I pescatori di Cork

Leonardo Guzzo



"Nuvole di pioggia".
"Come sarebbe a dire nuvole di pioggia?".
"Azzurre, dense e senza forma. Sembra il cielo e invece sono nuvole".
La stessa foschia avvolgeva il cielo e il mare. Dentro una fitta cortina di vapore due uomini manovravano una lancia sottile come un fuscello, non si può dire quanto lontano dalla costa. L’orizzonte era quasi scomparso: sembrava che la loro barca navigasse nell’aria.
"Mettiti il cappuccio, Jack, che viene…".
Jack si alzò sulla testa il cappuccio della cerata.
Entrambi sapevano che non c’era riparo da quello che stava per venire.

Stavolta non andavano a caccia del kerke, come due mesi prima.
"Tre miglia al largo della costa di Kassiclanagh: i nostri calcoli erano esatti, allora, e l’abbiamo visto. Gli altri pensino pure quello che vogliono, ma noi sappiamo che l’abbiamo visto".
Il mare si era aperto all’improvviso per mostrare un dorso grande quanto una collina e tentacoli lunghi come la strada da Cork al villaggio più vicino. "Dio sa come siamo qui per raccontarlo".
"Ma stavolta è ancora più terribile. E’ la madre di tutte le volte. Che Dio ci protegga…".
Jack Evans e Sean Morrissey erano pescatori. Ma pescatori di una specie particolare.
Loro uscivano a pescare mostri marini.
In materia erano la massima autorità del paese, forse dell’intera contea. Possedevano centinaia di libri e manoscritti e ogni anno compivano decine di spedizioni. Una volta erano arrivati fino in Islanda per riunirsi con gli esperti locali nell’insenatura di un fiordo e scambiarsi notizie sui mostri dei mari del nord.
Ma stavolta era diverso. Il giorno precedente, un’ora prima del tramonto, erano partiti da Cork con una faccia strana, come se andassero a incontrare il loro destino.

Dal diario di bordo di Sean Morrissey:"L’Ittioforo bifido è descritto come un prodigio della natura: un essere vivo e vegeto con le sembianze di un mostro preistorico. Ha il corpo di un pesce, ricoperto di squame, gli arti di una grossa lucertola e la testa di un serpente con due file di denti e gli occhi senza luce. Sulle dimensioni le testimonianze non concordano: per alcuni è una specie di drago o di enorme coccodrillo, per altri non supera la mole degli esemplari più grandi di rana pescatrice. La sua apparizione è preceduta da eventi luttuosi e presagi funesti".
L’Ittioforo compariva in decine di leggende celtiche, storie a tinte fosche in cui si diceva custodisse segreti spaventosi e talvolta lo stesso senso della vita e della morte. Viveva nelle fosse oceaniche a migliaia di metri di profondità, ma ogni cento anni, quando la posizione delle stelle suscitava variazioni impercettibili nella temperatura e nelle maree delle acque abissali, risaliva in superficie per svelare il suo segreto e segnare un destino.
Jack Evans e Sean Morrissey avevano sempre sperato che quel giorno, una volta ogni cento anni, fosse un giorno della loro vita. Si preparavano da tempo leggendo i resoconti fantastici delle precedenti apparizioni, studiando i movimenti delle stelle e tracciando rotte sulle carte nautiche. E finalmente, il giorno prima, avevano creduto di riconoscere un segnale.
Erano scesi a mare dall’accesso principale, la scala di pietra vicino allo scivolo per le barche, per ritrovarsi dritti sul pontile. Avevano spinto in acqua il Seawyle e quindi avevano caricato l’attrezzatura: lenze, gabbie, reti per la cattura, il fanale per seguire gli spostamenti notturni del mostro e tutto il materiale comprato al negozio del vecchio Seamus Hewitt.
Non fosse stato per le loro continue, temerarie spedizioni, il vecchio Seamus avrebbe chiuso i battenti già da tempo per estinzione dei clienti. In paese lo consideravano pazzo, perché sentiva le voci, parlava con le ombre e faceva i discorsi più strampalati che si fossero mai uditi a Cork.
Ma per i due pescatori era diverso: non lo credevano pazzo e qualunque cosa facesse, per loro era sempre perfettamente spiegabile.
Il vecchio Seamus gli aveva insegnato tutto quello che sapevano sui mostri marini. I nomi e le descrizioni, le leggende più favolose e terribili. Ormai aveva più di ottant’anni ed era quasi cieco, ma sapeva ancora armare una nassa e tarare uno scandaglio meglio di chiunque altro a Cork.

Alla fine, un’ora prima del tramonto, i due pescatori avevano preso il largo. Indisturbati, come se fossero invisibili.
In realtà non erano molto popolari a Cork. Tutti li conoscevano per sentito dire, ma quasi nessuno ormai sapeva che faccia avessero. Non partecipavano alle riunioni della comunità e in generale conducevano una vita piuttosto appartata: l’isolamento – ne erano convinti – non poteva che giovare a quel loro mestiere stravagante, e d’altronde non c’era molto da vedere per le strade del paese.
Cork era sempre la stessa da cinquant’anni e da chissà quanto altro tempo prima. Chilometri di fili della luce correvano dritti sui pasturi e case dipinte di fresco, a tinte sgargianti, si ammassavano in disordine dalla spiaggia alla cima della scogliera.
I funerali superavano ormai stabilmente i matrimoni: il nuovo prete non aveva ancora mai sposato nessuno. La gente cominciava a scappare. Quelli che se ne andavano scoprivano, con loro grande meraviglia, il tempo. Per gli altri, quelli che rimanevano, tutto si ripeteva identico, giorno dopo giorno, in un mondo eterno.
"Cork è il posto ideale per prepararsi all’eternità" diceva il vecchio Seamus.

In quel periodo, la settimana prima dell’ultima domenica d’Avvento, a Cork raccoglievano legna per la notte di Natale. Setacciavano chilometri di spiaggia in cerca di tronchi, sterpi, arbusti e tutto quanto aveva lasciato il mare grosso. Squadre di abitanti, poi, legavano i pezzi più pesanti con le funi e li trascinavano nella piazza davanti alla chiesa, la piazza della pietra Dente di cane, per il Christmas’ night fire.
Tutti i villaggi della zona, quelli sulla costa e quelli all’interno, accendevano fuochi la notte di Natale. Bruciavano cataste enormi di legname e cianfrusaglie e le fiamme si levavano a decine di metri d’altezza.
The night of the fireflies: i marinai dei pescherecci in alto mare la chiamavano notte delle lucciole. Dal largo la costa diventava uno spettacolo mozzafiato di barlumi a riva.

La notte appena passata non si erano accesi fuochi sulla costa. I due pescatori l’avevano trascorsa a inseguire la luna tra i banchi di nuvole. Ancora non dovevano calcolare nessuna rotta. Il mostro stava certamente risalendo dagli abissi ed era attratto dalla luce: anche lui si limitava a seguire il corso della luna.
Avevano anche calato trappole e scandagli, senza nessuna speranza di catturare il mostro. Il mostro non si sarebbe fatto prendere, né intercettare. Ma potevano sempre urtare qualche branco di pesci o qualche creatura dell’acqua profonda, vedere come si muovevano e sapere se il mostro poteva trovarsi nelle vicinanze.
Sfortunatamente in tutto il viaggio non avevano avvistato l’ombra di un pesce degno di questo nome: solo, di tanto in tanto, qualche sparuto branco di foche che nuotava di gran lena verso la spiaggia.
La gente di quelle parti credeva che nelle foche rinascessero le anime dei morti, perciò ne aveva il massimo rispetto e la loro presenza veniva considerata un segno. Bisognava seguirle perché conoscevano il mare e avevano una vista più sicura sul mistero che si nasconde dietro alle apparenze.
Ma i pescatori continuarono a spingersi al largo ignorando deliberatamente ogni avviso di quelle divinità del focolare. Se avessero voluto seguire gli avvertimenti dei numi tutelari, d’altronde, non sarebbero nemmeno partiti. Fin dalla prima volta, quando erano ancora bambini e un giorno decisero di addentrarsi nelle paludi di Ballyshine.

Sean Morrissey stava seduto a poppa e dirigeva la rotta manovrando la barra del motore a elica. Jack Evans era in postazione di vedetta, con un piede piantato sulle tavole davanti alla bitta di prua. Guardava fisso di fronte a sé sforzandosi di leggere i segni della corrente. Si stropicciava la barba perplesso: sembrava un santo portato per mare.
I due pescatori rimanevano fermi al loro posto aspettando di essere inondati di luce. Si aspettavano che da un momento all’altro il vento si impregnasse di sale e il cielo precipitasse e uno sciame d’argento si mettesse a tremare sull’acqua. Invece il Seawyle navigava tranquillamente e sembrava che nessuna insidia potesse minacciarne la rotta.
Il mare era rimasto calmo tutto il tempo, senza un sussulto, una traccia di agitazione o uno spruzzo, a parte l’onda di marea; l’elica del motore rigirava una massa bianca e indolente.
L’arpione stava poggiato in un angolo della barca: nuovo, lucido e sfavillante a ogni timido accenno di sole.

Sean Morrissey detestava la calma piatta. Avrebbe preferito mille volte danzare sulle onde col rischio di fare naufragio, o perfino, a questo punto, essere rimasto a casa, a godersi tranquillo la luce arancione che intiepidiva come il miele, il tramonto silenzioso e infinito di Cork.
"Che almeno venga, se deve venire!" sbottò.
"E’ da ore che si prepara per niente…Venisse un diluvio, perdio! Quella bella pioggia senza vento: costante, ritmica, perpendicolare come il filo delle lenze ben piombate".
Già da tempo era stagione di mareggiate e loro stessi, più volte, avevano visto le nuvole caricarsi di pioggia sopra le loro teste e la tempesta impadronirsi del mare e le onde rincorrerli fino alla scogliera.
Che non fosse anche questa come le altre volte era, a parere di Sean, una stranezza. E non lo faceva sentire tranquillo.
Adesso che ci faceva caso, poi, gli tornò in mente anche un’altra stranezza. Non ricordava di aver mai visto la rada di Cork senza barche: tra i suoi ricordi questa immagine non esisteva. Ma adesso era pronto a giurare che il giorno prima, quando erano partiti, la rada era vuota. Completamente deserta.
Peraltro durante tutto il tempo della navigazione, anche prima di trovarsi in alto mare, non avevano incontrato nessuno. Nemmeno un pescatore di ostriche, dei tanti che in quella stagione battevano incessantemente la costa.

La pioggia non venne. In compenso la foschia si ispessì e diventò nebbia umida, un grumo d’aria densa di vapore.
A bordo faticavano ormai a riconoscere l’Atlantico che sapeva imitare il rumore del tuono, l’Oceano delle profondità insondabili e dei predatori vestiti di ferro.
Dov’erano non sembrava nemmeno di stare in mezzo all’Oceano. Non sembrava l’Oceano né qualunque altro posto, in realtà. Era come se fossero chiusi in una boccia di cristallo opaco e fuori, oltre le pareti, non esistesse più niente.
Così, persa nella nebbia, Cork sembrava lontanissima… Intorno tutto scompariva lentamente, come all’inizio o alla fine di un sogno.

Con una foschia così densa i pescatori di Cork non si fidavano a mettersi in mare. Per questo la spiaggia era più animata del solito.
Un gruppo di quindici uomini al massimo si dava da fare attorno a un enorme tronco di quercia, sbattuto sul lido dall’ultima mareggiata. Lo stavano legando per trascinarlo così, via mare, il più vicino possibile al paese.
Tutt’a un tratto alcune donne del villaggio comparvero a un’estremità della spiaggia, e si vedevano avanzare da lontano col passo incerto di chi saggia il terreno. Era lo stesso passo di quando venivano nei campi a metà giornata, per stendere le tovaglie e apparecchiare il pranzo dietro a qualche siepe, ma fino dal rumore preannunciava qualcosa di grave.
Gli uomini non chiesero molte spiegazioni. Smisero di trascinare il tronco infradiciato, duro come pietra, lasciarono tutto come stava e tornarono al villaggio. Preso quello che gli occorreva, non più di mezz’ora dopo erano in cammino verso le paludi.
Seamus Hewitt guidava la spedizione: una decina di uomini con le fiaccole, armati di falci e fucili. Si muovevano nel bosco come se cercassero vischio o bacche di biancospino: il gocciolio degli ontani bagnava i capelli e i piedi affondavano nell’erba fradicia. Ma il ritmo dei passi, il calpestio frenetico, la concitazione suggerivano un compito ben più gravoso, e tragico. Quella mattina la palude aveva restituito i corpi di due bambini. Li avevano urtati con le pertiche alcuni scavatori di torba che attraversavano su una zattera l’acquitrino, e subito si erano precipitati in paese a raccontare. Poche parole e vaghe per spegnere delicatamente la speranza.
Ma al villaggio non volevano arrendersi a niente che fosse meno dell’evidenza. Così le donne avevano avvertito gli uomini e gli uomini avevano deciso di partire per le paludi insieme agli scavatori di torba.

In paese, nella piazza della pietra Dente di cane, poca gente- vecchi soprattutto- faceva a gara a contare i propri malanni, e adesso parlava dei bambini scomparsi e della spedizione partita per ritrovarli.
I vecchi sembravano sempre gli stessi. Ma la frequenza di funerali di quell’anno dimostrava che non poteva essere così.
Le donne si erano ritirate dentro la chiesa a recitare il rosario. Le loro preghiere traboccavano di parole familiari e incomprensibili, come "provvidenza" e "volontà di Dio", e di altre più oscure e tremende, come "sorte" o "destino". Si rifugiavano dietro a queste parole come fortezze, per nascondere l’impotenza e il loro stesso senso di rassegnazione.
Nel bosco, intanto, i ricercatori si sforzavano di fare più in fretta che potevano. La terra e il cielo gli correvano tra le mani; in testa avevano le veglie di preghiera, il tremolio dei candelabri e il prete che ripeteva fino alla nausea "Affidatevi a Cristo!".
Si muovevano senza cautela, urtando le radici che uscivano dal terreno e scivolando sul tappeto di foglie marcite. Senza avvertire la puntura fredda del ghiaccio e dell’agrifoglio. Senza notare i sussurri e le fulminee apparizioni degli spettri incarcerati nel sottobosco.
Mentre inseguivano una speranza ogni minuto più sottile, erano anche loro spettri vaganti senza pace in quell’umido spazio gocciolante.
Davanti a tutti Seamus Hewitt tranciava rami secchi e rampicanti a colpi di falce: a tratti il sottobosco era così intricato che solo un bambino poteva penetrarvi senza difficoltà.
Il sindaco O’Brady traballava come un pipistrello in coda al gruppetto. Faceva fatica a tenere il passo e a turno qualcuno si fermava ad aspettarlo imprecando.

Al tramonto si alzò una leggera brezza e la terra cominciò ad alitare le sue foschie. Alla fine del bosco, in fondo alla valle, il Moyola era straripato sulle pietre del passaggio; perciò i ricercatori dovettero guadare l’acqua fangosa tagliando la corrente e calpestando in fretta il fondale di ghiaia.
Quindi si trovarono nelle radure verdi dei tagliatori di vischio e potevano vedere in lontananza i giunchi della palude.
Ripresero a correre. Forte, con le gambe affondate nella bruma. Finché non riconobbero l’odore acre della palude e misero i piedi nell’acqua densa, aggrumata all’ombra delle rive: sotto i loro piedi il terreno si sciolse e si aprì come polpa tenera.
Speravano ancora in un miracolo. Per l’amore di Cristo e la forza della loro fede, doveva compiersi.

Il miracolo accadde appena smisero di aspettarlo.
A qualche metro dalla barca dei due pescatori l’acqua cominciò a ribollire, e poi a rifluire verso l’alto, alla maniera di una piccola eruzione. L’elica del motore girò a vuoto e il Seawyle si impennò sull’onda.
Poi il mostro comparve. Era piegato, come se fosse stato compresso e uscisse allora da un’ampolla nello studio di un naturalista. Aveva il corpo di un pesce, da cui spuntavano quattro zampe palmate, e la pelle di un rettile, liscia e squamosa, con una cresta sul dorso.
Gli occhi erano tondi e sporgenti. Neri, senza pupille.
Il mostro saltava fuori dall’acqua e poi si rituffava, e ogni volta i salti diventavano più lunghi e lenti. Sembrava che potesse restare sospeso in aria. L’ennesima volta si fermò a mezz’aria di fronte alla barca, in posizione verticale.
Sean Morrissey aveva paura, ma non rinunciò a inarcare le sopracciglia da pirata in un’occhiata di sfida.
"Ora sbalordiscimi con un altro miracolo…".
Invece il mostro rimaneva immobile, sostenuto da una forza misteriosa, circondato di luce, come se fosse sul punto di fare qualcosa o piuttosto stesse aspettando.
Jack Evans decise di fare a modo suo. Armò l’arpione e gli diede una decina di metri di sagola, poi prese la rincorsa e lo scagliò contro la creatura dalla punta della barca, con tutta la sua forza.
L’arpione sibilò nell’aria e luccicò mentre colpiva. Nel ventre della creatura, proprio al centro del suo corpo, si aprì uno squarcio, che cominciò pian piano ad allargarsi. Dentro il corpo era nero, dello stesso colore degli occhi. Lo squarcio continuò ad allargarsi. Allora l’interno svelò una profondità vuota e dei bagliori minuscoli, come un cielo di notte con tutte le stelle.
La ferita si allargava sempre più, ben oltre la grandezza della stessa creatura, e ingoiò la foschia del cielo e il mare senza orizzonte. L’acqua si rovesciava nel vuoto come dall’orlo di fine terra.
Anche il Seawyle e il suo equipaggio scivolavano irrimediabilmente nella voragine, verso l’ignoto che si vedeva oltre.
Jack Evans e Sean Morrissey vedevano sempre meglio quello che li attendeva. Ora potevano chiaramente distinguere lampi di immagini e bagliori di figure in mezzo alle luci delle stelle. E in fondo a tutto gli sembrò di riconoscere se stessi, come erano molti anni prima, quando giocavano in riva alle paludi di Ballyshine.
Poi il cielo si oscurò all’improvviso. Adesso erano dentro al mostro.
"E’ tutto vero?" chiese Jack.
"Più vero di noi".
"Siamo qui per questo?".
"Per questo…".

Raccogliere i corpi senza vita di due bambini: erano lì per questo. Ma adesso gli uomini della spedizione pregavano il cielo che li sollevasse dal loro compito ingrato. Ora che il momento si avvicinava, scoprivano improvvisamente di non essere pronti.
L’apparizione dei cadaveri li tramortì. Squartatori di vitelli e navigatori dei sette mari non ne sopportarono la vista quando furono tirati a riva con le pertiche.
Qualcuno fece luce con le fiaccole: i corpi erano lividi, rigonfi e coperti di fango. Coi polsi freddi come pietruzze di stagno.
I pugni socchiusi sembravano gemme poco prima di sbocciare e i capelli nidi di paglia bagnata. Il disegno delle vene traspariva sotto la pelle pallida: alle tempie, sul collo, sulle gambe scoperte fino al ginocchio.
Erano ancora intatti, senza ferite evidenti, conservati dai liquidi neri della palude come le spoglie di un santo. Seamus Hewitt li riconobbe subito.
Dopo averli accuratamente esaminati, il medico condotto fornì la spiegazione più semplice, ossia che erano morti annegati. Probabilmente si erano immersi nella palude e la melma viscida li aveva risucchiati.
Al ritorno la comunità avrebbe proclamato il lutto cittadino: due o tre giorni al massimo e poi si sarebbe rituffata nei preparativi natalizi per esorcizzare al più presto la tragedia. Ma la gente di Cork, così devota e impressionata dai segni, non avrebbe dimenticato. Avrebbe sepolto e avrebbe pianto, avrebbe finto, ma non avrebbe dimenticato.
Per ora pochi uomini strisciavano tra i rovi la loro collera blasfema.
"Perché?". L’interrogativo frusciava nel bosco sulla via del ritorno.
"Perché?".

In mezzo alle stelle, al buio, Sean Morrissey capì.
Doveva godere dell’amicizia di un genio notturno, per cui tutto quello che aveva inseguito inutilmente durante il giorno gli appariva improvviso, con chiarezza, al calare della notte.
Jack Evans non godeva dell’amicizia di nessuno, ma capì lo stesso.
Insieme provarono una tristezza più grande di qualunque altra. Una tristezza che non esiste.

Nella chiesa di Cork erano arrivati all’omelia.
Il prete dall’altare ricordò i bambini morti. Con la voce rotta dall’emozione disse alla folla che sognavano di crescere e diventare pescatori e uscire per mare a caccia di mostri. Protestò e si arrese al disegno della Provvidenza. Ai piedi delle bare bianche fumavano due enormi candele. Seamus Hewitt e Big John Rowley – i due padrini – avevano appena finito di compiere il rito più triste: spegnere un cero per ognuna delle piccole vittime, spegnere un cero come spegnere una vita con tutti i suoi sogni…

"Ora il limbo sarà freddo bagliore
di spazi remoti e amari.
Lì anche i palmi di Cristo, non sanati,
bruciano e non riescono a pescare".

Le ultime parole del prete erano avvolte nelle fiamme. Aileen Morrissey e Sheila Evans piangevano i loro bambini.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 29 luglio 2009