Un altro mare

Leonardo Guzzo



I soli paradisi non vietati all’uomo sono i paradisi perduti.
J.L. Borges

I

"I meno romantici dicono che il mare è lo stesso ovunque. Un unico mare immenso con centinaia di nomi e un solo volto d’acqua. E mentre tutto intorno cambia, dicono che il mare resti sempre uguale a se stesso, miracolosamente ringiovanito dalla grazia di ogni nuovo sole".
"Magari è pure vero. Dopotutto, quante volte ho bestemmiato al mare sempre identico, che non voleva decidersi a sputare una sagoma di terra… Ma giuro, in nessun posto, nessun’altra volta ho più sentito il tuono del Rio della Plata quando si scontra con l’Oceano. L’urto della corrente che si infrange sulle onde alte come case e solleva fumo e quintali di schiuma".
Era questo pressappoco che l’uomo pensava mentre rientrava a casa. Saliva la scala per raggiungere l’ingresso al piano alto appoggiandosi al corrimano di pietra e intanto cercava in tasca la chiave della porta.
Doveva essere molto triste o molto allegro: aveva appena finito di raccontare per la centesima volta la storia della sua vita.
Prima di aprire la porta si fermò, come se avesse dimenticato qualcosa. Guardò giù al pianterreno, vicino all’imbocco della scala, infilando lo sguardo tra i rami della pergola. Restò qualche minuto ad aspettare un rumore, poi si accontentò del silenzio.

Al pianterreno, vicino alla scala di pietra, c’era una porta come nelle altre case di pescatori. Nelle altre case i pescatori ci facevano passare le barche per portarle al riparo nei giorni di maltempo persistente oppure per eseguire qualche riparazione.
La sua porta era sempre chiusa, e dentro marciva il fasciame di una barca leggera e veloce. Bella, più bella di tutte le altre…
Un giorno l’uomo decise che non sarebbe più andato in mare: trascinò la barca nella sua officina di calafato, sbarrò la porta e la lasciò a marcire. Un giorno decise che aveva vissuto abbastanza e non avrebbe aggiunto altro alla sua vita. L’avrebbe solo raccontata, a chi voleva conoscerla, come l’aveva vissuta fino a quel momento.

Quando non stava in mezzo alla gente a raccontare la sua storia, l’uomo ripeteva ogni giorno le stesse azioni.
La mattina andava al porto, in punta al molo, a guardare il mare, oppure camminava avanti e indietro sulla spiaggia.
Al pomeriggio, dopo il pranzo, si sedeva sotto la pergola e contava il tempo. Finché non lo sorprendevano il tramonto o il mare lucido sotto il crepuscolo, oppure la sera e il suo improvviso silenzio. Allora l’uomo sapeva con certezza che aveva guadagnato un altro giorno.
Per grazia di Dio era ancora così.
Non si può dire con precisione che età avesse allora. Alcuni dicevano settant’anni, altri settantacinque. Ma a vederlo non sembrava così vecchio… Era ancora sano, robusto e vigoroso e si sforzava di mantenere atteggiamenti giovanili. Anche di mezza stagione camminava sulla spiaggia a torso nudo e si divertiva a tirare pietre per farle rimbalzare sull’acqua. Aveva cominciato a pensare alla morte, ma la guardava da lontano. E la morte non entrava mai nei suoi discorsi.

II

L’indomani l’uomo si alzò di buonora e trascorse tutta la mattinata in giro per il villaggio a spargere la voce tra gli "amici": chiunque volesse ascoltare la sua storia quel giorno doveva presentarsi un’ora dopo il tramonto a casa sua.

La casa dell’uomo si riconosceva facilmente perché era la più vicina al mare. Le travi che reggevano il pergolato erano piantate quasi nella rena della spiaggia.
La casa risaliva ai tempi di suo padre ed era piuttosto nuova: le case più vecchie del paese avevano centinaia d’anni.
L’uomo l’aveva comprata al ritorno dall’America. Aveva rimesso a nuovo il pavimento di legno e le travi del soffitto e poi aveva aggiunto uno strano abbellimento: dal tetto della casa spuntava l’albero di una paranza, con una bandiera sempre piegata in direzione del vento.
Non era nato in quella casa, eppure la venerava come il posto più bello del mondo. Perché là, all’ombra della pergola, legando serti di alici salate e lucidando conchiglie, aveva vissuto i suoi momenti migliori.
Ma questa era un’altra storia, che all’uomo non piaceva raccontare…

III

Un’ora dopo il tramonto l’uomo aspettava fumando una pipa riempita di tabacco americano, con l’assoluta certezza che gli "amici" sarebbero venuti. Era furbo, anche se non lo dava a vedere, e sapeva il modo di suscitare la loro curiosità.
Li attirava come branchi di novelli srotolando mappe e carte nautiche di antichi capitani di vascello, e quelli rimanevano incantati a leggergli in faccia segni di cose che a loro non erano date. Viaggiavano aggrappati alle coffe, schivando gli spruzzi e lo squasso delle code dei cetacei, restavano a lungo in attesa di veloci meraviglie.
Perché a volte gli occhi dell’uomo balenavano nel debole lume dell’olio di lucerna e qualcuno vedeva una chiglia avviarsi splendendo…
Dicevano che aveva vinto l’onda e la sua fiocina piegava il vento. Che ancora tremava del cielo fumante di burrasca.
Che l’onda allora tornava a cercarlo…
Viveva nella pancia di un veliero in secca. Solo, come poche cose: un’ancora sommersa, la luce di una barca in mezzo al mare.

Un’ora dopo il tramonto vennero l’avvocato Civardi, il medico condotto, il maestro della scuola e un’orda di pescatori più o meno giovani, con qualche donna. Vennero anche i ragazzi, e uno in particolare, che aveva il fuoco nelle mani.
La sera prima al villaggio c’era stato lo spettacolo del cinematografo e loro avevano ancora voglia di avventura…
Il cinematografo veniva ogni domenica d’estate da un paese vicino. Lo portavano due fratelli coi baffi sottili e i modi da artisti. Piazzavano il proiettore di fronte alla chiesa e facevano scendere un telo, sottile come un lenzuolo, sulla facciata. Poi ognuno si portava una sedia da casa e prendeva posto in mezzo alla piazza: in breve nasceva una platea disordinata divisa in due ali ai lati del proiettore.
Di solito si doveva pagare un piccolo prezzo per assistere allo spettacolo, eccetto il giorno della festa patronale e nelle altre ricorrenze: allora era il prete a pagare coi soldi delle collette.
In questi casi si proiettavano preferibilmente film di contenuto religioso: film sui miracoli, sulla vita dei santi o sulle apparizioni della Madonna.
La sera prima avevano proiettato L’arpa birmana.
Qualcuno si era divertito e qualcuno aveva pianto; tutti, nessuno escluso, erano rimasti a bocca aperta dallo stupore. Capitava sempre così: il cinematografo era fatto per stupire. Alla fine se ne tornavano tutti a casa col cuore pieno di meraviglia, ma quasi nessuno credeva veramente di saperne un po’ di più sul mondo.
Coi racconti dell’uomo era diverso. In quel caso ognuno vedeva ciò che voleva, usando la forza della propria immaginazione, e tutti facevano ben attenzione a capire esattamente quello che usciva dalla sua bocca.
I suoi racconti erano la sua vita e le cose di cui parlava erano il mondo.

IV

L’uomo fece accomodare i suoi ospiti all’aperto, sotto la pergola, e si sedette su una pietra del selciato, una di quelle pietre parlanti che esistevano da molto tempo prima di lui. Volle guardare gli altri uno per uno, per essere sicuro che fossero pronti e capissero…
"Parlaci dell’America, vecchio…".
L’uomo aveva rinunciato da tempo al voi, che nel villaggio si usava in segno di rispetto, e non provava nessuna vergogna a sentirsi chiamare vecchio. Per lui era un titolo d’onore, come signore o don, e anche meglio, perché lo attribuivano a chi aveva vissuto.
"Parlaci dell’America, vecchio…".
Il vecchio cominciò a parlare con la voce lenta, che odorava.

Non era la prima volta che gli ospiti ascoltavano la sua storia. Ma la sua storia era sempre diversa e si nutriva della luce della luna, dell’ombra densa nel fitto degli ulivi, del vortice azzurro che avvolge ogni notte d’estate. E soprattutto si nutriva dei loro pensieri, e dei loro sogni. Così potevano stare sicuri che anche quella volta avrebbero ascoltato una storia nuova.
"Sono partito nel 1914, il mese di maggio, su un piroscafo diretto a Montevideo. Avevo 26 anni e nessuna idea di quello che avrei fatto; ma qui c’era la fame, mentre laggiù si stava bene, dicevano, e quelli che c’erano andati non volevano più tornare".
"Il viaggio durò tre settimane e poteva finire male… Il piroscafo era fatto per contenere mille persone al massimo, ma a bordo ce n’erano almeno mille e cinquecento. A un certo punto mancò l’acqua e dovemmo comprare le bottiglie di minerale allo spaccio per lavarci la faccia. Poi, quando arrivammo a Montevideo, il molo dove dovevamo sbarcare era ancora in costruzione e allora il piroscafo affrontò un’altra notte di navigazione per attraccare in un porto più a nord. Dopo tornammo a Montevideo in corriera.
Pure così fu un viaggio fortunato: il tempo ci favorì e navigammo sempre un mare piatto – quieto e inoffensivo".
"E’ stata di certo la Madonna. La Madonna dell’Assunta che ci protegge, tutti noi del villaggio…". Una donna giovane, forse la moglie di un pescatore, diede la sua spiegazione in mezzo al consenso generale.
Quanto a lui, il vecchio sorrise. In vita sua aveva sempre sfidato i segni del cielo e si faceva beffe della devozione cieca. Poi ogni sera recitava una preghiera curiosa, in cui si raccomandava per il sonno ai Santi Evangelisti.

V

"Quando arrivai non conoscevo una parola di spagnolo e avevo forse i soldi per vivere qualche settimana in una pensione, la più squallida che riuscissi a immaginare. Ma questa, in fondo, era l’ultima delle mie preoccupazioni: all’America chiedevo molto di più che i soldi per vivere dignitosamente".
"All’inizio mi sistemai in una stanza dell’Atracadero di don Manoel Iriarte, una vecchia pensione nel bel mezzo del barrio portuario, e già l’indomani mi accodai a una comitiva di nuovi arrivati che andava verso il porto…
Quando si trattò di cercare un lavoro pensai subito al porto, senza ammettere alternative. Prima di partire avevo sempre fatto il marinaio e poi sotto le armi avevo imparato a leggere la bussola, a telegrafare, a tracciare una rotta e a riconoscere i venti. Ero sicuro che al porto avrei trovato qualcosa".
"Il porto di Montevideo era quasi allo sbocco del Rio della Plata, appena fuori dalla città. Si trovava dentro una piccola insenatura al riparo dalle correnti vorticose del fiume e dalle aggressioni dell’Oceano: per arrivarci bisognava attraversare un lungo tratto di spiaggia formato dai detriti del Rio della Plata e cosparso di rottami e scafi di vecchie barche.
La spiaggia era coperta da una specie di sabbia nera, che non era vera sabbia, però, ma piuttosto una melma viscida e pericolosa. Un marinaio che una volta si inoltrò dov’era più molle ci rimase fino alla cintura, e ci vollero tre volenterosi grossi come bisonti per tirarlo fuori".
"Non ho mai contato quanti moli avesse il porto di Montevideo. Ma di certo erano tanti, da non poterli contare facilmente… I marinai li percorrevano su e giù di continuo, alla ricerca di un imbarco, mentre i capitani scorrevano file interminabili di uomini davanti a ogni nave pronta per la partenza.
Pensavo che al porto, in mezzo a tutta quella ciurma di poveri cristi e farabutti, avrei trovato facilmente un lavoro. Ben presto dovevo rendermi conto di quanto profondamente mi sbagliassi…".
"A prima vista facevo sempre una buona impressione: ero robusto, composto, distinto addirittura, di quelli che ispirano subito fiducia; ma non sapevo una parola di spagnolo e a nessuno serviva un marinero sin palabras. Così, per più di un mese, rimasi a girare a vuoto sulle banchine. Di sera, quando anche l’ultima nave era partita e tutti gli affari erano conclusi e io restavo ancora a terra, mi mettevo seduto in fondo a un molo, su una di quelle bitte enormi che servivano per ormeggiare i transatlantici, e guardavo di fronte a me tutta la marina illuminata di Montevideo".

Davanti alla casa del vecchio le file della marea spezzavano i barbagli del molo illuminato. In alto la luna mostrava un segno strano, come un arabesco nel cielo.
"Parlaci della città…".
Gli occhi dell’uomo si accesero e allora disse parole insolite, diverse da quelle che usava normalmente. Parole che ogni volta diventavano più preziose.
"Non era cosa per il giorno la sua pelle bianchissima. Di giorno spuntava solo a pezzi, come una segreta, labile infezione del cemento. E stava tutto il tempo con l’orecchio teso, aspettando il fruscio della sera. Lungamente, fin quando il tramonto l’avvolgeva in un salone d’ambra: allora scioglieva i suoi smalti e danzava un singhiozzo di fiati".
"Alla notte non servivano stelle: soltanto i suoi fili di perle… Sotto quelli la città rimaneva a cullarsi, come una buccia di luna sul mare nero inchiostro".
Aveva cominciato a cercare queste parole molto tempo prima di raccontare alla gente la sua storia, per raccontarla a una persona che non c’era più ed era il suo unico pensiero laggiù, mentre guardava lo spettacolo della città di notte.

VI

"E di giorno? Com’era la città di giorno?":
"E chi l’ha vista mai la città di giorno… Mi svegliavo che il sole non si era ancora alzato e quando tornavo si era già coricato…".
Il vecchio rise per rassicurare i presenti che stava esagerando. Dopo riprese con un altro tono: "Le calles erano piene di botteghe e banchi di venditori ambulanti, sempre affollate di gente che entrava e usciva dai negozi, combinava affari e si scambiava pesos, o semplicemente passeggiava, avanti e indietro, in tondo, senza meta…
I negozianti, fermi in piedi sulla soglia dei negozi, chiamavano i passanti e gli facevano l’elenco di tutto quello che avevano e che a loro poteva servire. E quelli perlopiù si lasciavano convincere a comprare qualcosa; ma quando avevano detto di no, era no assolutamente, e rimanevano irremovibili.
Per strada alcuni uomini, provenienti dal porto o dall’interno, portavano grosse ceste piene di mercanzia, infilate dentro lunghe aste che reggevano sulle spalle. I bambini si riunivano in gruppi e giocavano a ricopiare sul selciato, col carbone, i numeri delle abitazioni".
"Non è facile spiegare Montevideo. Non sembrava nemmeno un’unica città, ma piuttosto l’insieme di tante città diverse… Nel rione del porto le case erano addossate come le cabine di un transatlantico e più in alto di tutto saliva il suono di corno delle navi a vapore e il vocio dei mercanti e dei banditori. Poi c’era il quartiere presidenziale, dove gli impiegati giocavano a scacchi nei caffè e le donne con gli ombrelli passeggiavano nei viottoli di un giardino enorme. Nel giardino c’era un palco per l’orchestra, dove suonavano danze e canzoni allegre, e giusto al centro si trovava la casa del presidente".
"Verso la periferia la scena cambiava completamente: le ciminiere e i pennacchi di fumo svettavano sul quartiere degli operai, perennemente coperto da uno strato sottile di fuliggine, e ancora più fuori tutto il confine della città era disseminato di ranchitos, villaggi di baracche fatte di canne, sterco e lamiere.
Erano un ricettacolo di malattie, privi di ogni conforto e comodità; dentro ci abitava gente poverissima che viveva libera e ribelle a qualsiasi costrizione. Di tanto in tanto il governo cercava di trasferirli dentro abitazioni più confortevoli, coi bagni e l’acqua corrente, ma quelli resistevano qualche settimana al massimo, poi tornavano alle baracche".
Il vecchio sorrideva, perché allora quegli uomini gli erano sembrati dei pazzi e dei selvaggi, mentre adesso gli veniva da dire solo che volevano restare liberi.

"Che gente era laggiù?".
"Era gente semplice. E onesta… Nei quartieri più poveri di notte dormivano con la porta aperta.
Era gente dura, ma compassionevole. Pura, come i cavalieri antichi.
Per strada il più forte guardava dritto in faccia e il più debole abbassava gli occhi. Il più forte passava per primo, il più debole cedeva il passo e cercava di nascondere la vergogna.
Era gente malinconica, di una malinconia che nasceva nel sangue. Ma sapeva essere felice come nessun altro.
Era gente affabile, cortese con tutti. Ti salutavano senza conoscerti, e se acquistavano appena un po’ di confidenza diventavi un compare e potevi chiedergli di tutto.
Don Manoel Iriarte, il padrone della pensione dove alloggiavo, era arrivato in Uruguay dalla Spagna sessant’anni prima e conosceva, almeno in parte, la sensazione di essere straniero. Quando consumai gli ultimi soldi che mi ero portato dietro all’inizio del viaggio mi fece credito per un mese intero, finché non trovai un imbarco su una baleniera che pescava nell’Oceano".

VII

"Adesso comincia a parlare dell’Oceano…".
Uno dei presenti lo sussurrò all’orecchio del vicino.
Poi il vecchio sentì chiaramente una voce.
"Raccontaci dell’Oceano, ora. Di come è il più vasto e avventuroso e crudele dei mari…".
Il vecchio si divertiva sempre ogni volta che sentiva apostrofare il mare come un nemico con la spada o un compagno leale, oppure come una donna capricciosa. Per lui il mare non era un uomo né una donna. Non era né maschio né femmina.
Il mare era un sentimento. Di lotta, come quando era giovane, o di pace, come adesso che si sentiva meno forte.
Il mare era lui stesso – vecchio burbero egoista – la sua anima spiegata senza confini…
Non credeva neppure che dal mare si potesse imparare qualcosa. Come dalla vita degli uomini, d’altronde.
Dentro il mare c’era tutto e il contrario di tutto.
"Un uomo portava al pascolo le sue pecore sul dorso di una montagna, e dal crinale vide il mare tutto calmo e azzurro e pensò che sarebbe stato bello andarsene per quel mare invece di inciampare e rompersi i piedi sui sassi. Allora vendette le sue pecore e comprò un bastimento per fare il pescatore. Ma al primo viaggio il mare si gonfiò improvvisamente e gli si rivolse contro, affondando il bastimento. L’uomo si salvò per miracolo. Era disperato, perché aveva perso tutto, ma doveva sempre vivere.
Lavorò per molto tempo sotto padrone, finché guadagnò il denaro sufficiente per comprare altre pecore. Poi tornò a pascolare.
E tornò sul dorso della stessa montagna, e vide di nuovo il mare tutto calmo e azzurro e l’orizzonte abbagliato dal sole. Non poteva essere lo stesso mare che l’aveva quasi affogato e gli aveva distrutto il bastimento…
Allora l’uomo pensò che il suo incidente era stato solo una circostanza sfortunata e non era certo colpa del mare. Vendette di nuovo le sue pecore per comprarsi una barca e tornò a fare il pescatore.
Per un anno, ogni volta che prendeva il largo, il mare fu calmo e azzurro, come l’aveva visto dal dorso della montagna. L’uomo prosperò e alla sua barca aggiunse un’altra barca, e poi un’altra e un’altra ancora, finché ebbe una flotta. Poi un giorno, mentre era al largo, il mare si gonfiò all’improvviso e cominciò a ruggire, e in un attimo diventò una furia incontrollabile e disperse la flotta.
L’uomo si salvò e pianse, perché di nuovo non aveva più niente e non sapeva da dove ricominciare.
Tornò sul dorso della montagna, solo, e il mare era ancora calmo e azzurro e bugiardo. Lo guardò con l’aria di chi aveva finalmente imparato la lezione, poi disse soltanto: "Dondola pure quanto vuoi, che io rimango quassù".
Questa storia gliel’aveva insegnata suo padre, e il vecchio era arrivato fino in America per scoprire che diceva la verità.

"E insomma, com’era l’Oceano?".
"Aveva cento facce e non saprei dire quale fosse quella vera. Era bello sotto il sole, di un colore azzurro intenso e luminoso; troppo bello per essere vero… E infatti l’Oceano non era quello. Il vero Oceano compariva forse un attimo prima della tempesta. Quando tutto era calmo, e falso. E stava per succedere qualcosa di terribile…".
Ora il vecchio confondeva il passato col presente.
Non aveva mai avuto paura del mare laggiù. Anche se l’Oceano gli aveva portato via molti compagni, valenti uomini di mare, sprezzanti del pericolo e capaci di governare una barca in qualsiasi condizione. La prima volta che provò paura era già vecchio e già da molto tempo aveva fatto ritorno al villaggio.
Successe una notte, che il mare ringhiava e si abbatteva sulla spiaggia e le lingue d’acqua sfioravano le travi del pergolato a pochi metri dalla sua casa. Lui era dentro, al riparo; aveva il crocifisso sul letto e l’amuleto che un giorno gli aveva donato un indio del Paranà. Ma era solo, senza l’unico pensiero che aveva scelto di pensare…
Non c’era niente che dovesse ancora fare, più niente per cui doveva assolutamente sopravvivere.

VIII

Una luce a mare percorreva avanti e indietro il tratto di costa opposto alla casa del vecchio. Era quasi certamente di una lancia che setacciava l’insenatura, nella parte più profonda, in cerca di polpi.
Da lontano la luce del fanale si dilatava e inghiottiva anche i remi, lo scafo, la chiglia. Così, in lontananza, tutta la barca sembrava un’unica luce, che si aggirava scivolando sull’acqua.
"Le rotte delle baleniere nell’Atlantico erano tracciate da secoli… Noi giravamo al largo della Patagonia, tra le isole Malvine, la Georgia Australe e Tristan da Cunha, tranne quando ci spingevamo più a nord, a caccia di capodogli nei mari caldi.
Di solito le balene si muovevano in gruppi di venti-trenta esemplari e in quell’assetto erano praticamente inattaccabili. Colpire un individuo nel mezzo di un branco significava provocare la reazione di tutti gli altri.
Per questo prendevamo di mira gli esemplari che si attardavano – i più giovani e deboli – oppure provavamo, con una serie di accurate manovre, a tagliare fuori quelli che nuotavano in coda. Una volta isolata la preda, poi, il battello si metteva a seguirla, ruotandole intorno e aspettando il momento più propizio per l’arpionatore.
L’uomo dietro il cannone non aveva a disposizione molti tentativi: l’ideale era che facesse centro al primo colpo. Ogni tentativo fallito accresceva le speranze di sopravvivenza della balena; ma non appena l’agganciavamo, in quello stesso istante il suo destino era segnato: la punta dell’arpione esplodeva nella sua carne in centinaia di schegge e apriva ferite dolorosissime.
Un muggito e un sussulto, che si propagava sulla nave come una scossa di terremoto, erano l’ultimo vero segnale di resistenza. Poi la balena scivolava in una lunga agonia senza speranza".
"I giorni di caccia erano forsennati, riempiti dai muggiti assordanti della preda, dal rimbombo cupo del suo grande sangue, dal supplizio della sua vita interminabile… Di notte, poi, si dormiva a stento nel timore di un fremito o perfino di un improvviso, miracoloso risveglio dell’enorme cadavere che pendeva dall’argano a poppa. Così, a turno, due o tre marinai restavano di guardia sul ponte, sotto le stelle nitide dell’inverno australe".
"Io cominciai come aiutante. Ficcavo le fiocine nella carne della balena quando era stata arpionata e la nave si era fatta abbastanza vicino. Poi un giorno l’arpionatore rimase ferito durante una manovra, e risultò che io ero il più preciso di tutti gli aspiranti sostituti. Da allora nessuno riuscì più a scalzarmi dal cannone".

Di tutta quella vita al vecchio non era rimasto più niente, e molti si meravigliavano perfino di come riuscisse a vivere adesso.
"Ma anche allora non era solo avventura… Anzi, l’avventura se ne stava per lo più nascosta dietro cose tranquille e monotone. Lunghe attese, sonni profondi, fantasticherie sull’orizzonte e discorsi coi fantasmi…".
I ragazzi lo guardavano con gli occhi sgranati e lucidi di febbre.
Stavano bene, però, non soffrivano di nulla.
Soffrivano del nulla.
Di fronte a loro il vecchio gli insegnava che di nulla si poteva vivere. Certo per lui era più facile, perché aveva visto il mondo…
"Basta ricordarsi quello che tutti abbiamo imparato fin dall’inizio. Temere la notte e farsi vincere dal sonno, ripararsi dalla pioggia, sorridere al sole, togliere la polvere dai ricordi e mettere da parte un po’ d’aria dei giorni migliori… Le cose più semplici sono le più giuste".
Che lui stesso disobbedisse a queste regole non faceva testo. Era un vecchio strano, e gli piaceva camminare sotto la pioggia.

IX

Quando la sera diventò più umida gli ospiti furono invitati a trasferirsi in casa. Il vecchio li fece accomodare alla meglio nella stanza più grande e lasciò che si guardassero un po’ intorno prima di continuare la storia. Sopra un mobile a cassettiera con uno specchio, sul tavolo da pranzo e sullo scrittoio era sparsa una ricca collezione di conchiglie. Erano ancora a centinaia, ma sempre meno… Ogni sera il vecchio ne prendeva qualcuna e così com’era, svuotata e lucida, la restituiva al mare.
"Dopo due anni di caccia alle balene ero stanco, e tornai al porto per cercare qualcos’altro.
Non era più come la prima volta: in due anni di navigazione sull’Oceano avevo imparato lo spagnolo dei marinai e io stesso mi ero conquistato una solida reputazione di marinaio esperto e previdente. Fu così che mi ritrovai capitano di un bastimento sul rio Uruguay.
Al porto cercavano qualcuno che sapesse leggere e scrivere, conoscesse i venti e fosse capace di governare una barca; ma in fondo bastava qualcuno che sapesse leggere e scrivere… Era un posto del governo, alla guida di un vecchio cutter della marina mercantile con quindici uomini di equipaggio, me compreso. Dovevamo caricare viveri e altra merce a Montevideo e trasportarli, tappa dopo tappa, nei villaggi dell’interno".
Il bastimento aveva una cabina per il comandante, con un letto di legno scomodo che gli faceva rimpiangere il saccone – il materasso riempito di sfoglie di grano turco dove si era abituato malvolentieri a dormire quando era ancora a casa sua. Ma al comandante spettava di diritto almeno un pasto giornaliero: quanto a questo l’uomo non rimpiangeva le stagioni di magri pasti, e talvolta perfino di digiuni, al villaggio.
"E dicci, vecchio: come si chiamava la nave? Avrà avuto un nome…".
L’uomo si passò una mano sulla fronte e l’appoggiò alla tempia. Provò e riprovò senza riuscire a ricordarsi; alla fine si arrese. Poi si strinse nelle spalle e allargò le braccia, fece un sorriso imbarazzato.
Quand’era così lui per primo si sentiva vecchio.

"Per prima cosa risalivamo il Rio della Plata fino a Carmelo e subito dopo imboccavamo le anse del rio Uruguay.
Da lì cominciava la distribuzione…
Appena arrivati a destinazione caricavamo la merce su un paio di scialuppe e la trasportavamo a terra, oppure i capi dei villaggi venivano a prenderla direttamente a bordo accostandosi con imbarcazioni lunghe e sottili, simili a canoe.
A volte ci fermavamo nel villaggio di turno a trascorrere la notte e a festeggiare con la popolazione. Ma gli abitanti si mostravano perlopiù freddi e diffidenti. A parte i capi dei villaggi, gli altri parlavano una lingua incomprensibile: charrua, la chiamavano i miei compagni di viaggio".
"Dopo Paysandù la vegetazione sulle sponde del fiume si infittiva e noi entravamo nell’Uruguay più antico e selvaggio. Laggiù, in mezzo ai llanos di foresta vergine e agli indigeni seminudi, ci sentivamo come i primi uomini".
Sul retro della sua casa l’uomo aveva creato un giardino di piante tropicali. Le più vecchie le aveva portate lui stesso dall’America e molte venivano proprio dalle sponde del fiume Uruguay. Manghi, palmizi, avocados crescevano alla rinfusa, più o meno adattati al clima temperato e all’aria salmastra del villaggio.

"Facevamo due viaggi all’anno, uno alla fine di settembre e l’altro all’inizio di gennaio, quando il clima era più favorevole. Risalire il rio Uruguay poteva richiedere mesi ed era un’impresa tutt’altro che facile.
Il fiume era disseminato di gorghi, mulinelli, secche. Spesso le correnti contrarie ci spingevano verso le sponde, a contatto con la vegetazione, e ci volevano giorni per sbrogliare le coffe e riparare la velatura. Una volta il bastimento si incagliò in un banco di sabbia e restammo fermi due settimane, accampati sulla nave, aspettando che le piogge rialzassero il livello dell’acqua.
A tanti rischi corrispondeva una ricompensa generosa, almeno per il capitano. In tre anni guadagnai abbastanza per tornare".
"E così alla fine hai fatto fortuna, vecchio…".
"Fortuna? E chi può dirlo… Ho fatto quello che potevo. Molti di quelli che erano con me ne hanno fatta di più, qualcuno di meno… E altri hanno fatto la loro fortuna rimanendo qui. Ma la mia vera fortuna è stata vedere l’America".
"Allora perché sei venuto via?". Tutti contemporaneamente guardarono un pescatore dalla faccia nuova, l’incauto responsabile di quella domanda.

X

"Per lei". L’uomo non aveva bisogno di aggiungere altro, perché i suoi ospiti conoscevano bene questa parte della storia.
Lei era sua moglie: non era più bella o tenace delle altre donne, ma aveva il dono di farsi amare… Ai suoi tempi tutti i giovani del villaggio ne erano innamorati, e anche lui, che aveva il dono di renderla felice. Prima di partire le aveva promesso di sposarla al suo ritorno e un giorno tornò dall’America per sposarla.
Da quando era morta l’uomo si era messo a lutto e non era andato più in mare. La forza spaventosa che serviva per resistere a quella tentazione gli bastava a vincere il dolore dell’assenza.

Rinunciare all’America per una donna: questo dopotutto aveva fatto il vecchio. Tra l’infinità di pensieri possibili lui ne aveva scelto uno solo, per mantenere una promessa…
"Dì il vero, Non deviare, Resta fedele, Mantieni le promesse: sono i comandamenti della vita. Se li infrangi non scende nessuna punizione, nessun fuoco dal cielo. Semplicemente perdi il gusto di vivere".
Dopo di questo il vecchio non disse altro. I suoi occhi volarono ai confini della notte col silenzio e non tornarono più, per quella volta.
Non era un santo e in America aveva lasciato anche un figlio. Così almeno credeva la gente del villaggio, visto che ogni mese, da molti anni ormai, scriveva una lettera e la spediva a un indirizzo misterioso in un’avenida di Montevideo. Dentro le lettere si rivolgeva a un certo Pedro e gli parlava con affetto, come se fosse un vecchio amico o un figlio, appunto.
All’inizio si faceva correggere ogni lettera dall’avvocato Civardi, per essere sicuro di non commettere errori. Finché un giorno l’avvocato gli disse che non aveva più bisogno di nessuna correzione, perché ormai aveva imparato a scrivere meglio di lui.

Quelle strane lettere, il giardino pieno di piante tropicali e il piacere di raccontare la sua storia erano rimasti l’ultimo legame dell’uomo con l’America.
Quando i ragazzi gli chiedevano perché, se l’amava così tanto, non ci era più tornato, il vecchio rispondeva che non avrebbe saputo più raggiungerla, per vedere un’altra volta la malinconica Montevideo, il porto dai cento moli, il Rio della Plata. E aggiungeva sempre che nessuno meglio di loro poteva aiutarlo a ritrovare quel posto.
Ma era un vecchio strano e forse mentiva.
Quando gli portarono una carta geografica con il posto segnato ben in evidenza e le rotte delle navi che attraversavano l’Oceano per raggiungerlo, scosse il capo: disse che quello dove aveva vissuto era un altro posto, su un altro mare.

XI

Il giorno dopo l’uomo tornò a fare come faceva sempre. La mattina camminò sulla spiaggia e dopo il pranzo si mise all’ombra della pergola a contare il tempo.
Alle sue spalle, nascosti dietro la pergola, i ragazzi lo spiavano. E uno, che aveva il fuoco nelle mani, scriveva ogni tanto qualche parola:

L’estate scorre come un siero e il vecchio annusa il vento.
Il tempo si perde dolcemente
in cerchi,
la pace tra resti di battaglie.

Il vecchio ha un lento bagliore di scaglia,
mastica pieno, sonnecchia
poi apre due spiragli sulla sera
che scivola
con un tintinnio di sonagli.

[Dedicato a mio nonno, a quelli che hanno attraversato l’Oceano, alle loro Americhe]








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 10 settembre 2009