Enneadi #2

Antonio Moresco



Anche Plotino e la sua filosofia si infrangono contro lo scoglio dell’esistenza del male.

Vediamo un po’ da vicino che cosa succede in questo confronto ravvicinato. Ecco, si comincia, onestamente, così:
"All’obiezione che ci sono anche dei casi in cui non è rispettato il merito -come quando i buoni patiscono dei mali e gli stolti godono dei beni- si può ben rispondere che per l’uomo buono non c’è alcun male, come per il malvagio alcun bene. Tuttavia, perché al primo devono capitare cose contro natura e al secondo cose conformi a natura? Come può essere equa un’assegnazione di tal genere?"
E si domanda ancora:
"Resta il fatto, comunque, che un sovrano malvagio può compiere le azioni più scellerate, e che i cattivi hanno la meglio nelle guerre, infierendo sui prigionieri. Tutto questo non può non lasciare perplessi: come è possibile ciò, se c’è la Provvidenza?"

Ma non ne viene a capo e si deve rifugiare nel paradosso e addirittura nella spiegazione "artistica" dell’esistenza del male:

"Non sarà che lo stato di una cosa sia del tutto dipendente dalla necessaria casualità naturale e per questo esso sia bella, per quanto è in suo potere? Di fatto, le cose non vanno in questo modo. E’ la ragione formale che sovranamente opera tutto ciò secondo la sua volontà, e che dunque fa esistere anche questi cosiddetti mali conformi a ragione, dal momento che non vuole che tutto sia buono."

Perché? Perché non vuole che tutto sia buono?

"Sarebbe come se uno disprezzasse un’opera teatrale, perché non vi compaiono solo eroi, ma vi giocano un certo ruolo anche un servo e un contadino che parla da stolto: se fosse priva dei tipi peggiori, l’opera stessa perderebbe in bellezza, dato che anche loro contribuiscono alla sua completezza."

Come se dipendesse tutto dalla "parte" che uno sta recitando in quel momento, mentre Plotino fa "la parte" del filosofo…

E ancora, parlando degli animali:

"E poi che problema c’è, se l’animale divorato è rinato in un’altra forma? E’ come se sulla scena un personaggio ucciso avesse cambiato il costume e fosse ricomparso con la maschera di un altro. Ma, si potrebbe obiettare, il nostro animale è morto davvero. Ebbene, che cosa c’è di sconvolgente in un tale avvicendamento di esseri viventi, se si considera la morte alla stregua di un cambio di corpo, quasi un mutare di abito di scena…?"

"Ecco dunque descritto il comportamento dell’uomo che guarda solo alle cose infime ed esteriori e non riesce a capire che, pur tra vere lacrime, si tratta sempre di un gioco."

Solo un gioco? Anche gli animali lentamente sbranati, le persone torturate, sepolte vive, stuprate, quelle che si vedono ammazzare il proprio bambino sotto gli occhi, quelle avviate alle camere a gas…?

"E così buoni e cattivi si fronteggiano nel gioco della medesima arte del danzatore, nella quale con pieno diritto alcune parti avranno il nome di bene, altre di male."

Tutto qui! D’altronde che differenza c’è tra tutto questo e le risposte che ci arrivano non solo dalle moderne filosofie al di là (o al di qua) del bene e del male ma anche -terminologia "artistica" a parte- dalle scienze naturali, dall’antropologia, dall’etologia ecc…?

"Così, sia l’uno sia l’altro, nel rispetto della natura e della Ragione formale, si adeguano alle proprie rispettive parti, attenendosi a quello che avevano scelto, col risultato che uno dirà empietà e farà scelleratezze, l’altro l’esatto opposto."

"Però, che l’intonazione della voce o gli atteggiamenti siano belli o brutti dipende dall’attore, il quale, quindi, può, quanto all’effetto, impreziosire l’opera o, viceversa, se vi aggiunge da parte sua una recitazione scadente, non si dice che l’opera ne riesca snaturata, ma che l’attore stesso consegue una gran brutta figura."

Insomma, può solo fare più o meno bene la parte del "cattivo"...
Ma allora cosa mi interessa che faccia più o meno bene la parte del cattivo: che torturi meglio, che ammazzi meglio il bambino, che lo avvii con una più riuscita cattiveria alle camere a gas…?

Sbalorditiva conclusione per il filosofo e sua profonda impotenza dall’interno della macchina del solo pensiero separato. C’è sempre questo scomodo problema del male che inceppa ogni filosofia e ogni scienza, sia di tipo "materialistico" che di tipo "idealistico" e la trasforma in "necessità" oppure in "arte", o meglio in un’idea parodistica dell’arte.

Quanto alle anime:
"Le anime sono talora migliori talora peggiori per varie cause, o forse anche perché originariamente non erano tutte uguali. Come la Ragione formale, anch’esse erano parti diseguali, proprio perché ne presero le distanze."
Insomma, un vespaio di anime!

Però alla fine, dopo tante spiegazioni che non spiegano nulla, Plotino non può che tornare a domandarsi:
"Ma perché allora creare il male? E poi, neppure alle anime più divine lasceremo un qualche ruolo nell’universo, per ridurla ciascuna a parti della Ragione formale?"

Ma finiamo qui, con il male, prima di passare di nuovo a qualcosa d’altro e di meglio, al trattato sulla "Impassibilità degli esseri incorporei" e ad altre cose straordinarie che sono presenti in questa quasi inconcepibile opera, dove si incontra continuamente l’intuizione di qualcosa d’altro, che Plotino cerca di rendere dicibile attraverso il linguaggio della filosofia, qualcosa che ha forse a che fare col nostro stato nel mare della "materia" e dell’energia.

"Del resto, anche la facoltà della sensazione è propria di un’Anima che dorme, perché la parte dell’Anima che si trova nel corpo è comunque addormentata."

"Bisogna ancora riflettere sul senso dell’affermazione che la materia fugge la forma. Come potrebbe la materia sfuggire rocce e pietre che l’assediano da ogni parte? Oltre a tutto, costoro non vorranno certo dire che essa talvolta cerca di fuggire e talvolta no. E, d’altra parte, se è di sua iniziativa che vuole fuggire, perché non farlo sempre? Se invece rimanesse nella forma, di necessità, non dovrebbe abbandonarla neppure per un momento. Ma, in tal caso, bisogna scoprire perché ciascuna materia non trattenga sempre la stessa forma, e invece risieda nelle forme che di continuo sopraggiungono."

Un’ardimentosa forza razionale spinta all’estremo e applicata costantemente all’ "astrazione" più estrema:

"Del resto, la forma sopraggiunta entra nella materia come immagine e dunque come un essere inautentico in un essere altrettanto inautentico."

"Allora, senza materia nulla sarebbe esistito? Certamente: come non ci sarebbe alcuna immagine senza uno specchio o qualcosa che gli assomiglia."

Accidenti! Ma allora che cos’è -veramente- la materia? Che cos’è -veramente- l’Anima?

"D’altra parte, il non-essere in senso forte non si mescola all’essere, e quindi è davvero soprendente come la materia possa partecipare pur non partecipando, e come riesca a impadronirsi di qualcosa standogli vicino, dato che per natura è incapace, oserei dire, di incollarsi all’essere."

"Se la materia, come qualcuno sostiene, condivide l’essere e in tal modo lo accoglie, questo, non appena le si avvicinasse, verrebbe assorbito in essa e vi sprofonderebbe."

Che cosa dire di tutto questo? Mi pare che raramente si sia attribuita una simile potenza -anche se in negativo- alla materia.

Finisco qui questo secondo avvicinamento. Ci resta un terzo e ultimo incontro, nella zona più alta, dove persino Platone e molte altre cose filosofiche sono oltrepassate e trascese.

(Continua. Qui la prima parte.)








pubblicato da a.moresco nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 9 settembre 2009