La strage di Sant’Anna e l’Europa

Giovanni Giovannetti



«Vogliamo un’Europa unita non con il dominio ma con il diritto e con la giustizia; un’Europa dello sviluppo e della crescita senza la quale le ombre del passato potrebbero tornare; un’Europa che ascolta la sofferenza civile del continente, le persone più deboli e fragili, i giovani precari e senza futuro, gli immigrati, le minoranze, i disoccupati, i lavoratori e gli imprenditori lasciati troppe volte soli. Vogliamo un’Europa sociale e inclusiva. E questo domanda una nuova politica capace di guardare lontano, ispirata ai valori profondi di cui questi luoghi sono segno».
Sono parole del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, pronunciate ieri a San’Anna di Stazzema in occasione del 68° anniversario di quella strage nazifascista (390 morti accertati, in buona parte donne e bambini). «Solo l’accordo dei popoli europei può metterci al sicuro da quei bagni di sangue che purtroppo non sono solo un brutto ricordo del passato»: evocando un’Europa sociale e inclusiva, Rossi cita il Manifesto di Ventotene e Altiero Spinelli; parole alte, che condividiamo, in anni in cui quel passato grondante orrori sembra chiamare, e parole d’ordine razziste e xenofobe – volte ad escludere, per niente nuove – sembrano attraversare l’Europa colpita dalla crisi.
Così come è da condividere l’intervento del presidente del Parlamento europeo Martin Schulz Ieri a Sant’Anna.
(G.G.)

L’intervento di Enrico Rossi

Sono molto onorato di celebrare l’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema insieme a tutti voi e alla presenza del presidente Martin Schulz. Grazie presidente per questo bellissimo gesto, denso di significati; per avere scelto come tedesco di essere qui a rappresentare tutta l’Europa, tutti i cittadini europei in questo luogo simbolo; uno dei punti in cui si è concentrato il dolore del Novecento, dove centinaia di innocenti furono trucidati da una furia omicida implacabile, da una ferocia che ancora oggi suscita in tutti noi indignazione e vergogna.
Abbiamo già avuto altri momenti importanti e commoventi, altre celebrazioni i cui cittadini italiani ed europei hanno pianto insieme questa tragedia. Ma la sua presenza, oggi, qui, sancisce in modo solenne che questo dolore appartiene a una nuova cittadinanza europea che è emersa e si è formata proprio dagli orrori di cui siamo eredi. Caro presidente, il mio è anche un messaggio di speranza in questi tempi difficili: è un segno dei passi avanti compiuti dal nostro continente verso un’Europa di pace e di fratellanza, capace di costruire la propria identità riflettendo insieme sulle divisioni che l’hanno attraversato e sui crimini di cui si è macchiata.
La sua scelta presidente è quindi una precisa indicazione per affrontare i problemi economici, sociali e morali che a volte sembrano soverchiarci. La risposta non può che essere una maggiore unità dell’Europa e un sentimento più alto e più forte di solidarietà tra i cittadini e i popoli europei. Sono passati novant’anni da quando il male politico, la bestia immonda iniziò a impossessarsi dell’Europa, a cominciare proprio dall’Italia con la marcia su Roma. Ma già la prima guerra mondiale aveva inaugurato con i suoi venti milioni di morti lo sterminio di massa. Il delirio dei totalitarismi e dei nazionalismi del secolo scorso prevedeva la costruzione dell’“uomo nuovo” e la rigenerazione dei popoli attraverso la soppressione degli altri, i diversi, le “razze inferiori”, i nemici di classe.
Ci preme ricordare chi, nonostante il diffuso consenso e l’indifferenza e l’assuefazione dei più, si schierò contro le dittature anche a costo della propria libertà e della propria vita. È una lezione di storia di cui tenere conto ancora oggi. I rischi insiti nel populismo, nell’idea che la democrazia può contare meno della finanza, nelle esaltazioni etnocentriche, nella xenofobia, vanno evitati e sconfitti nel nascere, prima che sia troppo tardi.
Dimenticare è colpevole.
Non tutti i Paesi dell’Europa hanno avuto la capacità di ammettere le proprie responsabilità passate, a cominciare dall’Italia che troppo si culla nel mito giustificativo degli “italiani brava gente”. E invece, le nostre responsabilità di popolo italiano, anche se riscattato dalla lotta di liberazione, non possono essere dimenticate laddove siamo stati artefici di delitti efferati come in Albania, in Libia, in Grecia e in altre ex colonie e teatri di guerra. E i fatti spesso si sono ripetuti simili a quanto è avvenuto qui. Così come simili si sono ripetuti di recente nella ex Jugoslavia o in altre parti del mondo: una violenza inenarrabile, l’assassinio e l’accanimento sui più deboli, senza pietà.
Sono delitti, da chiunque commessi, che non devono restare impuniti. Non ci interessa, a distanza di tanti anni, che i colpevoli scontino la pena; ci interessa la ricostruzione dei fatti, la comprensione delle modalità, dopo l’accertamento della verità e la sentenza di condanna come monito perché questi atti non debbano più ripetersi. La Germania, che sicuramente ebbe colpe pesanti e decisive nella tragedia del Novecento oggi è impegnata quotidianamente nella ricostruzione di una identità nazionale che riconosce le proprie terribili colpe. Chi ha modo di visitare Berlino, i suoi musei, i suoi monumenti può capire cosa vuol dire chiedere perdono al mondo.
Caro presidente, lei oggi ci testimonia che solo l’accordo dei popoli europei può metterci al sicuro da quei bagni di sangue che purtroppo non sono solo un brutto ricordo del passato. A questo doverebbero pensare coloro che si ostinano a dividere, a perseguire i privilegi, a immaginare che si possa vivere meglio facendo a meno degli altri o addirittura annientando gli altri.
Altiero Spinelli, un grande europeista italiano, indicava dal confino di Ventotene la via dell’Europa libera e unita e concludeva: «La via da percorrere non è facile né sicura ma deve essere percorsa e lo sarà». Noi vogliamo andare in questa direzione. Vogliamo un’Europa unita non con il dominio ma con il diritto e con la giustizia; un’Europa dello sviluppo e della crescita senza la quale le ombre del passato potrebbero tornare; un’Europa che ascolta la sofferenza civile del continente, le persone più deboli e fragili, i giovani precari e senza futuro, gli immigrati, le minoranze, i disoccupati, i lavoratori e gli imprenditori lasciati troppe volte soli. Vogliamo un’Europa sociale e inclusiva. E questo domanda una nuova politica capace di guardare lontano, ispirata ai valori profondi di cui questi luoghi sono segno.
Le incertezze, le lentezze, i piccoli egoismi sono il risultato di una politica corta che stupisce e sorprende. Certo non hanno agito così i padri fondatori dell’Europa, coloro che l’Europa l’hanno costruita; penso a De Gasperi, a Schumann, ad Adenauer; ma anche a Prodi, a Ciampi, a Napolitano a Kohl e Willy Brandt, ad Helmut Schmidt che anche di recente a 94 anni ci ha esortato nella via della solidarietà europea. La speculazione finanziaria e il dominio della finanza non possono essere sconfitti solo dalla tecnica e dall’economia, ma prima di tutto da quella forza morale che trae origine dal rispetto della vita e della dignità della persona, che sono valori fondamentali della costruzione europea, scaturiti proprio da questi luoghi e dal sacrificio di tante vittime innocenti, dal quale è nata appunto la speranza di una nuova Europa.
Grazie ancora presidente anche a nome dei cittadini della Toscana tutta.

L’intervento di Martin Schulz

Signor Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, Signor Sindaco e Presidente del Comitato Onoranze Martiri di Sant’Anna di Stazzema Michele Silicani, Presidente Associazione Martiri di Sant’Anna, Gentili Sindaci di Marzabotto, Grizzana Morandi, Monzuno, Signore e Signori…
Sant’Anna di Stazzema è posta in una pittoresca posizione geografica. Dalla costa della Toscana strade strette e sinuose risalgono le pendici boschive delle Alpi Apuane fino a questo solitario borgo di montagna.
 All’inizio del 1944 Sant’Anna di Stazzema era un luogo ameno.
Un villaggio in cui i bambini giocavano felici sul piazzale della chiesta e scorrazzavano per le sue viuzze.
Un posto in cui le ragazze andavano ad attingere acqua alla fontana del villaggio e i ragazzi pascolavano le greggi sui colli circostanti.
Una povera comunità che accolse nel suo seno profughi con i quali condivise il suo scarso cibo.
Sì, Sant’Anna di Stazzema era un borgo pacifico. Fino al 12 agosto 1944.
Il giorno in cui la guerra mostrò il suo volto più brutale.
Il giorno in cui questo paradiso divenne un inferno.
Il giorno in cui, sessantotto anni fa, fu perpetrata una strage di inaudita efferatezza.
Alle prime luci dell’alba i soldati tedeschi delle SS assalirono questo borgo pacifico. Nel giro di tre ore radunarono nelle cantine, nelle cucine, nelle stalle e dinanzi alla chiesa, bambini, donne e anziani. Con le mitragliatrici li falcidiarono inermi. Lanciarono bombe a mano su drappelli di persone e appiccarono il fuoco a case e cataste di cadaveri. Dopo di che sparirono nuovamente. Rimasero 560 morti, un borgo incendiato, una chiesa con l’organo distrutto e pochi sopravvissuti: uomini cui erano state strappate le mogli; madri che tenevano in braccio i figli morti; bambini che avevano perso fratelli e sorelle insieme ai loro genitori. Il loro dolore è per noi inimmaginabile. È impossibile descrivere con parole la crudeltà di tali fatti.
Mi presento oggi a voi come tedesco, profondamente scosso dalla disumanità dell’eccidio qui perpetrato in nome del mio popolo. Oggi voglio commemorare le vittime di questo eccidio.
Non dimenticare mai.
Mantenere vivo il ricordo.
Affinché mai più in Europa ideologie disumane e regimi criminali ritornino a mostrare il loro ghigno odioso. Questo è il compito che dobbiamo trasmettere alle generazioni che ci seguiranno. È vostro merito, il merito dei sopravvissuti di Sant’Anna di Stazzema, aver mantenuto vivo il ricordo delle vittime del massacro. Il monumento-ossario ai martiri di Sant’Anna di Stazzema è divenuto in tal modo un simbolo del perdono. Oggi mi presento a voi anche come europeo, come Presidente del Parlamento europeo. Il fatto che in quanto tedesco io possa oggi presiedere un’Assemblea multinazionale, il fatto che oggi noi, tedeschi e italiani, commemoriamo insieme le vittime di questo eccidio dimostra una cosa: il sogno dell’Europa è divenuto realtà. L’Unione europea è stata fondata da uomini e donne coraggiosi nella seconda metà del XX secolo come risposta alla prima sanguinosa metà di quel secolo.
Due guerre mondiali, devastazioni, distruzioni e sterminio di vite umane hanno caratterizzato la prima metà del XX secolo. Coloro che alla fine della Seconda guerra mondiale hanno costruito questa Unione europea, le nostre nonne e i nostri nonni, l’hanno fatto perché volevano mettere la parola fine all’odio e all’intolleranza, alla persecuzione delle minoranze e alla politica del capro espiatorio. Se allora qualcosa non funzionava nell’economia se ne attribuiva subito la colpa alle minoranze e si aizzavano le maggioranze contro i presunti capri espiatori. Eppure, ancora oggi, a sette decenni dalla fine della Seconda guerra mondiale, questo spirito non è stato sconfitto. Proprio in questo momento, nel mezzo della crisi, ci accorgiamo che in molte parti d’Europa risorgono nuovamente vecchi stereotipi, pregiudizi e si agitano addirittura i fantasmi del nemico. Il seme della discordia, del rancore e degli egoismi nazionali è stato gettato. Questa atmosfera surriscaldata ha creato le condizioni perché ancora una volta in Europa si sobilli l’odio contro le minoranze.
Dobbiamo opporci vigorosamente a questo oltraggio e a questi giudizi sommari!
Noi tutti dobbiamo scendere in campo contro il ritorno di modi di pensare che hanno sempre portato ai popoli europei nient’altro che disgrazie e minacciano ora di mandare in rovina anche l’Unione europea. Non possiamo permetterci di ricadere negli antichi errori! Se questo spirito foriero di sciagure per i popoli europei conquistasse la maggioranza degli Stati membri dell’Unione, se gli riuscisse di rimettere in questione il carattere di collante di popoli di questa Unione, allora ritornerebbero con esso anche gli spettri della prima metà del XX secolo. La libertà, l’umanità devono essere riconquistate ogni giorno. Questo è il nostro compito di epigoni, questa è la missione che ci hanno assegnato i martiri di Sant’Anna di Stazzema.
Vi ringrazio di cuore per tenere vivo il ricordo dei martiri e per permettermi, come tedesco, di commemorarli e di unirmi al vostro lutto. È un dono fatto a me personalmente. Qui, a Sant’Anna di Stazzema, ricordiamo le ore più cupe del nostro continente. Da queste ore cupe sono nati i valori e la libertà dell’Europa.
Infatti, grazie alla vostra longanimità, Sant’Anna di Stazzema è divenuto anche un simbolo del perdono e della concordia. Tutto ciò è per me un monito e una missione al tempo stesso: non dare mai per scontato il miracolo dell’Unione europea. E ciò per il nostro futuro comune in Europa.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il dolore animale il 13 agosto 2012