Lagom #10

Teo Lorini



10. Skansen

Stamattina gli amici di Jonas lo hanno arruolato in cucina, a preparare la pizza che è una sua specialità. «Sai quante volte mi sono detto: se tutto va a catafascio, apro una pizzeria qui?».
Prima di salutarci ieri sera, ci ha raccomandato un posto che io non avrei neanche preso in considerazione. Skansen è un museo all’aperto sull’isola-giardino dove c’è anche il Vasa. Occupa un’area vastissima in cui sono stati trasportati e ricostruiti pezzo per pezzo decine di edifici antichi, case coloniche, campanili, mulini a vento, torri d’avvistamento, fattorie da tutte le regioni della Scandinavia. Qui sono ospitati inoltre esemplari di varie specie del nord Europa che qui vivono in un habitat perfettamente ricostruito, mentre nell’Aquarium ci sono animali tropicali e dei paesi caldi. Leggendo la nostra guida, ho subito pensato ai parchi storici posticci e pacchiani che proliferano negli Stati Uniti. «Sei fuori strada», ha risposto Jonas: «è un’istituzione serissima, invece. Sai che è la prima in Europa? Artur Hazelius, etnologo e accademico di Svezia, ha fondato lo Skansen nel 1891 e da allora gli svedesi, a cominciare dai re, se ne sono sempre presi cura, ampliandolo continuamente. Pensa che ancora oggi il personale è fatto in buona parte di volontari che arrivano a turno dalle varie regioni della Svezia».
Questo mese, scopriamo all’entrata, è il turno della Dalecarlia e in ogni zona del museo c’è qualche ragazzo con il costume tradizionale di quella regione della Svezia centrale che si offre di illustrarci funzioni e usi dei diversi edifici. Da uno di loro scopriamo che il colore rossastro che domina nelle case, capannoni e torri in legno che abbiamo visto ogni volta che siamo usciti da Stoccolma è dovuto all’uso antichissimo di mescolare alla vernice pigmenti a base di rame. Già nel Medioevo era noto che il rame, estratto dalle immense miniere di Falun, proteggeva il legname riducendo il rischio di incendi.
Al centro dello Skansen incontriamo l’area riservata alle abitazioni lapponi, che sono sempre tre: una tenda invernale, a cupola e semisotterranea, una tenda estiva, più slanciata e conica, e infine la njalla, una capanna/affumicatoio sospesa su tralicci dove vengono stivate le riserve di cibo.
Dalla lavvu, la tenda estiva che ricorda un po’ i tepee dei fumetti di Tex, esce un pennacchio di fumo. All’interno troviamo una ragazza lappone che prepara una tisana su un fuocherello di rami di betulla. Ha i capelli nerissimi e lineamenti forti con gli occhi allungati e il naso ampio e schiacciato che ricordano i volti dei nativi nordamericani. La tenda è piuttosto ampia: per entrare ci si deve chinare e all’interno, sul tappeto di stuoie coperto di aghi di pino possono sedere una decina di persone.
Mentre soffiamo sulle tazze bollenti, la ragazza, che si chiama Sofia, ci spiega che nome con cui il suo popolo definisce se stesso è "Sami". "Lappone" deriva invece da una parola scandinava, lapa, che significa lacerto o ritaglio di stoffa e quindi il termine "lappone" equivale più o meno a "straccione". Da millenni il popolo Sami conduce un’esistenza seminomade, in un continuo movimento migratorio e pendolare fra luoghi di accampamento, pascoli, zone di caccia e stazioni di mercato nel territorio all’estremo nord della Scandinavia. A partire dagli anni Novanta, Norvegia, Finlandia e Svezia hanno inaugurato dei parlamenti Sami dove sono eletti rappresentanti del popolo che possono presentare istanze ai governi delle tre nazioni scandinave. La Russia d’altro canto continua a ignorare la minoranza Sami (2-3.000 persone secondo un computo molto avventuroso) concentrata nella regione di Murmansk. Scopriamo con un certo stupore che, per votare nel parlamento Sami svedese, basta parlare la lingua o reclamare una sia pur lontana discendenza, il che, ci spiega la ragazza, conferisce tale diritto anche a personaggi celebri come la cantante Joni Mitchell, la cui parentela risale al ramo paterno della famiglia, o il premio Oscar Renée Zellweger, la cui madre è una norvegese di origine Sami.
La conversazione è interrotta spesso dall’ingresso nella tenda di altri turisti, in maggioranza svedesi. I bambini fanno una faccia meravigliata, seguono le spirali del fumo che esce dal foro lasciato aperto dove si incrociano i pali di sostegno oppure si avvicinano alle pareti della tenda, annusano l’odore acre delle pelli di renna e fanno smorfie buffe. Gli adulti si guardano attorno un po’ rigidi, fanno qualche foto, rifiutano la tisana con un «nej, tack» educato ma fermo ed escono in fretta con un sorriso tirato.
«Da quando c’è il parlamento Sami?», chiedo.
«Da quando la Svezia lo ha creato. 1993».
«E che peso ha nelle politiche svedesi verso il tuo popolo?».
Lei glissa. Sono entrati due svedesi con un bambino nel marsupio; il flash scatta a ripetizione ma, quando lei si rivolge loro sollevando il mestolo, fanno la solita reverenza, un saluto a mezza bocca e se ne vanno in fretta. Sofia ci spiega ancora un po’ delle usanze Sami: l’allevamento delle renne (oggi molto in calo), la caccia e la pesca, la costruzione di utensili e l’insediamento definitivo in piccole fattorie, che sta diventando sempre più frequente in tutte le aree che la sua gente ha percorso da sempre senza prendere in considerazione i confini che altri popoli, quelli stanziali, predisponevano e muovevano nel corso di secoli di invasioni, battaglie e trattati. Solo usciti dallo Skansen, ci rendiamo conto di non aver scattato nemmeno una foto. Sofia e la tenda in cui abbiamo sentito raccontare la storia del suo popolo del nord resteranno solo nella nostra memoria.

Prima di lasciare il parco attraversiamo le aree che ospitano gli animali. Annessa all’Aquarium con le sue spettacolari vasche per i pesci tropicali, e gli habitat ricostruiti per i coccodrilli, le microscopiche rane velenose dell’Amazzonia, i camaleonti e le creature del deserto, c’è una vasta sezione di gabbie per le scimmie. Nella più grande c’è un albero enorme sui cui rami stanno aggrappati i lemuri. Spalancano le braccia e rimangono immobili a scaldarsi a questo sole imprevisto. Sul muso bianchissimo gli occhi marrone-rossicci sono bordati da una mascherina di pelo nero e spiccano ancora più intensamente. Mentre mi avvicino per fotografarli mi considerano senza paura, hanno un’espressione così umana che mi pare di vedere una sfumatura di sofferenza. Mi chiedo se sia solo la mia immaginazione, ma anche Moira è turbata dallo spazio brevissimo che ci separa. «Ci pensi?» mi chiede: «Un tiro di dadi, un cromosoma in più o in meno e magari ora ci potremmo essere noi da quel lato dell’obiettivo…». Come se l’avesse sentita, una femmina tira a sé il suo bambino, sottraendolo al flash dei turisti davanti a noi. La famiglia risale un paio di rami poi riprende la posizione. Sembrano tanti crocifissi in fila, il più grande mi guarda dritto negli occhi e io decido di uscire con una vergogna che non so spiegare e che mi porto addosso anche davanti all’enorme colonia dei babbuini. Qui i nuclei familiari e le dinamiche parentali sono più fluide. Le femmine si portano appresso i piccoli appesi alle mammelle, i maschi hanno criniere folte sul groppone e si sfidano mostrando le zanne e lanciando strida. Quando trovano una scimmia isolata la terrorizzano con le loro urla e l’aggrediscono per inchiodarla al suolo e poterla penetrare da sopra. Altri individui più pacifici, si difendono stando in gruppo e passano il tempo frugandosi a vicenda nella pelliccia in cerca di parassiti da mangiare. In prossimità del vetro che ci divide da loro, c’è un maschio giovane che dà le spalle alla colonia e si masturba, fregando il bacchettino rubizzo del pene fra le due mani, come se stesse assottigliando un cilindro di argilla purpurea. Ogni tanto si distrae, si interrompe per un breve istante, poi gli occhi tornano opachi e il frullio delle palme ricomincia. Due ragazzi alti l’hanno notato e se lo additano a vicenda con gli occhi un po’ troppo sgranati e qualche risatina imbarazzata. Il babbuino è girato verso di noi ma l’espressione assente dimostra che non ha percepito la nostra presenza. O forse ci vuole ignorare? Mi tornano in mente le notti di collegio, quando i cigolii del letto di qualche compagno di stanza mi svegliavano. Se tossivo o mi giravo, facendo frusciare le coperte, il rumore si interrompeva ma, dopo un’attesa di pochi secondi, riprendeva regolare, ritmato. Mi sono sempre chiesto se davvero pensasse che io mi ero riaddormentato o se l’urgenza di far scoppiare quell’orgasmo era semplicemente troppo forte per pensare di potersi interrompere.

Abbandonate le scimmie, attraversiamo le aree dedicate agli animali del nord: il ghiottone rimane nascosto, mentre la volpe gira continuamente nella vasta area a sua disposizione e provoca l’abitante del recinto contiguo, un orso bruno che gioca sfregando gli unghioni sul pannello che lo divide dai turisti, fra gli strilli dei bambini. Le foche hanno un’enorme vasca con finestre che permettono di vedere anche sotto il livello dell’acqua. Oggi però sono stese sulle lastre di pietra, all’asciutto, rosolano al sole i corpaccioni dall’aria gonfia e torpida però si rizzano con agilità, battendo le pinne, quando un turista tuffa una mano e le schizza.

*

Abbiamo ancora tempo per un pomeriggio in centro. L’appuntamento con Jonas è in un punto d’incontro caratteristico degli stoccolmesi, il grande atrio d’ingresso dei magazzini Åhléns. Compriamo qualche regalino e soprattutto una quantità di scatoline sottovuoto con aringhe, gamberetti e salmone immersi in intingoli e salsine di ogni sorta. Moira si volta a Jonas con gli occhi che ridono: «Sabato prossimo vieni a trovarci: noi prepariamo lo smörgåsbord e tu porti la mitica pizza, ok?»
«Perché no? Prima però devi venire con me da NK per provare una cosa. Il profano laggiù», dice Jonas indicando me: «è senza speranza, ma ce lo possiamo portar dietro per magnanimità».
L’eleganza delle vetrine di NK è leggendaria. Ogni anno, verso l’inizio di dicembre, vengono chiuse da una tenda che resta abbassata per un paio di giorni e finalmente sollevata sugli allestimenti natalizi con grandi manifestazioni di stupore ed entusiasmo degli svedesi. Al piano sotterraneo, come alla Rinascente qualche anno fa, c’è il reparto gastronomia, dove qualunque merce, marmellate, caviale in scatole dorate, frutta esotica, spezie, formaggi, the aromatizzati, tagli di salmone, è disposta con la stessa cura degli abiti sui manichini delle vetrine. C’è anche una rastrelliera di scatole trasparenti con le palette regolamentari. «Le godis di NK sono al livello del Grand Hotel». Moira non se lo fa ripetere e stipa una serie di sacchettini di carta. Poi Jonas fa strada fra scaffali e lunghi banchi frigo fino a un angolo da cui viene profumo di pane. «La pasticceria» annuncia. «Kanelbullar!» esulta Moira che si è già innamorata della tradizionale girellona svedese coperta di granella di zucchero e spolverata di cannella.
Jonas nicchia: «Vi fidate di me?»
«C’è bisogno di chiederlo?»
«Anche tu, miscredente?».
Io annuisco convinto. Lui va a ordinare e torna con un vassoietto: «Date il benvenuto alla kardemumma bulle».
Rispetto alla bulle tradizionale qui ci sono le uvette e una spazzolata di cardamomo che la rende ancora più sfiziosa. Il profumo è spettacolare. Io rievoco le tristissime merende milanesi al bar dell’università con le brioche precotte, gonfiate dalle radiazioni del fornetto a microonde: «Vuoi mettere? Chiudere un pomeriggio di studio con una di queste?».
La doratura è perfetta, la pasta tiepida appena tolta dal forno. la combinazione di sapori ci lascia in silenzio per i dieci minuti successivi e mi coccolerò il gusto sul palato fino a Malpensa.

Quando scendiamo dalla scaletta dell’aereo tutto comincia a muoversi a ritmo frenetico. Abbiamo venti minuti per recuperare il bagaglio ai nastri trasportatori e precipitarci al marciapiede giusto. Se perdiamo questo, il prossimo bus per Lugano arriverà tra un’ora e mezza. Siamo scettici e invece, contro ogni probabilità, infiliamo tutte le coincidenze giuste e prima di accorgercene siamo alla fermata a dividere tutta le scatoline di prelibatezze e i sacchetti di godis che avevamo stipato nel borsone di Jonas. Adesso, come ogni volta, ci separeremo di corsa e gli impegni di ciascuno si prenderanno il nostro tempo e il pizza-smörgåsbord di sabato resterà solo una bella idea e passerà una settimana o due o un mese prima di rivederci, sempre di corsa, come ci abbracciamo ora mentre già il nostro bus fa manovra all’ingresso di questo grande parcheggio. Jonas si riavvia i capelli e sorride e parla di niente, forse è emozionato come noi. Ci ha accompagnato e ci ha mostrato un posto speciale, un angolino della sua anima che senza di lui non avremmo mai visto così. Lo abbracciamo a turno e restiamo a guardarlo dal finestrino mentre solleva il suo borsone e si avvia al marciapiede per Milano. Il nostro bus si allontana, Jonas rimpicciolisce in distanza e i chilometri che oggi ci separano ci sembrano più lunghi del solito.
Moira ha già aperto un sacchetto di godis.
La prima che pesco è una Ferrari-bil.

(Qui di seguito i link alla prima, seconda, terza , quarta, quinta, sesta, settima, ottava e nona parte)








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 2 settembre 2009