La rivoluzione omosessuale è entrata nelle case

Maria Cerino



“Mi aspettavo di più da questa gente, invece salta fuori che anche in loro non c’è un minimo di realismo” , come Philip Roth – ne L’animale morente si lancia in un’invettiva contro il matrimonio e gli sembra assurdo che l’unica categoria umana immune da quel tipo di gabbia sociale (gli omosessuali) faccia di tutto per vedersi riconosciuto il diritto a sposarsi – mi è apparso innaturale che ci si aspettasse onestà da parte dei concorrenti del primo reality di coppie gay (tanto dal pubblico quanto dagli ideatori). E che qualcuno si prendesse la briga di informarmi della definitiva fine del primo fidanzamento gay televisivo, poi, assolutamente superfluo. Fatti che una qualsiasi rivista di pettegolezzi avrebbe citato tra le notizie in breve, nelle prime o ultime pagine se i protagonisti fossero stati etero, a me sono arrivati in forma privata, come una sorta di rettifica colpevole.

La sera prima avevo parlato con l’autore di Made in love – un Uomini e donne a stampo omosessuale mandato in onda da un’emittente locale napoletana –, Diego Di Flora, che con la voce rotta dalla commozione (tipica del pioniere) aveva detto che sì, finalmente sì, la rivoluzione omosessuale è entrata nelle case. <>, continua e il tono da commosso diventava battagliero in un secondo, da politico che ha appena ricevuto i dati aggiornati e i sondaggi lo danno vincente. <>; e poi racconta del bacio <> tra due dei concorrenti, del trasporto, dell’emozione della gente – non dice pubblico, anche se è di pubblico che si sta parlando – nel vederli durante una cena a lume di candele accarezzarsi, prendesi le mani e poi cedere a una passione un po’ impacciata di chi pur stando nella più banale delle situazioni vive la più eccezionale delle esperienze, <>. Il matrimonio prima dell’invenzione del divorzio, se avessi conosciuto una sposina di provincia prima degli anni sessanta avrebbe avuto quella stessa luce negli occhi, scommetto. E le lotte civili degli anni settanta sembrano non riguardare le vittorie di questa compagnia di minoranza che desidera il corteggiamento, le rose rosse, il matrimonio e i figli. Gli omosessuali sono un anacronismo, l’ultima città incantata del mondo occidentale. Hanno un’ostinazione che, per esempio, non ho mai visto in mia madre pure femminista pure progressista.

<>, per Diego la serietà è un elemento fondamentale, più di ogni cosa lo voleva sincero il suo programma, un reality fatto da persone vere che raccontasse una verità più ampia, una normalità alla portata di tutti. <>, è impensabile poter partecipare alla fiducia nell’amore, nel prossimo e nella televisione insieme. Entusiasmo privo di cinismo, <>. Quando mi è arrivato l’sms di Diego <>, ho dovuto combattere contro un impulso paternalistico a telefonargli e consolarlo da una così grande delusione. Come se avessi avuto il primo uomo della storia nudo davanti a me vestita, come certe madri meridionali con tra le braccia un figlio che soffre per amore, come se avessi dovuto spiegarglielo io come funziona il mondo dopo che la televisione gliene ha dato una prima versione realistica, come se improvvisamente avessi dovuto adeguarmi a un bambino desideroso di credere ancora in certe bugie in cui sopravvive il senso di una moralità superiore, o di contro cedere a una pratica crudele di svezzamento e cospargersi peperoncino sui capezzoli prima di allattare. È incredibile come la televisione trovi sempre nuove forme per suggestionarci, anche quando la struttura di un programma è tra le più trite (metti un uomo e una donna soli una sera al tramonto, per esempio). E il mondo gay, invece, sia in grado di riabilitare figure ostiche all’opinione pubblica come la prostituta Holly Golightly di Truman Capote, come l’esercizio della fedeltà e del matrimonio, come il più criticato dei programmi tivù, per ultimo; e un belloccio seduto su un trono che sceglie con chi uscire tra venti ragazzi, pescando nel mucchio, non è il più abusato dei cliché della programmazione degli ultimi anni, non è una farsa a cui partecipiamo con sentimento consolatorio o dissacratorio o semplicemente arresi, ma è segno di grande cambiamento, è il ribaltamento di un immaginario collettivo. Come piace dichiarare a Diego in ogni intervista, dando per scontata la necessità di Made in love, <>.








pubblicato da m.cerino nella rubrica emergenza di specie il 20 agosto 2012