Enneadi #3

Antonio Moresco



Nel trattato su "La natura, la contemplazione e l’Uno" si legge:

"E se uno le domandasse a quale scopo crea, la natura, posto che voglia dare ascolto al suo interlocutore, risponderebbe: ’Non dovevi farmi domande, ma capire anche tu nel silenzio, come io stessa taccio e non ho l’abitudine di parlare. Ma, in fondo, che cosa c’è da capire? Che quello che viene generato è l’oggetto di una mia conteplazione, frutto del silenzio, una visione che mi viene naturalmente; del resto se ho questa natura votata alla contemplazione, è perché io stessa sono figlia di una contemplazione. E il mio contemplare produce i suoi oggetti, come fanno i geometri i quali, contemplando, disegnano le figure. Io però non disegno figure, e quindi, quando contemplo, i profili dei corpi prendono forma come se calassero da me. Ho avuto la stessa sorte di mia madre e dei miei genitori: anche loro, infatti, hanno tratto origine dalla contemplazione, e per la mia nascita non compirono alcun atto; perché io vedessi la luce, bastò loro di essere ragioni formali di ordine superiore, nature in contemplazione di se stesse."

"Dopo aver trattato della natura e di come la generazione possa ridursi a contemplazione, passiamo all’Anima che viene prima di essa, per mostrare come la sua contemplazione, il suo amore per il sapere e per la ricerca, le stesse doglie che la conoscenza le suscita, nonché la pienezza del suo essere hanno determinato il fatto che essa, ridotta a pura visione, abbia a sua volta a generare un’ulteriore visione."

"Del resto, anche quando gli animali partoriscono sono mossi da ragioni formali interne, perché il loro è un atto di contemplazione e un travaglio per creare una multitudine di forme e molti oggetti di contemplazione, al fine di riempire ogni cosa di forme razionali, come in una sorta di contemplazione perpetua. Insomma, creare vuol dire creare una forma, ossia riempire tutto di contemplazione. (…) Infine, anche gli animali sono dei veggenti che si prodigano nella contemplazione per raggiungere la forma."

Meraviglioso! Proviamo a leggere queste arditissime e astrattissime supposizioni alla luce delle nuove conoscenze genetiche, per esempio, proviamo a pensarle addirittura come una più ampia determinazione e visione e addirittura definizione della genetica: travaglio per creare una multitudine di forme, contemplazione perpetua…

Per la bellezza delle similitudini e per l’ardimento (e trascendendo le sue strutture e terminologie concettuali), uno dei libri di pensiero più originali e anticipatori che siano mai stati scritti.

"Siccome l’Intelligenza è una specie di visione, visione nel senso di ’veggente’, sarà una potenza che è passata all’atto, e quindi ci dovrà essere per lei anche una materia."

Ecco, tutto questo non fa smottare le semplificazioni concettuali e i concatenamenti "storicistici" della storia della filosofia e delle idee e della collocazione di Plotino all’interno di esse?

Un corpo a corpo in cui la filosofia si propone di spiegare e prendere di petto ogni cosa, anche l’indicibile.

Ancora sulla contemplazione:
"Fuori dalla portata della magia non c’è che la contemplazione, perché l’uomo che contempla se medesimo è senz’altro al sicuro dagli incantesimi. Egli, infatti, è unità in quanto non è diverso dall’oggetto contemplato."
"Invece i difensori della dottrina dei simulacri, sostenendo che questi passano attraverso il vuoto, vanno alla ricerca di uno spazio che non costituisca per essi un ostacolo."

Il trattato "La discesa dell’Anima nei corpi" comincia così:

"Più di una volta mi è capitato di riavermi, uscendo dal sonno del corpo, e di estraniarmi da tutto, nel profondo del mio io. In quelle occasioni godevo della visione di una bellezza tanto grande quanto affascinante che mi convinceva, allora come non mai, di fare parte di una sorte più elevata, realizzando una vita più nobile: insomma di essere equiparato al divino, costituito sullo stesso fondamento di un dio. Così mi sono orientato a quel tipo di attività che sta al di sopra di ogni lato intelligibile e qui mi sono stabilito."

La "filosofia" è -o vorrebbe essere- puro pensiero e lotta attraverso il pensiero, darwinismo concettuale in cui il casus belli è la "verità". Quale miseria e che terrorismo! Su cosa nasce questa nuova menzogna della "filosofia" che si propone di scalzare la menzogna della vita e dell’arte? La lotta di un "genere" contro altri generi, cosa che si vede al massimo grado in Platone?
Ma c’è, nel cuore di questo libro come in pochissimi altri grandi libri di "filosofia", qualcosa che sfugge a questa piccola morsa, qualcosa che non si esaurisce nel flusso concettuale scontornato e nelle sue antinomie darwiniane.

Stiamo arrivando alla fine. Ancora alcuni brani, per allontanarci poco per volta da questo magnete. Facciamo un gran salto in avanti. Qui siamo al trattato "Come siano nati la molteplicità delle idee e del Bene":

"A tal punto la sua condizione (qui sta parlando dell’Anima) è tale da indurla a disprezzare perfino l’attività del pensare, di cui pure in altri tempi si compiaceva. Il pensare, infatti, consiste in un certo movimento, e l’Anima ora non desidera muoversi, e neppure ne tace il motivo: ciò a cui guarda è immobile."

"C’è addirittura la possibilità che il pensiero sia stato donato a esseri divini, ma inferiori, come un aiuto, come una specie di occhio per le loro nature cieche. E tuttavia, l’occhio che è in se stesso luce, che bisogno avrebbe di vedere l’essere? Solo chi ne sente il bisogno, perché ha in sé l’oscurità, cerca la luce con l’occhio. Ora, se il pensare è luce e la luce non va in cerca della luce, allora quell’irradiazione di luce che è il Bene non cercando la luce non proverebbe neppure a pensare. E, del resto, che cosa se ne farebbe? Che vantaggio gli arrecherebbe, dato che perfino la stessa Intelligenza ha bisogno del Bene per pensare? Siccome non ne ha bisogno, il Bene non ha percezione di sé, né è due e non si moltiplica in sé e nell’atto del pensiero -infatti il Bene non si identifica con il pensiero- e come terzo, per forza di cose, nel pensato."

In uno degli ultimi trattati ("Il volontario e la volontà dell’Uno") si legge:

"Che cos’è, infine, questo qualcosa che non ebbe l’esistenza? Visti i problemi che la conoscenza ci pone, non resta che ritirarci nel silenzio e porre fine alla ricerca. E poi, dato che ogni ricerca tende a un principio e qui si ferma, perché uno dovrebbe ancora indagare quando non ha più alcun progresso da realizzare?"

Lo stesso trattato finisce con queste parole:

"Di conseguenza, quando parli di Lui o lo pensi, elimina ogni altra cosa, e ogni volta che hai eliminato tutto e che ti è rimasto solo Lui, non cercare di aggiungergli qualcos’altro, ma cerca piuttosto nel tuo pensiero se per caso non ci sia ancora qualcosa da eliminare, perché potrebbe darsi che tu sia a contatto con qualcosa che non tollera alcuna denominazione e comprensione. E però Lui solo, all’altezza in cui è, è veramente libero, perché non è asservito neppure a sé, ma è solo se stesso e davvero se stesso, mentre ogni altra cosa è a un tempo se stessa e qualcos’altro."

Ma, poste così le cose, -mi domando- nel momento stesso in cui uno riesce a concepire un tale stato non viene a far parte dello stesso stato?

Ultimo trattato (Il Bene o l’Uno):

"La difficoltà sorge in special modo perché la sua comprensione non può venire per via di scienza e neppure per atto di Intelligenza, come per tutti gli altri intelligibili, ma per la presenza di qualcosa che è superiore alla scienza. Anzi, si può dire che l’Anima subisce un allontanamento dal suo essere uno, e quindi non è più tale in senso assoluto, ogni qual volta acquisisce una conoscenza. La scienza, infatti, è un ragionamento, e il ragionamento implica molteplicità. In questo modo non raggiunge l’obiettivo dell’Uno e decade nella sfera del numero e della molteplicità. Dunque, bisogna in gran fretta passare oltre la scienza e per nessun motivo uscire dalla propria condizione di essere uno, anche al prezzo di lasciare la scienza, le sue verità e ogni altra cosa."

Poco più avanti usa questa similitudine: "passione amorosa che scaturisce dal vedere l’amante nel quale si ambisce trovare pace".

Qualche pagina più in là trovo una nuova risposta affermativa alla mia domanda di prima:
"Ora, il contemplante, quando si trova nello stato in cui era allorché derivò dall’Uno, allora finalmente può vederlo, nella misura in cui quello per sua natura si concede alla visione".
E ancora, in modo più esplicito:
"In quella occasione il contemplante e il contemplato non erano due realtà separate, ma facevano tutt’uno."

"Misticismo", condizione estatica, uno che porta alle estreme conseguenze un filone di pensiero pensato fino a quando può essere pensato, la filosofia, la visione… Qualcosa che arriva dal lontano passato (ma, in fondo, neppure duemila anni) e che ci dice con linguaggio filosofico alieno ciò che cercano oggi di dirci col loro linguaggio scientifico alieno la fisica dei quanti, l’astrofisica, la genetica…

Mentre se prendo in mano una storia della filosofia o un dizionario enciclopedico e vado alla voce "Plotino" trovo quattro banalizzazioni concettuali che non mi fanno capire nulla (per questo, fino ad ora, non mi era mai venuto voglia di leggerlo!), è stato tutto scontornato e depotenziato nel corso del tempo e delle cosiddetta "storia" del pensiero umano messo su binari miseri: prima Platone, poi… e poi… e poi ancora… fino a Stirner, Nietzsche…
D’altronde eccoli già tutti qui, persino con qualcosa di più:

"Invece chi è solo non conosce, e neppure c’è qualcosa che non conosce, perché essendo uno, coesiste con sé, e quindi non ha necessità di pensare a se stesso."

Mi fermo qui. Spero -semplicemente per avere avuto la pazienza di ricopiare diversi brani- di avervi dato un’idea un po’ più ravvicinata di questo libro che si spinge fin nell’occhio del ciclone del pensiero e oltre il pensiero, e anche della mia emozione durante la sua lettura al di fuori dei parametri del "genere filosofia" e all’interno del nostro spazio e del nostro tempo e delle sue vertigini esistenziali, conoscitive e di specie.

Buon fine-vacanze ai lettori del "Primo amore".

(Fine. Qui la prima e qui la seconda parte.)








pubblicato da a.moresco nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 10 settembre 2009