Lagom #8

Teo Lorini



8. Rediviva

Jonas e io abbiamo deciso di sfruttare il bel tempo del giorno di Pasqua per la visita a Uppsala. «Anticipiamo la gitarella di Pasquetta», commento io. «Italiani fino al midollo» ironizza Moira.
Stamattina, col sole che entra dai finestroni e l’aria speciale delle giornate di festa, l’atrio della stazione pare ancora meno temibile dell’altro giorno, gli svedesi più benestanti però devono avere un’altra percezione perché scantonano veloci guardando di sottecchi i passanti più giovani e rumorosi. Hanno l’aria spaurita di chi è costretto in un luogo dove non vorrebbe stare. Pensarli sotto le volte della Centrale di Milano è uno sforzo superiore alla mia immaginazione.
In 40 minuti arriviamo a Uppsala, antica capitale e principale città universitaria della Svezia. Tra il Sei e il Settecento qui hanno insegnato e compiuto le loro scoperte Celsius, Rudbeck e Linneo, il cui il giardino botanico, ordinato e austero, è visitabile ma soprattutto funziona ancora come laboratorio di ricerca per gli studenti di Uppsala.
Jonas ci racconta che questa è la città dove ha trascorso i primi soggiorni di studio. «Venivo quasi ogni estate... A Stoccolma ho vissuto per anni, ma è qui che mi sono innamorato di questo paese».
All’arrivo dobbiamo farci largo attraverso nastri di plastica e transenne perché i cantieri dei lavori in corso, che sono ormai diventati un elemento abituale del paesaggio, ci accolgono già al binario. Uscendo dalla stazioncina, Jonas ride: «Benvenuti a Shangai». Siamo in un vasto piazzale, dove lunghe tettoie riparano una sfilza interminabile di rastrelliere per biciclette. Fatte salve le nevicate record, gli uppsaliensi sono di regola allergici alle auto. Il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione sia composto da studenti non incide. «In bici vanno tutti» precisa Jonas: «vedi certe vecchiette sprint…».
Anche le distanze aiutano. Da qui al centro è una passeggiata di pochi minuti. La prolunghiamo con una sosta per qualche foto sul brevissimo ponticello che attraversa il fiume Frysån. La strada dove ci troviamo sale fino a un monumentale edificio neoclassico. C’è un’iscrizione in lettere capitali al centro della facciata: "Carolina Rediviva". Siamo arrivati all’antica biblioteca universitaria di cui io avevo censito qualche codice patristico spulciando cataloghi ai tempi del mio dottorato e che invece Jonas ha frequentato davvero, studiando manoscritti del Valla e di altri storici dell’Umanesimo. Moira, che ha capito l’antifona, sceglie di fare un giro attorno all’edificio a fotografare il parco. Noi restiamo a chiacchierare vicino alle colonne grigie dell’ingresso, ripercorrendo i nostri anni di ascesi nella filologia pura. È l’epoca in cui ci siamo conosciuti e ci rendiamo conto, ancora una volta, di quanto tempo è passato. Ogni codice, ogni scrittore che nominiamo è una tappa che fa tornare in mente ricordi più profondi delle date di nascita e morte o del numero di stesure di un’opera. Passiamo in rassegna una fila di delusioni e attese, le partenze periodiche, qualche ritorno imprevisto, innamoramenti, perdite o, più semplicemente, l’infinità di pomeriggi a consumarci gli occhi in biblioteca e di serate a teatro o al cinema a riprendere contatto col mondo di fuori. Quando torna Moira, Jonas fa un gesto con la mano, come a troncare l’onda di nostalgia che monta, e indica l’altura davanti a noi: «Andiamo a vedere il castello».
Ci lasciamo alle spalle un bel giardino all’italiana e saliamo verso il massiccio del castello. Nelle sue sale è stata pronunciata la dichiarazione d’ingresso nella Guerra dei Trent’anni e l’abdicazione della regina Cristina quando si convertì al cattolicesimo, trasferendosi poi a Roma con un ricco gruppo di manoscritti, destinati a confluire infine nella Biblioteca Vaticana con il nome di Codices Reginenses. La malinconia non vuole mollarci e così Jonas prova a scacciarla raccontando un po’ di storia locale: «In una terra così ricca di legno, è quasi impossibile trovare edifici storici che non siano stati devastati da qualche incendio. Il turno del castello di Uppsala è arrivato all’inizio del Settecento. Al momento della ricostruzione, la città aveva perso ormai qualsiasi importanza strategica: per questo solo due lati dei quattro originari sono stati portati a termine». L’edificio è imponente ma il colore rosa tenue dei muri lo rende meno minaccioso. A nord c’è un bastione da cui si ammira tutta la città dominata dalle torri interminabili della cattedrale. Sul terrapieno triangolare da cui mi sporgo mentre scatto una salva di foto, c’è una specie di incastellatura di tronchi che mi ricorda la copertura di un pozzo di trivellazione. In realtà è un’attrazione locale: lì dentro c’è la campana Gunilla, che due volte al giorno batte rintocchi puntualissimi, per la soddisfazione degli uppsaliensi. Due americani sono già in attesa ma ci sono due ore prima della prossima prossima scampanata così li lasciamo e andiamo verso le torri vertiginose della cattedrale che, per non sbagliare, sono state a loro volta bruciate e ricostruite nel corso del Settecento.
Dall’altra parte del sagrato c’è il Gustavianum, un edificio storico dell’università con una collezione di antichità classiche acquistate dai re di Svezia e numerosi oggetti di epoca vichinga scoperti dagli archeologi dell’università.
Davanti al museo una sfilza di steli runiche che tramandano dediche a padri e madri che da dieci secoli sono diventati polvere; dentro, nella cupola che sormonta l’ultimo piano del Gustavianum, i corpi andavano incontro a un altro destino.
Jonas verifica che il museo sia aperto a Pasqua e ci trascina a vedere il teatro anatomico costruito da Olof Rudbeck a metà Seicento, ispirato -così ci dice una giovane guida- dagli esemplari analoghi di Padova e Bologna. La sala, sul cui tavolo venivano esaminati i corpi di criminali messi a morte, è un ottagono con cinque ordini di scranni separati da gradini ripidissimi. Rudbeck fece edificare in legno ogni elemento del suo teatro. Le candele erano giocoforza bandite e l’unica luce per rischiarare il tavolo delle autopsie è quella che pioveva dai finestroni della cupola. Questo dato riduceva al minimo il numero di cadaveri dissezionati.
Nell’esposizione della guida si alternano dettagli macabri e altri più comici. Pare ad esempio che gli scranni così addossati servissero a impedire a chi sveniva di cadere. Le dissezioni infatti erano frequentate sia dagli studenti sia da un pubblico di spettatori paganti. Questi ultimi erano tanto numerosi che la vittima di un malore sarebbe rimasta in piedi anche priva di conoscenza, schiacciata da ogni lato dalla folla desiderosa di scoprire i segreti dei propri corpi scrutando nelle viscere dei colpevoli appena tirati giù dalla forca. Allo stesso modo, lo strano colore violaceo sulle pareti sottostanti a ciascuno degli scranni venne scelto per ridurre l’effetto cromatico dei fiotti di vomito che punteggiavano il lavoro dei chirughi. Chiudendo gli occhi immagino la luce declinante del pomeriggio, il teatro gremito di uomini sudati, le urla, i singhiozzi, le esclamazioni di stupore e orrore, il tonfo dei corpi che si accasciano, i suoni rauchi dei conati e le proteste di chi viene investito da uno schizzo o un getto intero, gli insulti, gli spintoni, gli accenni di rissa sedati a forza dalle guardie cittadine. Al centro, silenzioso e concentrato, il docente incide pelle e tessuti, reseca ghiandole e muscoli, li solleva ancora grondanti di siero per mostrarli agli studenti che trascrivono faticosamente i loro appunti mentre sul tavolo il corpo non ancora gelido viene aperto e rivoltato, seghetti gli incidono le ossa, dita ruvide si fanno largo fra gli organi con rumori viscosi…








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 5 agosto 2009