Lagom #3

Teo Lorini



3. Il Vasa

Oggi andiamo a vedere il museo che ospita il relitto del Vasa, un colossale vascello da guerra che re Gustavo II Adolfo aveva fatto costruire nel 1625 per spaventare suo cugino, Sigismondo di Polonia, contro il quale guerreggiava per il controllo del Baltico.
La guida ci dice che i lavori vennero affidati a un famoso mastro carpentiere arrivato dall’Olanda, durarono tre anni e solo per lo scafo furono abbattute oltre mille querce. La nave, una volta finita aveva un doppio ordine di cannoni, ed era ricoperta di statue lignee e bassorilievi dalla poppa alle fiancate.

Questa specie di opera d’arte galleggiante, lunga quasi 70 metri e alta oltre 50 usci dal porto, percorse all’incirca un chilometro dopodichè si inclinò su un fianco e sprofondò, resa inadatta alla navigazione dalla stessa magnificenza che doveva renderla temibile. Mentre leggevo queste notizie sulla guida, Moira ha esclamato: «Sembra la storia dell’Invencible Armada!».
«Sì. Ma anche il Titanic, con quel soprannome… "l’inaffondabile". Il mare non ama la superbia».
«E chi l’ha ritrovato, il Vasa?».
«Qui dice che ci si è messo d’impegno un cacciatore di relitti, un certo Franzén. L’ha localizzato nel 1953 poi ha speso anni per riuscire a organizzarne il recupero».
Il resto della storia ci viene riassunta da un documentario che si proietta nell’auditorium del museo. Si vede anche l’arrivo di re Gustavo VI Adolfo che fu un archeologo dilettante e un appassionato classicista. Dopo aver raccontato l’operazione di recupero, il film mostra il sovrano che nell’agosto del 1961 sale sul relitto finalmente disincagliato dai fondali e ancora lordo di fango. Re Gustavo è un po’ comico, inguainato fino al collo in una tuta di gomma lucida da cui sporge solo la testa con gli occhialini tondi e le guance flosce.
Accanto al relitto, oggi ripulito, ricostruito ed esposto in questo museo che porta il suo nome, sono riemersi oggetti a migliaia, dalle statue ai cannoni, dai portapillole ai capi d’abbigliamento e il documentario rivela come Stoccolma si sia trasformata in un’enorme officina tutta intenta, dagli istituti universitari di paleoantropologia ai laboratori artigianali di carpenteria, dagli studi degli ingegneri a quelli dei chimici, a riassemblare come un puzzle l’oggetto che ha rappresentato la peggior figura della storia navale di questo paese così legato alla marineria.
Nel buio della sala immagino questo popolo di naviganti e pirati che per centinaia d’anni hanno dovuto strappare al gelo ogni singolo centimetro di terra, nel corso dei secoli sono arrivati a dominare il Baltico e in battaglie violentissime e brutali hanno conquistato palmo a palmo quasi tutto l’impero germanico fino a trionfare nella Guerra dei Trent’anni e poi più avanti, all’inizio del Settecento hanno lottato con la potenza immensa della Russia nella Guerra Nordica fino al bagno di sangue di Poltava. Mi chiedo dove sia andata a finire tutta quell’aggressività. Basterà davvero la neutralità, la creazione di uno stato pacifico, e protettivo, tollerante e sicuro come la leggendaria socialdemocrazia svedese per cancellare migliaia di anni di ferocie e sopraffazioni e lotte brutali e inesauste?
È come se tutto questo lavoro da formiche operose sugli scalmi e le travi, le giunture metalliche e quelle ossee, i manufatti e le statue da restaurare, su tutta questo enorme armamentario di corpi e macchinari raccolti e messi in opera per portare la guerra e il saccheggio e precipitati in fondo al mare per uno scherzo del destino o un calcolo malfatto, fosse parte di un rito, una purificazione lustrale che avrebbe dovuto cancellare interminabili secoli di combattimenti e di violenze.
Poi la luce si riaccende e passiamo le tre porte stagne che servono a stabilizzare umidità e temperatura nell’atrio monumentale dove è collocato il relitto. La luce è bassa per rallentare la formazione di funghi e altri agenti di corrosione. Lo scafo è colossale, fa davvero impressione. Infissa alla parete vicino alla prua c’è la statua lignea che raffigura il re committente paragonandolo a un leone e, appena sotto, un’altra figura scolpita, rappresentata in ginocchio, rinchiusa fra le sbarre di un carcere e con le fattezze del primo ministro polacco. Jonas ci manda un messaggio mentre stiamo osservando il modo in cui i paleontologi dell’università hanno ricostruito l’aspetto dei marinai basandosi sugli scheletri riemersi. Hanno anche dato dei nomi (Gustav, Johan…) a ciascuno quei resti, le cui ossa consunte raccontano storie di denutrizione, di robusti pestaggi, di sopraffazione. C’è persino una donna e non è difficile immaginare che sia stata collocata a bordo per garantire uno sfogo sessuale alla ciurma di marinai sdentati, scorbutici, sifilitici, pronti a morire in un corpo a corpo, col cranio sfondato da una bastonata, come quello che si vede esposto in una colonna trasparente al secondo piano del museo, oppure affogati al largo delle coste della Polonia, un paese di cui magari questi marinai analfabeti avevano appena sentito parlare dai discorsi di qualche viaggiatore, attorno alle candele in una taverna…








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 30 luglio 2009