Lagom #5

Teo Lorini



5. Birka

A Södermalm manchiamo il pendel per pochi minuti. Ora dobbiamo aspettare mezz’ora e così andiamo a passeggiare fuori dalla stazione.
«Prima però» dice Jonas: « ci fermiamo all’edicola, che sento il richiamo del vizio». Moira si frega le mani perché sa che Jonas è golosissimo di caramelle di ogni sorta, più sono chimiche, gommose, strapiene di coloranti e schifezze, più lui ne va matto. Ogni volta che viene a trovarci in Ticino, gli facciamo trovare vari pacchetti di porcherie, dalle mou strapiene di burro, alle lingue di gatto sauer, filacce verdi o gialle dal sapore aspro e ricoperte, per di più, di sale che brucia labbra e palato e che lui ingolla a ritmo frenetico, mugolando di piacere. Di regola le finisce prima di ripartire e spesso lo abbiamo accompagnato a fare scorta, preferibilmente alla Migros la catena che, secondo lui, ha l’assortimento migliore. Al momento di salutarci, sventolando il suo sacchetto di porcellaggini colorate, Jonas fa dei sospiri profondi e ripete che, anche se il Ticino gli regala qualche soddisfazione, nessun Paese ha la quantità di caramelle della Svezia.
Visto che ha già divorato la scorta che gli avevamo portato a Malpensa, ora è l’occasione di fare il pieno. Ci dirigiamo all’edicola che, come in tutti i paesi del nord, oltre a giornali e sigarette contiene un supermercatino con biscotti, tramezzini vari, verdura, mele e banane, sacchi di iuta pieni di pistacchi, mandorle sgusciate, semi di zucca, una rastrelliera di cd e una di piccola cancelleria. In più, in Svezia c’è lo scaffale di Godis (pronunciato proprio come l’inglese goodies): una cinquantina di cubi trasparenti con le stesse palettine che vedevo da piccolo nelle drogherie di quartiere. Ogni scatola è piena a metà di caramelle di colore diverso e consistenza rigorosamente gommosa: stringhe nere con l’interno rosa, bottigliette di coca cola in miniatura, pigne verdi ricoperte di zucchero, confettini azzurri, avorio, verdi, rotelline di liquirizia, fragolette rosso carico e innumerevoli altri modelli che non ho mai visto. Jonas e Moira scivolano tra un cubo e l’altro, ciascuno col proprio sacchettino di carta.
«Adesso, ti faccio vedere due chicche che non ho trovato neanche in Svizzera» dice lui, poi affonda la paletta ed esclama: «Gröna flaska!». Hanno la forma di una bottiglietta verde smeraldo e quando dico che il sapore mi ricorda lo sciroppo per la tosse, entrambi mi squadrano con aria di commiserazione.
Le caramelle di cui Jonas si serve per finire hanno la forma di monoposto da formula uno rosso fiammante e un vago sapore dolciastro che dovrebbe ricordare la fragola. Ne soppeso una. «E questa come le chiamano?». «E te lo chiedi? "Ferraribilar": macchinine Ferrari!».

Riforniti di godis, usciamo dalla stazione per fare due passi all’aperto. Proprio di fronte a noi c’è un lungo approdo e alla prima banchina è ormeggiata la Lady Patricia, uno yacht ora trasformata in una sorta di discoteca da crociera. È molto popolare a Stoccolma sia per le feste a tema (gli Abba furoreggiano) sia per i rutilanti show di drag-queen. Di notte, quando le casse martellano musica, lo scafo si illumina per i festoni di lampadine che decorano fiancate e alberi, mentre faretti rotanti gettano fasci di luce verso il cielo. Oggi invece, l’attracco è deserto e alla luce abbagliante del pomeriggio Lady Patricia tradisce i suoi anni, con aloni di ruggine alle giunture nella fiancata e gli striscioni di benvenuto che penzolano con aria stanca.
D’improvviso una folata di brezza porta odore di gasolio e in poco tempo la banchina su cui passeggiamo si riempie di persone. «È arrivata la Birka», dice Jonas. Noi lo guardiamo con aria interrogativa.
«Date un’occhiata ai trolley», suggerisce lui.
È vero, nella folla che incrociamo tutti hanno un paio di valige a rotelle di carrelli per la spesa. Decisamente pieni, almeno a giudicare dallo sforzo con cui le trascinano. Come se non bastasse, a quasi tutti i trolley sono agganciate anche grosse confezioni di cartone, legate con cinghie elastiche bicolori di quelle con i ganci ricurvi che mio padre montava sul portapacchi avvisando noi fratelli di stare lontano perché "sono pericolosissime! se ne prendete una in faccia, vi resta lo sfregio per tutta la vita". Molti hanno anche borse di plastica scura che tintinnano vistosamente. La nave che ha attraccato appartiene alla flotta Birka Cruises. Il nome è quello dell’antica capitale del regno vichingo, ma oggi svetta sulle fiancate di enormi scafi da crociera, a cinque o sei piani la cui rotta principale va da Stoccolma a Helsinki. La quasi totalità dei viaggiatori però non viaggia per ammirare la bellezza dei fiordi. La diffusione dell’alcolismo di cui abbiamo già avuto sentore ieri sera, ha spinto la Svezia a politiche di riduzione del danno che includono la creazione dei systembolaget (il termine equivale all’incirca alla nostra "privativa" e identifica il monopolio statale), gli unici negozi con la licenza di vendere alcolici e superalcolici. I prezzi sono decisamente alti e non c’è possibilità di fare promozioni o sconti di sorta. Per lo stesso motivo, anche nei locali pubblici gli alcoolici costano moltissimo.
La navigazione verso la Finlandia invece prevede l’uscita dalle acque territoriali svedesi e così ogni vascello della flotta Birka ha vari duty-free dove gli svedesi accorrono a rifornirsi. Tra le crociere c’è anche la formula notturna: il viaggio dura fino all’alba e su ciascun ponte della nave ci sono discoteca e bar. Jonas ne ha fatta una e ci descrive scene felliniane, con gente fradicia che scopa a bordo pista, appoggiata ai muri, illuminata dalle luci stroboscopiche che danno il ritmo alla stantuffata. Dopo l’eiaculazione, capita che vadano a farsi un altro drink insieme e poi si separino, in cerca di nuovi partner. Altri ballano fino a vomitare e poi si accasciano esausti nella pozza di tutto quel che gli è appena spruzzato fuori dallo stomaco. Jonas ha visto un ragazzo esanime, con la testa poggiata all’orinatoio in lamiera, le mani attorno all’uccello e i jeans scuri del piscio colato lungo la gamba. Verso l’alba la musica diminuisce e le persone ciondolano tra i corridoi, facendosi largo tra la gente tramortita, qualcuno si affaccia tenendosi stretto al corrimano delle balconate, pisciano verso il mare e i getti di urina macchiano le fiancate della nave.
Anche le persone che incontriamo sulla banchina hanno l’aria malferma, sebbene siano appena le due del pomeriggio. Un cinquantenne con la pancia che straborda dalla cinta chiede una sigaretta a due signore con toppini coloratissimi e fasce leopardate nei capelli. Molti hanno il bianco degli occhi solcato di capillari, altri indossano prudenti occhiali da sole e il tanfo degli aliti vinosi si mischia agli sfiati della nave.
Camminiamo controcorrente per minuti e minuti e il tintinnio di bottiglie e lattine copre il rumore dei nostri passi sull’asfalto. Alcuni hanno già intaccato i cartoni e, immobili e ritti in mezzo al marciapiede, scolano birre da mezzo litro mentre la fiumana degli altri passeggeri sciama loro attorno imperturbabile. La gente non sembra finire mai. Da quando siamo arrivati è la prima volta che sentiamo qualche voce sguaiata e notiamo dei movimenti scomposti. Eppure nello stesso tempo questa folla un po’ malferma trasmette un’idea di ordine: nessuno pare osservare gli altri con il nostro stesso stupore e anche quelli che barcollano più vistosamente stanno bene attenti a non urtare chi gli cammina al fianco.
Poi finalmente arriviamo alla nave dal cui portellone stanno sbarcando i croceristi. È un colosso bianchissimo, con cinque ordini di oblò sull’alta fiancata, solcata dal ghirigoro rosso-giallo-blu della compagnia. Sollevandoci sulla punta dei piedi, rimaniamo mezzo minuto a guardarlo dalla banchina mentre continua il flusso di viaggiatori che scendono. «Questa almeno» commenta Moira «non è sovradimensionata».








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 1 agosto 2009