Lagom #4

Teo Lorini



4. Metropoli

Il messaggio di Jonas proponeva un appuntamento per l’una davanti alla Casa della cultura. La scorsa settimana c’era neve per le strade, oggi invece sembra una giornata estiva. Metà dei passanti è in maniche di camicia e persino Moira ha tolto il maglione di lana, con gran divertimento di Jonas che non si stanca di prenderla in giro e la chiama "Cipolla", per tutti gli strati di vestiti che si mette addosso.
Sergels Torg è una piazza a due piani. Sopra c’è la fontana e la torre di cristallo, all’incrocio di arterie che costituisce lo snodo cruciale per il traffico del centro. Nello slargo sottostante, affacciata sul passeggio di Drottninggatan, si apre un’area pedonale dove inizia una galleria di negozi e su cui affacciano alcune uscite della Tunnelbana, la metropolitana di Stoccolma. È lì che sta per iniziare una manifestazione a favore del Kurdistan. Si tirano un paio di striscioni, si montano gli altoparlanti e dietro il microfono cominciano a sfilare alcuni giovani. Ciascuno di loro pronuncia un discorso breve e poi cede subito la parola a un altro. Ad ascoltarli si è radunata una piccola folla, venti-trenta persone al massimo. Molte donne, anche se non tutte, hanno i capelli raccolti in foulards, spesso chiusi sotto la gola, in modo da lasciar scoperto solo il volto; tutti hanno abiti pesanti, cappotti, stivali, maglioni a collo alto, di cui si liberano gradualmente legandoli in vita o appallottolandoli davanti a sé. Le loro sopracciglia marcate, le pelli olivastre fanno contrasto con il pallore e i capelli biondissimi, quasi bianchi degli svedesi che attraversano lo spiazzo lanciando qualche rapida occhiata. Ci sono diverse mamme con i passeggini e una di loro è capace di levare quelle grida rituali che assomigliano allo stridio di un uccello e che io avevo sentito emettere da una mia amica eritrea a un funerale. Quando la donna lancia il suo verso, la bimba che le dà la mano, scuote i capelli nerissimi e guarda verso l’alto, come se provasse ad accompagnarla ma senza emettere suono. Dopo neanche un minuto arriva una camionetta bianca e gialle con la scritta «Polis». Due enormi poliziotti in tuta azzurra scendono nella piazza a parlamentare con il gruppo degli oratori. Cala un gran silenzio, uno dei ragazzi esibisce dei fogli ripiegati. I poliziotti leggono, assentiscono, risalgono. I discorsi e le grida riprendono.
Mentre ci avviamo Jonas mi cita un sociologo svedese che ha coniato la formula "libertà repressiva". «Tutto è lecito purché tutto sia stato approvato prima… Hai visto molte auto in giro?».
«Anzi: ce ne sono pochissime!»
«E considera che Sergels Torg è un incrocio cruciale, nel centro amministrativo della città…», mentre Jonas parla, noi proviamo a contare: ci sono autobus e tram, ma le uniche vetture private sono un rumoroso Suv con le gomme chiodate e un paio di utilitarie ferme al semaforo.
«Ma anche per strada», aggiunge Moira: «le auto parcheggiate sono pochissime».
«Il sistema è l’opposto rispetto all’Italia: là è permesso tutto ciò che non è esplicitamente vietato. Qui invece segnalano dove è lecito parcheggiare e tutto il resto è divieto. Allo stesso modo, le libertà civili e politiche sono amplissime ma tutte ben sancite e circoscritte, così, in parallelo, si riduce al massimo la zona grigia, con i suoi margini di conflitto, di frizione ».
«Assomiglia alla Svizzera!».
«Se lo dite voi… Adesso però andiamo che vi porto a vedere un posto particolare».

Seguiamo Jonas alla fermata di T-Centralen, dove confluiscono e si incrociano le tre linee della Tunnelbana. Al piano di sopra c’è l’atrio della stazione.
«Dove andiamo?»
«Ora in metro fino a Södermalm, poi lì prendiamo un pendeltåg, uno dei tanti trenini per pendolari con cui vanno avanti e indietro gli stoccolmesi che non vogliono abitare in centro».
«Le case saranno carissime, scommetto…».
«Beh, la Svezia non è in generale un Paese economico. Ma il problema non sta lì, anche perché qua è scontato che i salari debbano essere agganciati al costo reale della vita. Il vero motivo per stare fuori città è che, per lo svedese medio, una città come Stoccolma non è affatto un bel posto per vivere. Troppo smog, tanto per cominciare…».
«Ma se sembra di stare in campagna! I parchi, i canali, tutta quell’acqua…».
«Dipende sempre dal parametro con cui misuri… Per loro questa città è inquinatissima e congestionata. E non è tutto. Il posto dove siamo, ad esempio: la stazione è considerata pericolosa, piena di insidie, criminalità, tipi poco raccomandabili…»
Ci guardiamo in giro: siamo in un mezzanino enorme, con i cancelletti della metro da una parte e un grosso deposito bagagli dall’altro. È forse il luogo più affollato in cui ci troviamo da quando abbiamo lasciato il terminal di Arlanda, ma siamo in difficoltà a identificare possibili fonti di allarme. Ci concentriamo sugli elementi più originali della folla che ci scorre accanto. Jonas mi indica una svedesina dagli occhi verdissimi con dei pantacollant rosa carico e un collarino di cuoio a spuntoni metallici. Cammina rapida e a un certo punto si avvicina a un cestino in cui sputa un grumo di saliva scura. «Snuss», mi spiega lui. «È un impasto di tabacco avvolto in un velo di cotone. Va infilato tra labbro e gengiva, poi lo si rumina per qualche ora: la salivazione ovviamente si accresce e ogni tanto bisogna scaracchiare. Ti puoi immaginare le conseguenze: afte, ulcere… Io lo trovo orrendo, ma qui è molto popolare».
«Pericolo in vista», ci richiama Moira che nel frattempo ha inquadrato un gruppo di ragazzi: hanno anfibi viola, giubbotti in pelle carichi di spillette colorate e i capelli tinti di nero con una ricrescita bionda vistosa e un po’ ridicola, parlano a voce sommessa, si danno qualche spintone e si passano le cuffie di un mp3. Gli svedesi girano alla larga guardandoli di sottecchi. Mi tornano in mente i mesi in cui ho vissuto a Vienna. La famiglia che mi ospitava mi aveva messo in guardia perché ogni giorno, per raggiungere la Nationalbibliothek, avrei dovuto passare dalla stazione di metro dell’Opera: un luogo pericolosissimo, da percorrere in fretta e a occhi bassi. Era lì che invece mi attardavo sempre a bere il primo melange della giornata e a osservare il flusso di viaggiatori, mentre due storici eroinomani di Vienna fumavano placidi una sigaretta dopo l’altra appoggiati all’uscita della stazione.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 31 luglio 2009