Sogno feudale

Andrea Tarabbia



Di tutte le vergogne di cui si macchia quotidianamente questo paese, di tanto in tanto mi pare che la Lega sia la più vergognosa. Forse è perché è la più longeva e la più immediatamente riconoscibile per via dei toni e dei colori. Forse, anche, perché è la più sottilmente volgare e pericolosa per il futuro di questo paese di bestie senza mandriano. Rispetto all’altra vergogna, Berlusconi, la Lega presenta una grossa differenza: mentre il premier è un uomo malato – l’unico uomo malato che non va aiutato – i leghisti sono in larga parte e verosimilmente sani. Fa eccezione Bossi, e tuttora non mi spiego come milioni di persone "dure e pure" possano continuare a seguire i dettami di un babbuino che fatica ad articolare le parole e che avendo solo una mano completamente funzionante ha bisogno di qualcuno che lo aiuti ad andare in bagno; ma in generale i quadri e l’apparato di partito sono persone normali, che hanno il problema di essere razzisti, omofobi, stupidotti eccetera ma verosimilmente non sono tutti megalomani né malati. La Lega è un problema e un pericolo perché contiene, in nuce, le caratteristiche del nazionalsocialismo, a cominciare dalle divise, dall’immediata semplicità del pensiero e degli slogan e dall’appoggio delle classi medie della parte ricca del paese.

Francamente non capisco come sia possibile che le persone che da anni seguono la Lega non si siano ancora stufate di sentirsi promettere il federalismo: è dall’89 che viene detto che il federalismo è lì, è dietro l’angolo. Dall’89. Nel frattempo sono successe moltissime cose, anche in Italia, tranne il federalismo. Non riesco a capire se in loro esiste davvero questa idea, questo possibile sviluppo, questa credenza. Davvero non avete capito che vi stanno prendendo per il culo? Sono passati vent’anni! Non è successo un cazzo e non succederà! In questi vent’anni, vi hanno anche insegnato a odiare Roma ladrona… da Roma.

Se ci faccio caso, mi accorgo che la Lega funziona a periodi di cinque-sei mesi: ogni una-due stagioni, cambiano i ritornelli con cui massacra le orecchie degli italiani. Rimangono ben saldi i principi su cui questi ritornelli si basano: il razzismo, l’omofobia eccetera, ma i contenuti superficiali delle comunicazioni variano, l’attenzione dei media e delle persone viene dirottata su temi sempre un po’ diversi. All’inizio era importantissimo il concetto di terra: la Padania. La Padania è un luogo nero dell’anima, una distopia inventata da Bossi e Miglio, un non-luogo dove convogliare le forze brute della classe media ignorante e produttiva. La Padania è un luogo e un nome inventati per dare una terra a chi non aveva mai pensato di averne. È stato inventato anche il nome: quella che ormai tutti riconoscono come Padània, è la vecchia, cara, noiosa e piatta Padanìa, terra dignitosa solo se vista dall’aereo (perché tutti gli appezzamenti di terra, i campanili, e questa tavola verde segmentata dai fiumi e dai laghi e addossata alle Alpi dall’alto sono belli) e se trasfigurata nei racconti di chi la sa raccontare. La Padanìa non esiste come luogo dell’anima, ma solo come luogo geografico: d’altronde che cos’hanno in comune uno di Ferrara e uno di Asti? Uno di Venezia e uno di Varese? Niente. E se hanno in comune qualcosa, tra uno di Torino e uno di Ravenna passa la stessa differenza che passa tra lo stesso di Ravenna e uno che con la Padanìa non ha niente a che fare perché è di Teramo. Poi è diventata importante la secesiùn, subito annacquata in quel concetto di federalismo da sempre brandito come un cavallo di battaglia e mai davvero desiderato.

Adesso è il momento del dialetto, l’ultima crociata. Che la Lega abbia dei problemi di orientamento linguistico è cosa nota: basti pensare, appunto, che il suo credo è fondato su un accento errato. È di ieri l’ultima uscita: «Gli immigrati imparino il dialetto per integrarsi» o qualcosa del genere. Frasi di questo tipo, non molti anni fa, avrebbero scatenato un putiferio, la chiesa si sarebbe mobilitata, l’idiota che l’ha pronunciata sarebbe stato bacchettato pubblicamente e costretto a ritrattare. Invece, oggi, i leader di un partito xenofobo possono permettersi di passare l’estate a diffondere odio verso lo straniero brandendo la stele del dialetto come effigie senza che nessuno dica niente. Ma non esiste, il dialetto come principio unificatore. A Saronno si parla una variante del milanese che non è del tutto uguale al milanese; se si sale di trenta chilometri, si parla, a Como, una deviazione di questa variante, frammista di ticinese e di vocaboli presi dai recessi del lago. Se vado a Padova, io, padano, non capisco un cazzo, così come un vicentino in gita a Cuneo. L’unità attraverso i dialetti non esiste. Il sogno geopolitico della Lega è un ritorno brutale al feudalesimo. È un salto indietro di centinaia di anni. Non trovo, in questa crociata, nessun fondamento né linguistico, né culturale, né politico, né antropologico. Questa mia convinzione è corroborata da un fatto molto semplice eppure per me fortemente indicativo: la Lega porta avanti da decenni questo ritornello, e lo fa in italiano. Il suo organo ufficiale, La Padània, è scritto in italiano. I suoi comizi e i suoi ritrovi, dal Monviso a Pontida, sono condotti in italiano. I documenti che produce sono in italiano. I suoi leader si rivolgono ai loro elettori in italiano. Dove sta, allora, la forza dirompente della coesione del popolo padano? Su cosa si basa? Sulla lingua italiana! Questo vale anche se si prendono in considerazione le singole città, i singoli paesi: i rappresentanti politici locali della Lega, rivolgendosi al proprio elettorato (con cui avrebbero e hanno in comune la stessa variante dialettale), si ostinano a parlare e scrivere in italiano, semmai infarcendolo di espressioni locali che fanno colore, ma che non sono mai il nerbo linguistico delle comunicazioni. In questo fatto e in quest’errore sta, perlomeno in linea teorica, il fallimento di un’idea e di un partito che tuttavia non falliscono e anzi, sono senza dubbio il fenomeno politico più importante degli ultimi vent’anni.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 10 settembre 2009