Lagom #9

Teo Lorini



9. Smörgåsbord!

Verso il centro, Uppsala si è riempita. Due settimane fa c’era ancora la neve e oggi la temperatura è praticamente primaverile. Moira ed io ci togliamo il piumino, ma gli scandinavi usciti in massa a godersi questo primo sole, si stravaccano sulla sponda del Frysån in magliette, pantaloncini e sandali. In maggioranza si tratta di studenti. «Come sono giovani», il commento di Moira strappa un sospiro a Jonas.
Prima della chiusa, la corrente è placida e le case rosse e verdi si specchiano nel fiume. Ho voglia di fare qualche foto e così rimango un po’ indietro. Quando raggiungo gli altri, Jonas sta raccontando di una storiella estiva che gli è capitata proprio qui, a Uppsala e che gli è tornata in mente vedendo questi ragazzi che chiacchierano e ridono e flirtano sull’argine o, più semplicemente, perché è una di quelle cose leggere e tenere a cui diamo poco peso quando capitano, senza sapere che non ce ne dimenticheremo mai più.
Sulle prime ho un moto assurdo di gelosia: ci conosciamo da tanto tempo e a me non ne aveva mai parlato! Vorrei esclamarlo ad alta voce perché sentirmi dire quanto sono meschino ma mi colpisce il tono di sincero stupore con cui Jonas racconta quell’avventura di qualche estate fa, come di un inspiegabile colpo di fortuna, come se gli sembrasse miracoloso che qualcuno si sia interessato proprio a lui. «Beh, c’è da dire che avevo molte meno rughe…».
Moira mi guarda stupita di quell’enormità. È da tre giorni che siamo in viaggio e abbiamo perso il conto delle occhiate d’ammirazione dirette al nostro amico. Eppure Jonas è così sincero, disarmato e trasparente che mi viene un tuffo di commozione e, per non fargli vedere i lucciconi, gli cingo il braccio e lo stringo forte, nell’invidia di ammiratrici e ammiratori a bordofiume.

Ripartiamo a metà pomeriggio. Per la cena Jonas ci ha promesso una sorpresa «Ma prima», dice: «c’è una tappa obbligata». Scendiamo dalla metro in Gamla Stan e Jonas ci fa strada nell’intrico di viuzze lasciandosi presto alle spalle il flusso dei turisti che percorrono la via dei negozi più pacchiani. Nella luce radente del tramonto arriviamo in uno slargo triangolare fra alte case rosse, gialline e arancione. Al centro c’è un albero ancora spoglio circondato di vasi pieni di fiori, all’imbocco del vicolo più stretto un rampicante ha formato una specie di architrave vegetale. Poco più in là c’è un parapetto sormontato da un massiccio piedistallo con una statua di S. Giorgio a cavallo, pronto a far calare il colpo di grazia su un drago irto di scaglie, zanne e artigli. Persino la lingua, che il drago ha srotolato per il suo ultimo sibilo, sembra una daga appuntita. Il terrazzino affaccia su Österlanggatan, una delle vie meglio conservate della città vecchia, con le case medioevali ornate di bassorilievi e insegne in ferro battuto. Una è addirittura decorata con una sorta di enorme scudo in legno.
Risaliamo le stradine fino alla Stortorget, la piazza su cui sorge l’Accademia svedese. «È uno dei luoghi più famosi di Stoccolma», spiega Jonas indicandoci sul lato ovest due palazzi alti e stretti, uno rosso vivo e l’altro arancione pallido, che ho visto riprodotti in un migliaio di cartoline e persino sulla copertina della nostra guida. «I bar sono orride trappole per turisti, ma andarvene senza un aperitivo qui sarebbe imperdonabile». Così ci sediamo al primo tavolino libero e neanche la birra acquosa o le noccioline unticce guastano lo spettacolo del sole che arriva dal vicolo alle nostre spalle e fa risaltare il colore delle facciate, mentre le ombre dei passanti si allungano sull’acciottolato. «Che pace» esclama Moira.
«Mmmm, beh sì… oggi sì».
«Perché dici "oggi"?».
Jonas ci spiega. «Quando ci si abitua alla quiete quasi maniacale della Svezia si fatica a ricordasene o a crederlo, ma alle spalle della neutralità odierna c’è una storia estremamente cruenta… Nel Cinquecento Cristiano II di Danimarca aveva di fatto conquistato la Svezia incorporandola al regno danese. Agli esponenti dell’aristocrazia ribelle re Cristiano aveva garantito l’immunità, poi li ha radunati e proprio qui ha fatto tagliare la gola a 82 persone. È il cosiddetto Stockolms blodbad, il "bagno di sangue di Stoccolma": se pensate a quanti litri di sangue possono uscire da 82 carotidi, direi che la definizione non è esagerata». Moira rabbrividisce, Jonas la rassicura e intanto io resto a pensare al Vasa e alle formichine agli ordini di Franzén, all’ossessione per la misura e al fastidio verso tutti gli eccessi. Di sfarzo, di rumore, di slanci, di espansività…

La sorpresa di Jonas si chiama smörgåsbord. È una delle più antiche tradizioni di Svezia, un buffet di piatti che va dall’antipasto al dolce, disposti su lunghi tavoli a cui ci si serve a varie riprese.
Il più rinomato smörgåsbord di Stoccolma è quello del Grand Hotel. Ci accoglie un maître gallonato che ci fa strada conducendoci attraverso l’atrio e un salottino molto chic fino alla veranda dell’Hotel che affaccia su Strömkajen, il molo più bello di Stoccolma, con il museo nazionale e il palazzo del re che si guardano dai due lati del canale. L’ambiente è la quintessenza del lagom: eleganza senza strafare, camerieri solerti e discreti, candeline che, con il calare della luce del sole, colorano la veranda di una luminosità accogliente. Ci sono anche tre o quattro italiani che tornano dal buffet con un piatto straripante. Passato il primo giro, l’andirivieni di svedesi li rassicura e la scena non si ripete. Dopo un po’ tutta la sala è un brulichio tenace e incessante di persone dirette alla tavolata delle leccornie. Aringhe e salmone con ogni tipo di salsa e intingolo, mousse di gamberetti, polpette di carne, affettati, patate lessate e in insalata, oca arrosto, uova strapazzate, baccalà, cosciotto di maiale. Tra un piatto e l’altro prendiamo fiato e ci guardiamo attorno. Oltre a noi e all’altro gruppo di italiani, che ora stanno scattando delle foto con il flash, c’è una coppia di francesi e quattro americani; gli altri sono tutti svedesi, oppure svedesi accompagnati a qualche straniero, come la coppia di arzilli sessantenni che ridono a voce un po’ troppo alta mentre servono da bere a due ragazze russe pericolosamente vicine alla ventina. Alla nostra destra, invece, c’è un tavolo con due coppie. Sono tutti intorno ai quaranta, con denti bianchissimi e lineamenti fini. Le donne sono in lungo, hanno dita sottili e capelli biondi raccolti in semplici chignon. Uno dei due uomini porta giacca e cravatta, l’altro una camicia viola molto elegante. Parlano poco e a voce bassa, il brusio delle loro voci si avverte a malapena sopra il tintinnio delle forchette. Le donne si lasciano andare a qualche risata, l’incravattato sorride appena ma è Camicia viola che attira la nostra attenzione. Trascorre la maggior parte della cena con le braccia serrate sul petto, annuisce bofonchiando il caratteristico «Jo, jo» degli svedesi compiti e ogni tanto tira le labbra in un sorriso sforzato. Quando parla, lo fa a talmente sottovoce che i tre commensali si chinano verso di lui. Sono evidentemente felici ma in un modo talmente trattenuto e quasi imbarazzato che non mi era capitato di vedere nemmeno fra gli svizzeri più compassati. Alla fine del pasto, prima di andarsene, si gireranno verso di noi indirizzando a Jonas, che ha ordinato in svedese, un "God kväll" (buona sera) appena accennato.
Arriviamo stremati al giro dei dolci, ma l’assortimento di prelibatezze che avevamo adocchiato da un po’ è talmente invitante che non ci tiriamo indietro. Alla fine io ho quasi il fiatone. Jonas in compenso si guarda intorno con aria inquieta. «Che c’è? Cerchi qualcosa?».
«No… è che dovrebbe esserci ancora una portata…».
«Un’altra!?!», siamo al limite del collasso.
Jonas guarda alle mie spalle e sorride sollevato: «Ah, eccola!».
Al nostro tavolo si è appena materializzato un cameriere con guanti bianchi e una zuppiera d’argento che rovescia nei nostri piattini una mestolata di godis. Moira e Jonas si fanno l’occhiolino fregandosi le mani.

Fuori il buio è completo e l’acqua diventa uno specchio mobile in cui oscillano in riflessi delle luci che brillano sulle barche e sugli edifici. Da dove sediamo noi si vede la facciata del palazzo reale, una sorta di parallelepipedo imponente e privo di grazia che, ai primi del Settecento, dopo l’ennesimo incendio, ha rimpiazzato quanto restava della reggia medioevale. La costruzione squadrata e i massicci contrafforti di pietra sono ulteriormente appesantiti dalla tonalità marroncino spento delle mura. L’ingresso si trova al centro di un vasto cortile quadrangolare, arretrato rispetto alla strada e a stento illuminata da una manciata di fievoli lampadine.
«Non è esattamente una bellezza da mettere in risalto» commento io: «però un lampadario in più non avrebbe stonato».
«Ma non sarebbe stato lagom!», rispondono Moira e Jonas scandalizzati.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 6 agosto 2009