Un ossicino

Patricia Miriam Borenszstejn



(Questo brano, tradotto dallo spagnolo da Linda Pagli, è tratto dal libro dell’argentina Patricia Miriam Borenszstejn,"Hay que saberse alguna poesia de memoria (1974-1980: testimonios de una mujer argentina)", vincitore quest’anno del premio per la "Literatura testimonial" del "Premio literario Casa de las Americas" di Cuba).

Oggi stavo cercando un anello sulla mia toelette, e è apparso il mio ossicino. Io lo sapevo di averlo lì. In realtà l’ho preso quando abbiamo smantellato la casa dei miei vecchi. L’ha trovato Claudia, mia sorella, e me l’ha dato. Questo è tuo, mi ha detto. A dire il vero io lo regalai a mio padre. Però ora torna a essere mio. Perché papà ora non c’e più. È un ossicino. E l’ho fatto io. L’ho fatto io per mio padre, ma siccome mio padre non c’è più, ritorna a me. Il mio ossicino. Torna a me. Però questo ossicino non è mio. No. Credo che oggi devo fare qualcosa. Devo mantenere la promessa che ho fatto un giorno a papà, quando gli ho regalato questo ossicino. Sì. Oggi onorerò la promessa.

Io ti ascolto però non capisco, cos’è quest’ossicino? Mi chiede la mia amica Liliana.

Un ossicino è un intaglio d’osso. È uno dei tanti lavori manuali che facevamo in carcere. Era uno dei più comuni. Non credo che ci sia stata qualcuna che non abbia fatto un ossicino in carcere. C’era chi li faceva meravigliosi, c’era chi, come me, che faceva del suo meglio, però tutte, tutte le donne, almeno una volta nella vita, (in questa vita, voglio dire, che era una vita a parte dell’altra, ossia di questa) facevano alla fine un ossicino.

E questi intagli, com’erano grandi? Mi sto immaginando una specie di scultura, è così?

No, non era una scultura. Per niente. Per due motivi. Primo, perché gli ossi su cui intagliavamo erano molto piccoli e provenivano dagli stufati (chiamati normalmente "tombe") con cui ci alimentavano quasi tutti i giorni. O meglio, la prima cosa che facevamo quando ci arrivava la "tomba" era cercare gli ossicini. I migliori erano quelli di osso buco. Perché doveva essere un ossicino tenero e abbastanza grandino da permettere l’intaglio, ma non troppo delicato. Altro elemento importante è che non fosse fibroso dentro. Perché se no ti si scheggiava. Quindi l’osso buco era tra i migliori. Provaci e vedrai. È buono. Ovviamente moltissime volte la tomba veniva senza ossi. Non era facile procurarsi un buon ossicino. Insisto, bisogna saperlo trovare. Alcune ragazze erano esperte in ossicini. Tenevano stock di ossicini. Potevi andare a chiederne qualcuno, se ti serviva. Però la verità è che, nello stesso modo che lo scultore va alla cava a cercare la pietra, la cui dimensione e forma si adatt a ciò che vuole creare, nella stessa maniera, come lessi una volta, con cui Michelangelo si caricava la pietra sulla spalla, dalla cava al suo laboratorio, per sentirne il peso, per unirsi alla pietra, opera e operaio, bene, valga questo paragone umile, nella stessa maniera era bene farsene uno col proprio ossicino, cercando giorno dopo giorno, in ogni tomba, che si adattasse bene a quello che si intendeva fare.

E ti ho detto che c’era un altro motivo perché fossero piccoli, chiaro. Niente, niente di quello che facevamo poteva esser grande. Perché andava nascosto. È ovvio, tutto quello che facevamo era proibito. Naturalmente anche gli ossicini.

E cosa facevano con questi ossicini? Cosa c’intagliavano? Con cosa li intagliavano? Chiede Liliana, una delle poche amiche che prova curiosità per le cose che facevamo in carcere.

Quando si trovava un bell’ossicino, subito si lavava. Ben lavato, togliendo tutti i resti di carne. E dopo lo lasciavamo asciugare. Allora era pronto per essere intagliato. Si intagliava qualche figura in rilievo sopra l’ossicino. Prima si disegnava, poi si andava pian pianino, con un arnese tipo punzone, (naturalmente proibitissimo che credo facessimo con la cannuccia delle penne biro a cui attaccavamo col fuoco un pezzettino di qualcosa tagliente, sempre proibitissimo), bene, così, piano piano, si andava a mangiare parte dell’ossicino per lasciare la figura in rilievo. Ci potevi stare giorni a fare l’ossicino. Quando era pronto si bolliva nel tè. Per dargli colore.

Liliana fa la faccia di non aver capito bene. O sì. Non lo so.

Un giorno di questi te lo porto il mio ossicino, perché tu lo veda. Io non sono mai stata brava nei lavori manuali, così che il mio è molto semplice. Io a mio padre feci una A. Perché si chiama Abraham. Così gli disegnai un’elegante A maiuscola. Più o meno di 3 cm. di altezza per 2 di larghezza. Un piccolo rettangolino con la A in rilievo. Quando la terminai, gliela detti. E gli dissi che gli regalavo quella A che era l’iniziale del suo nome, perché se la prendesse. E che quando avrei avuto un figlio, gli avrei messo un nome che cominciava con la A, in modo che dopo lui potesse passare l’ossicino a mio figlio. Questa fu la mia promessa. Da uomo a uomo. Da mio padre a mio figlio. Come sapevo che avrei avuto un figlio? Non lo so. Però, sì, lo sapevo che quell’ossicino doveva essere per mio figlio maschio.

Ah questa fu la tua promessa. Però tuo figlio si chiama Emiliano, ti dimenticasti della promessa quando nacque?

No. Potrei dire sì, me la dimenticai. Ma che senso avrebbe che io menta qui? Se questo è il mio ricordo. No. Non me ne sono dimenticata. Solo che non le fui fedele. Mi dispiace. Sempre mi è dispiaciuto. Anche se mi piace avere un figlio che si chiama Emiliano. La verità è che cercai di trovare nomi che iniziano con la A, quando nacque nostro figlio. Non me ne piaceva nessuno. Ma c’è di più. Non dissi nemmeno niente a mio marito. Non gli parlai dell’ossicino. Né della promessa. Né dei nomi con la A. Non so perché non lo feci. Però non lo feci. Forse perché non volevo incatenare mio figlio a una storia che, curiosamente, era piena di catene…Quante catene. Quante.

Papà non mi disse mai niente. Si ricordava della mia promessa? Non lo so. È probabile di sì. Mi dispiace tanto. Papà mise una catena al mio ossicino. E credo che la portò per molto tempo.
Che fortuna che mia sorella abbia trovato la catenina con l’ossicino, quando abbiamo smobilitato la casa dei miei vecchi. Era caduta dietro uno dei cassoni della toilette di mia mamma. Così Claudia mi ha detto, prenditela. È tua. Tutto ritorna. Quello che uno dà, ritorna.

Così oggi do la catena con l’ossicino a mio figlio. La prende nelle sue mani. Io non dico niente. Cos’è? Mi chiede Emiliano. È una catena di mio padre, l’ho fatta io. Vorrei che tu la tenessi.
Com’è bella, dice Emi.
Sì, è bella.
Di cos’è, di legno? (Sembra legno per il color tè che la scurisce)
No, è un osso. La feci io in carcere.
Grazie. Dice Emi. E se la mette al collo.

Via. Oggi ho onorato la mia promessa. Via.


Nota sull’autrice

Più di tent’anni fa Patricia Miriam Borenszstejn fu arrestata per motivi politici. Trascorse sei lunghissimi anni nelle carceri argentine durante la dittatura ed ebbe la fortuna di uscirne viva. Oggi è professoressa di informatica al "Departamento de ciencias exactas y naturales" delll’ Università di Buenos Aires. Nel libro racconta la vita nel carcere. Dopo tanti anni ha deciso di raccontare, però non vuole denunciare. Perché tutto quello che c’era da dire sulle carceri argentine, sulle condizioni di vita e l’intento di sterminio morale e fisico dei prigionieri politici negli anni della dittatura è già stato detto o si dirà. Lei vuole raccontare solo le emozioni…aprire la scatola dei ricordi e sentirsi come ieri…" (L.P.)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica dal vivo il 12 settembre 2009