L’uso consapevole della punteggiatura

Andrea Cirolla



Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura (Laterza 2012), di Francesca Serafini, è un libro curioso, affascinante, dal sapore zuccherino: il che non vuol dire assolutamente niente, ma l’espediente sinestetico passerà almeno qualcosa sul piano del sentimento.

Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura (Laterza 2012), di Francesca Serafini, è un libro curioso, affascinante, dal sapore zuccherino: il che non vuol dire assolutamente niente, ma l’espediente sinestetico passerà almeno qualcosa sul piano del sentimento. Per dire, quando leggo un libro di Murakami Haruki, uno qualsiasi, subito penso qualcosa di ciò che sto leggendo, ma prima sento: sento un’avidità bambinesca, la seduzione dei personaggi e un’affezione per il narratore, perché non ha pudori a confessarsi né a svelare con pulizia e innocenza anche affari scatologici, che un occidentale filtrerebbe con altrettanta facilità attraverso tonnellate di sensi di colpa e risvolti scabrosi. Ma non c’entra Murakami, c’entra il bel libro di Francesca Serafini, che con Murakami però condivide il piacere di scrivere – è evidente – e insieme di narrare. Francesca Serafini narra che è un piacere la sua idea della punteggiatura, condivisibilissima, e che si condensa così: la punteggiatura non deve essere usata come un sistema di pause (un quarto, due quarti, quattro quarti: virgola, punto e virgola, punto) più un apparato di simboli funzionali all’intonazione dello scritto al momento della lettura (due punti, puntini, trattini e tutti gli altri), piuttosto come apparato fondamentale della sintassi. Mettete di non condividere questa idea di punteggiatura, o mettete che di avere un’idea sulla punteggiatura ve n’è mai fregato poi molto e continua a essere una prospettiva di vita che vi avanza; potreste leggere Questo è il punto senza scalfire il piacere, per diversi motivi. Uno è già detto: il libro è ben scritto; e ora di più: non è un manuale di grammatica, né solo un prontuario sull’uso dei segni interpuntivi: lo è per metà (circa 60 pp., il capitolo 3 “Il punto della situazione: una guida in forma di glossario”). Non è un manuale, ovvero non è noioso e non intende inculcare alcunché, non ne vogliano i manuali e gli scrittori di manuali. È fitto di citazioni letterarie, della letteratura (o della scrittura edita, per comprendere tutte le citazioni) più recente, quindi in qualche modo aggiorna e più in genere allieta; se ne accorge l’autrice per prima quando, dopo aver citato un brano da un racconto di Tiziano Scarpa per esemplificare un certo uso delle lineette, scrive: «E se vi state chiedendo che bisogno c’era, nella citazione, di andare oltre lo scambio dialogico utile all’esempio, la risposta è che tutto questo paragrafo stava diventando troppo tecnico: c’era bisogno di letteratura.»
Il libro è colmo di ironia, che segnala l’intelligenza quando è ironia vera, e qui segnala l’intelligenza; e solletica l’intelligenza, quella dei lettori. È un libro scritto con intelligenza non solo per l’ironia, ma anche perché è costruito su una struttura tanto semplice quanto efficace: prima di tutto sui due piani tecnico/narrativo, e poi sui piani, che si intrecciano ai due primi, propositivo/mimetico, nel senso che mima ciò che divulga. Un esempio lo si trova al termine del paragrafo sul punto esclamativo, contenuto nel capitolo 3 sopracitato, quando fornisce un consiglio sulla questione “maiuscola o non maiuscola” dopo “!”: «per evitare di sbagliarsi, meglio lasciare sempre la maiuscola; meglio anche da un punto di vista grafico, come se la lettera reagisse all’attenti che il punto sottende. Ecco!»
Un altro buon motivo per leggere il libro, oltre che un buon motivo insieme agli altri del piacere che induce questa lettura, è che vi sono inserti pop e non sono per niente stucchevoli. Ad accompagnare il lettore è qui il parallelo col giovane medico specializzando JD che, nella serie televisiva americana Scrubs trasmessa in Italia negli anni scorsi da Mtv, cerca le attenzioni e i consigli del medico supervisore Perry Cox.

Prima di concludere, una piccola annotazione: il libro sta circolando molto, diventando una sorta di bestseller del sottobosco editoriale. La prima tiratura è già esaurita: 3.537 copie in due mesi, che per un libro di linguistica, seppure sui generis, non è per niente poco. I lettori sono molti, e il titolo viaggia di voce in voce, tra segnalazioni e passaparola. Ciò che un manuale difficilmente riesce a fare, questo fortunato libro lo realizza con semplicità disarmante. Lo si può osservare, ad esempio, sui principali social network, tra i follower dell’autrice e della pagina dedicata al libro: tra i lettori c’è come un riflesso condizionato a usare più omogeneamente, nel corso delle loro scritture, l’armamentario punteggiativo. Un esempio empatico, tratto da un blog, è questo. Insomma, è irresistibile l’effetto prodotto da Questo è il punto, la spinta a giocare con la punteggiatura, per diventarne più consapevoli; porta a citare il libro già con lo stile prima che con l’esplicitazione delle sue generalità.

Infine, perché non c’è chiusura migliore, una citazione dalla parte finale dell’ultima fatica di Francesca Serafini, che è edificante e torna a confermare l’attitudine extracurricolare di Questo il punto: dalla linguistica verso la narrativa e oltre: «Può essere così nella vita? Una metà a reclamare uno spazio libero di azione, e l’altra ad aspettare che qualcuno ci suggerisca di riproporre gesti meccanici, togliendoci tutto il gusto della scelta? Coltivate quel gusto, invece. Consapevolmente.»


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pubblicato da s.baratto nella rubrica in teoria il 9 agosto 2012