Enneadi #1

Antonio Moresco



Questa estate, durante le vacanze, ho letto per la prima volta in vita mia le "Enneadi" di Plotino. Mi è sembrato uno dei più ardimentosi, anticipatori e ulteriori libri di "filosofia" che siamo mai stati scritti.
Se accosto quest’opera mediante le consuete semplificazioni e concatenazioni concettuali della "storia della filosofia" e delle idee e le sue consuete e sbrigative definizioni ("metafisica", "neoplatonismo", "idealismo", "dualismo" ecc…) nulla sembrerebbe più lontano da me. Ma se invece mi ci immergo senza questi paraocchi mentali, ecco che allora mi si spalanca una cosa del tutto nuova, che ha qualcosa da dire anche oggi, soprattutto oggi, nella nostra inaudita -terminale o iniziale- condizione planetaria e di specie.
E’ un’opera che da quasi duemila anni e nonostante una terminologia che può apparirci risibile e paradossale, è in grado di confrontarsi come poche altre con le nuove conoscenze o intuizioni che ci vengono dalla biologia, dall’antropologia, dalla psicanalisi, dalla fisica, dalla genetica, dall’astrofisica e da altre indagini della nostra inconcepibile condizione di esistenza dentro il mare misterioso dell’esistenza cosmica. E allora -se è con questo tipo di sensibilità e di conoscenze che la leggiamo- anche quegli aspetti del pensiero di Plotino che sono stati definiti appunto con termini come "idealismo", "dualismo" e persino "misticismo" acquistano un aspetto del tutto diverso e inaspettato.
Le cose da dire sarebbero molte, il tempo è poco. Proverò -come faccio di solito in queste anticipazioni strappate in fretta a molte altre cose- a darvi un’idea di questo magnetico libro attraverso rapide osservazioni e facendo soprattutto sentire la voce diretta e inconfondibile dell’autore.

Cominciamo. Durante la lettura mi chiedevo continuamente: e se vedessimo tutto questo "idealismo" e "dualismo" come un’intuizione -nata dall’interno del pensiero filosofico e delle sue antinomie concettuali e così come poteva essere attingibile a Plotino- della presenza della nostra materia dentro quella dimensione infinitamente più vasta che la fisica odierna ha provato a chiamare "materia oscura", "energia oscura" e di cui la nostra materia e la nostra energia non sarebbero che una sorta di ripensamento, un residuo?

Strano "dualismo" di materia e Anima, di bene e male, comunque, visto che tra i due c’è qui un rapporto continuo, un abbraccio continuo, un trascinamento continuo:

"Siccome non può esistere solo il Bene, bisogna che nella sua uscita da sé, o se si preferisce nella sua discesa e nell’allontanarsi, si trovi un termine estremo oltre cui non si genera più nulla: ebbene questo termine è il male. Ma, dato che deve esserci necessariamente qualcosa oltre al Primo, ecco che deve esistere un termine estremo, e tale è appunto la materia, la quale non serba più nulla del Bene. In ciò, appunto, la necessità del male."

"Il male non deve essere cercato in chissà quale posto, ma si deve collocare nell’Anima come mancanza di bene."

"Così l’Anima muore, ma della morte che tocca alle anime: e per un’Anima calata in un corpo la morte consiste nell’affondare nella materia e riempirsi di essa."

"La materia ha usurpato lo spazio occupato dall’Anima e per così dire l’ha costretta a ’contrarsi’".

"L’Anima non sarebbe entrata nel processo della generazione nella materia se questa non ne avesse permesso la nascita per il fatto di esserci."

Qui "l’Anima" è qualcosa di diverso e di più rispetto a quello che comunemente si intende dopo secoli e millenni di semplificazioni concettuali e depotenziamenti linguistici. E anche la "materia" è qualcosa di più, di meno e di più.

E poi, se l’Anima è un universale di cui noi facciamo parte, che differenza c’è (al di là di questioni di parole e di termini usati) non solo con Spinoza ma persino con le più estreme semplificazioni altrettanto "metafisiche" del materialismo? Un "materialismo" che però non contiene neppure l’intuizione di questa misteriosa e drammatica compresenza, o almeno di qualcosa che percepiamo o possiamo percepire solo come compresenza.

Leggo certe pagine di questo libro e mi riesce difficile pensare che il Dante del "Paradiso" o quello del "Purgatorio" non ci abbia posato gli occhi: "Tutte le cose sono dipendenti da Lui e siccome per l’Anima non è possibile dirigersi alla sua volta, si limita a girargli intorno. Perché, allora, tutte le anime non si comportano in questo modo? In verità, ciascuna Anima, dovunque sia, ha questo comportamento. E allora perché anche i nostri corpi non fanno altrettanto? Per il fatto che la tendenza al moto rettilineo non si separa da loro, e gli impulsi li attirano verso altri corpi, mentre quel tipo di sfericità che si incontra fra noi uomini non è scorrevole, a motivo della sua natura terrestre. Al contrario, lassù il cielo segue Dio grazie alla sua leggerezza e mobilità. E poi, a prescindere dal movimento che lo riguarda, per quale motivo dovrebbe arrestarsi, quando l’Anima si muove? Forse anche in noi uomini il pneuma che circonda l’Anima agisce in questo modo, perché se Dio è in ogni essere, l’Anima che voglia collegarsi a Lui deve stargli intorno, dato che non c’è un luogo particolare dove Dio si collochi."
Oppure:
"Accompagnare le anime fino al giudizio equivale per il dèmone ad assumere un’altra volta, dopo la morte dell’uomo, quella stessa forma che aveva prima della nascita. E poi, nuovamente ripartendo dall’inizio per tutto il periodo che intercorre tra una generazione e l’altra, il dèmone sta vicino alle anime purganti, le quali in questa fase non tanto stanno vivendo, quanto espiando le loro colpe."

E sentite qui! Di cosa si tratta: di arrampicamento sugli specchi metafisici o di una metafora della recente "teoria delle stringhe"?

"Quindi anche lassù, dove è situata nella dimensione del Bene ed è dotata di una superiore sensibilità, l’Anima si muove verso il bene e fa vibrare il corpo in senso spaziale, però in conformità alle nature di quella levatura. Inoltre, la potenza sensibile, dopo avere ricevuto anch’essa il Bene dall’alto ed essersi rallegrata della sua condizione, si mette sulle tracce del Bene che è dovunque diffuso e così è costretta a muoversi dovunque. Ecco dunque descritta la maniera in cui si muove l’Intelligenza: un moto che è insieme fissità, in quanto avviene intorno a se stesso. Non diversamente si verifica per il tutto che si muove in circolo e nello stesso tempo sta fermo."

Immobilità e movimento…
E -ancora- strano dualismo questo, dove i contrari sono necessari perché si realizzi l’ordine e la perfezione dell’insieme…
Al fondo di tanta "astrazione" un infinito e panico confronto con la "natura" tutta del mondo:

"La ragione formale esplica la sua funzione nella materia, e la causa attiva naturale non è né un atto di pensiero né una visione, bensì una forza che agita la materia, priva di coscienza e solo capace di agire, come farebbe una figura impressa nell’acqua."

Una materia completamente amorfa e in grado di accogliere ogni forma e di trasformarsi continuamente e perciò travolta nel processo della generazione.
Quella che chiamo "creazione creata"?
Ma di tutto questo è impossibile parlare qui, con questa lingua filosofica e in questo contesto. Per andare avanti e per esprimere quello che preme da tempo dentro di me e, soprattutto, per esprimere ulteriormente ciò che è infine apparso senza veli nella terza parte di "Canti del caos", ci vuole un altro linguaggio, diverso da quello filosofico e del pensiero separato. Ma poi neppure un altro linguaggio, un’altra forma, un’altra dimensione, che si può attingere solo stando dentro qualcosa d’altro. Dove sarò, dove sono…

Plotino è uno snodo della filosofia precedente e di quella futura, ben al di là del piccolo spazio mentale dove è stato collocato e delle sue successive semplificazioni o ibridazioni: neoplatonico, anticristiano ma alimento per i Padri della Chiesa e altri secolari baracconi metafisico-religiosi e filosofici…

Ancora e sempre, andando avanti in questa vertigine: la nostra residuale materia (su cui si fonda il nostro residuale "materialismo"), la materia oscura, l’energia oscura…
Oppure il libro sull’eternità attraverso gli astri di Blanqui…
Plotino è quello che -attraverso il solo meccanismo del pensiero disancorato- si è spinto più a fondo in questo abisso:

"Ma se ammettiamo una forma, dovremo ammettere anche una realtà informata, alla quale si riferisce la differenza. Pertanto ci deve essere anche la materia come ricettacolo della forma ed eterno sostrato. Inoltre, se lassù c’è un cosmo intelligibile e il nostro cosmo composto di materia e forma ne è l’imitazione, anche quello dovrà avere la sua materia."

Il trattato intitolato "La commistione totale" comincia così:

"Dobbiamo ora trattare della cosiddetta commistione totale dei corpi. In una miscela di liquidi ciascuno si mescola totalmente con gli altri, oppure, individualmente, uno ha la meglio sull’altro?"

Mentre nel trattato "Contro gli gnostici" si trova questa spiazzante ripulsa nei confronti dei disprezzatori del mondo:

"Indubbiamente, non ci aiuta a diventare buoni il disprezzo per il mondo, per gli dèi e per tutte le realtà meravigliose che esso accoglie. Invero ogni uomo vizioso, anche prima di diventare gnostico, avrebbe potuto disprezzare gli dèi; però, uno che non fosse in precedenza del tutto malvagio, o addirittura che sotto altri riguardi non lo fosse per niente, certo lo diverrebbe proprio a motivo di questo suo disprezzo."

Finisco qui questo primo avvicinamento.
Adesso proviamo a vedere come Plotino affronta il problema del male, tallone d’Achille di ogni filosofia.

(continua)








pubblicato da a.moresco nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 7 settembre 2009