Per tutti i figli delusi del Paese

Giorgio Fontana



Giugno 2009. La domanda di assunzione del signor Mohamed Hailoua, di origine marocchina e con regolare permesso di soggiorno, viene respinta dall’Atm (Azienda di trasporti milanese). Il signor Hailoua, residente in Italia ed elettricista diplomato, aveva chiesto di partecipare al bando per un posto da operaio al reparto manutenzioni. La motivazione del diniego: il Regio decreto 148 del 1931 impedisce a coloro che non sono cittadini italiani di lavorare nel trasporto pubblico. Essendo di origine nordafricana, il signor Hailoua non ha i requisiti per effettuare la richiesta.
Di per sé, il regio decreto appare subito del tutto anacronistico e bisognoso di abrogazione o almeno di una seria revisione. Ma c’è qualcosa di peggio: la giustificazione con la quale è stato invocato. Perché è questo a segnare, nel concreto, il discrimine più evidente verso il signor Hailoua.
Nella memoria difensiva di Atm (a cura degli avvocati Rho e Muro), leggiamo: «Il servizio del pubblico trasporto involge delicati aspetti di sicurezza pubblica, ed è particolarmente esposto, ad esempio, a rischi di attentati. È proprio di questi giorni la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi magrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese che avrebbe dovuto realizzarsi prima delle elezioni del 2006. Il legame personale del cittadino allo Stato dà maggiori garanzie in relazione alla sicurezza e incolumità pubblica».
Il fatto cui la memoria si riferisce è l’individuazione di una cellula terroristica che avrebbe progettato di colpire la metro di Milano e la chiesa di san Petronio a Bologna. A questo è seguita, nel giugno 2009, un’ordinanza di custodia cautelare verso i cinque cittadini marocchini del gruppo. L’accusa è associazione con finalità di terrorismo. (In ogni caso, il commento del procuratore aggiunto Armando Spataro è che la metropolitana non aveva corso effettivamente «nessun rischio» nel 2006, e che l’inchiesta aveva messo in luce solo l’esistenza di un «vago progetto»).

L’idea che il «legame personale del cittadino allo Stato» — cioè il suo essere italiano — fornisca «maggiori garanzie» in fatto di sicurezza è piattamente discriminatoria. Sembra così semplice da non richiedere altre spiegazioni. È figlia dell’ossessione odierna per il controllo e la sicurezza, che si traduce quasi sempre in norme ad hoc che identificano comunemente lo straniero con il criminale. Ma per i fanatici a tutti i costi, ci sono buoni argomenti anche per smontarla dall’interno.
Il Regio decreto, infatti, si limita unicamente ai mezzi di trasporto. Anche in questo tradisce il suo essere datato e poco efficiente. Se davvero si tratta di sicurezza, e se davvero la necessità di garantire tale sicurezza passa per l’assunzione di soli cittadini europei, allora tale norma dovrebbe essere estesa a molte altre forme di servizi pubblici.
Senza contare che, ad esempio, a fine marzo 2009 Atm ha creato una Squadra di pulizia mobile con lo scopo di mantenere puliti i mezzi di trasporto. Naturalmente, in questa squadra sono presenti anche extracomunitari. (E se uno deve piazzare una bomba, può farlo anche spazzando le cartacce, non solo mentre lavora a un quadro elettrico). Infine, diversi blog di informazione si sono domandati polemicamente se lo stesso trattamento sarebbe stato riservato a un canadese o a un australiano. Con l’equiparazione dei lavoratori cittadini italiani a quelli comunitari (secondo l’art. 48 del trattato CEE) non presente in origine nel decreto contestato, la domanda di qualunque extracomunitario sarebbe stata respinta.
Ma il fatto invocato per l’applicazione del decreto — i piani d’attentato dei cinque magrebini — impone molte perplessità al riguardo.

A questo punto Atm prende qualche distanza dal testo di Rho e Muro, specificandone il carattere meramente tecnico. E il vicesindaco di Milano, De Corato, sottolinea che «Le accuse di razzismo sono assurde, è un’operazione studiata a tavolino per farsi un po’ di pubblicità. Atm rispetta una legge dello Stato dettata da ragioni di sicurezza. E che gli ultimi inquietanti episodi su progetti di attentati islamici nella metropolitana inviterebbero a non modificare».

Va aggiunto un dettaglio ulteriore. All’altezza el giugno 2009, Atm è ancora carente di personale. L’offerta di lavoro c’è (il piano assunzioni prevede mille nuovi posti in tre anni) ma scarseggia la presenza di professionisti qualificati. E l’indice di gradimento dei fruitori milanesi è sempre più basso.
I motivi sono diversi: basta fare un giro sui forum di lavoratori nei trasporti pubblici per registrare continue lamentele sugli orari troppo faticosi, l’inevitabile stress, e soprattutto lo stipendio poco commisurato (specie in una città costosa come Milano).
In un’intervista rilasciata al «Corriere della sera» pochi mesi prima del fatto (26 marzo 2009), il presidente di Atm ammetteva che si trova «difficilmente personale a Milano e in Lombardia, il nostro primo bacino d’utenza è il Meridione»: e per quanto riguarda gli stranieri, sono tagliati fuori dal Regio decreto di cui si è detto. Una norma, in fondo, tagliata su misura, perché il milanese vuole la botte piena e la moglie ubriaca: nessuno straniero in giro, ma i mezzi perfettamente funzionanti.
Il presidente di Atm commentava: «Il decreto va rispettato, ma potrebbe valer la pena di rivederlo».
Tre mesi dopo, questo accade.

In seguito al fatto, il signor Hailoua presenta un ricorso al Tribunale del Lavoro. Trova aiuto nei professionisti delle associazioni «Avvocati per niente» e «Studi giuridici sull’immigrazione». In prima istanza, il Tribunale respinge il ricorso perché non risultata effettuata una regolare domanda di assunzione. Gli avvocati di Hailoua replicano — in buona sostanza — che il caso è una questione di principio e non si limita a una domanda presentata o meno (la discriminante rimane comunque sempre possibile).
Il seguito del ricorso va a buon fine. Il 22 luglio 2009, il giudice del lavoro Chiarina Sala accoglie le richieste presentate dagli avvocati del signor Hailoua, salvo il risarcimento danni, accertando «il carattere discriminatorio del comportamento di Atm». L’effetto immediato è «la cessazione del comportamento e la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione». L’articolo del Regio decreto è ritenuto così implicitamente abrogato.
Le due associazioni che hanno seguito il caso del signor Hailoua si dicono «estremamente soddisfatte della decisione che rimuove un ostacolo ingiustificato e discriminatorio alla libertà di accesso al lavoro, venendo così incontro a esigenze di uguaglianza tra lavoratori e di efficienza del sistema economico».
Tutto bene, quindi?

Non proprio. Com’è noto, il capogruppo della Lega Nord al consiglio comunale di Milano, Matteo Salvini, ha definito l’intero fatto «aberrante», consigliando ai giudici che hanno approvato il ricorso a trasferirsi in Marocco, «dove potranno assaporare le virtù del sistema giudiziario marocchino».
Quanto al vicesindaco De Corato, il suo commento è che la sentenza «non spazza via i dubbi che la questione, che poteva essere sollevata in qualunque città d’Italia, sia stata strumentalizzata ad arte da alcuni ambienti solo per alzare un polverone contro Atm e di riflesso contro il Comune di Milano». Il signor Hailoua ha ottenuto ciò che gli spettava per diritto naturale, ma è ancora stato privato della legittimazione etica della sua città. Come se ci fosse qualcosa di comunque sbagliato nella sua situazione.
Non c’è mai davvero un lieto fine, perché non c’è mai davvero fine. Ma perché?

Perché a Milano e in Italia, oggi, storie simili sono all’ordine del giorno. Discriminare è un atto mostruosamente semplice, ed è la sua banalizzazione — l’idea comune che questo sia comunque in parte ragionevole, o giustificato, o comunque all’ordine del giorno— a renderlo così tragico.
Le storie sono organismi semplici solo all’apparenza. Un fatto, ogni fatto, è un’increspatura in un mare di sottintesi, spiegazioni sepolte, fobie, necessità: fa parte di reti profonde. E un movimento alla periferia del sistema è solo figlio di un nucleo che pulsa. Limitarsi a considerare il caso di Mohamed Hailoua è limitarsi a vedere una particella del problema, che è in realtà molto più vasto e ramificato.

C’è infatti un’ultima cosa da aggiungere, una cosa che non ho detto e che invece è la più importante.
Mohamed Hailoua ha diciotto anni.
Mohamed Hailoua diventerà grande in un paese che in prima istanza gli ha impedito di fare il lavoro che desiderava.
Il caso di Mohamed Hailoua è un simbolo per le seconde generazioni d’Italia: perché con le leggi correnti sempre più figli di immigrati che non hanno ottenuto la cittadinanza alla maggiore età si troveranno in condizioni simili.
Nella loro lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, i ragazzi della Rete «G2 — Seconde Generazioni» hanno scritto:

Ci capita di sentirci invisibili nelle difficoltà e altre volte invece indifesi nel momento in cui diventiamo terribilmente visibili a causa di episodi di cronaca di cui non siamo responsabili, e per i quali rischiamo di essere considerati i capri espiatori, per ingiustizie che non dipendono da noi.
Le chiediamo di ascoltarci perché siamo preoccupati per i nostri fratelli e sorelle più piccoli, che crescono nella scia della nostra incertezza.
Noi giovani figli di immigrati ci troveremo presto a dover decidere, assieme ai nostri coetanei, su un futuro che sembra già così precario. Ma il fatto di cominciare la nostra età adulta come «italiani con permesso di soggiorno» rende il nostro passo ancora più incerto e il nostro futuro ancora più precario.

Questi sono i nuovi figli del nostro Paese. Mohamed Hailoua è uno di loro. E non c’è niente di peggio — niente di più ingiusto e straziante — di un figlio che nasce deluso.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 3 agosto 2009