Sì, cambiamo, andiamo in quello là con la musica house, poi in quello tutto rosso. Eravamo tre coppie d’amici, veramente erano amici fra loro i maschi, compagni di università, le femmine no, non si conoscevano, si sono conosciute lì. I maschi stavan lì a fare i maschi, le femmine: Federica, Elena e Giulia. Federica l’organizzatrice, colei che parlava spagnolo, che aveva trovato l’hotel, che aveva la cartina di Barcellona, che sapeva girare per aver girato altre mille capitali, bella e con il seno prorompente sempre informata sulle cose di cultura i musei e via discorrendo, poi Elena e Giulia. Il primo sguardo tra loro due che non si conoscevano è stato all’autogrill ancora in Italia, di stupore nel constatare tanta organizzazione della compagna di viaggio. Il secondo conseguente è stato di silenziosa intesa: allora noi ci caviamo fuori dalle decisioni, seguiamo le direttive, beviamo quel che c’è da bere, balliamo quel che c’è da ballare, scopiamo quando c’è da scopare con i fidanza, anche volentieri, che si vede che siamo due che non si tirano certo indietro quasi a niente. I fidanza contenti, siamo belle tipe, o almeno, non poi così belle perché tutte e due piuttosto magre che c’era poco da toccare per loro, ma che si arrangiano senza far troppe parole. E intanto ci si guardava. Parlare io e lei da sole non ci piaceva, magari a braccetto come fanno di solito le donne anche se si sono conosciute da un’ora soltanto, ci sembrava cosa proprio da femminucce che fanno crocchio mentre i mariti parlano delle cose loro, perciò niente da fare. Federica a volte cercava di inforcare i nostri gomiti per parlare “fra noi donne”, ma noi preferivamo parlare sempre al gruppo o per interposta persona. Di solito io e Elena manifestavamo punti di vista simili pur non dandoci apertamente ragione. Ogni tanto mi accorgevo che lei mi guardava con gli occhi semichiusi, sottili e scuri, poi quando io mi giravo e sorridevo distoglieva lo sguardo. Dopo un po’ mi son resa conto che cominciavo a sentirmi a disagio come quando un uomo ti osserva, un uomo che ti piace molto, uno dei pochi o dei nessuno che reputi così pieni di charme da metterti in agitazione. Poi mi è venuta voglia di guardare anche a me, come parlava, come ballava, mica tanto bene in verità forse perché troppo magra, troppo sportiva, forse anche un po’ anoressica, chi lo sa, ma non penso, anche a me lo chiedevano sempre se ero anoressica, ma io ho sempre mangiato il giusto anche di più. E con quel corpo beveva e reggeva come un uomo dicendo però meno stronzate di un uomo mezzo ubriaco, e io cercavo di starle dietro col bicchiere ma a volte mi sentivo proprio tutto girare. Una di quelle volte che sentivo tutto girare, in uno di quei locali aperti bui con un po’ di strobo e la musica da ballare, mi son staccata dal gruppo per andare in bagno a riprendermi. Mi faccio strada in mezzo alla gente e arrivo dove c’era più luce, davanti alla porta del bagno. Lì qualcuno da dietro mi afferra il polso. Una mano di femmina. Mi volto, Elena mi tira un po’ più in là dove c’era meno luce. “Volevo chiederti se posso darti un bacio”. Ho fatto di sì con la testa, mentre facevo un passo indietro e appoggiavo la schiena alla parete. Elena si è piegata verso di me, ha appoggiato una mano sul muro, poi ha inclinato il viso verso la mia bocca. Ho sentito le sue labbra morbidissime, più morbide di quelle che avessi mai baciato, la pelle che premeva sul mio viso più liscia e la lingua che entrava piano nella mia bocca. Coi maschi sono io che mi tolgo subito. Invece si è tolta lei. Mi ha guardato negli occhi da due centimetri che i nostri nasi quasi si sfioravano: “Sei bellissima”. Mi sono accorta che tremavo.








pubblicato da d.voltolini nella rubrica racconti il 13 settembre 2009