Lagom #2

Teo Lorini



2. Greta Lovisa e le formichine

La mattina di sabato il sole è ancora più bello. Dopo colazione scendiamo alla reception dove una ragazza dagli occhi verdissimi ascolta le nostre perplessità con attenzione e ci assegna subito una stanza molto più grande, dominata da un assurdo letto con baldacchino drappeggiato di cortine rosse con ricami in oro. Nella parete di fronte c’è una porta che, come in qualche vecchio film americano, dà su un’altra stanza, apparentemente disabitata. Siamo un po’ perplessi, ma a me viene in mente un trucco da James Bond e così appoggio alla maniglia il filo del caricabatteria. «Così se entra qualcuno ce ne accorgiamo!» esclamo io.
«E poi?» mi chiede Moira.
«E poi niente… Se ci troviamo senza valigia e passaporti, sapremo almeno da dove sono entrati i ladri».
«Bella consolazione!» ridacchia lei, poi si lascia rimbalzare sul materasso: «È la prima volta che dormo in un letto così».
Ben presto scopriamo che, fedele alla linea di quella che chiameremo fra noi "l’esperienza del design svedese", anche questa stanza ha le sue magagne, nascoste dietro l’apparenza di sfarzo. Anche qui il bagno è un cubicolo, sia pure in basalto, con la doccia senza cabina; gli schizzi arrivano ovunque e infradiciano regolarmente il water e prima di sedersi bisogna ricordare di passare uno straccio sull’asse. Neanche le imponenti cortine in rosso e oro fanno eccezione alla regola di privilegiare l’estetica sulla sostanza. Appena ci sdraiamo e guardiamo verso il soffitto, notiamo che il soffice velo che penzola sopra il letto trattiene un’infinità di polvere e insetti morti. «Accidenti, fa’ attenzione», mi dice Moira: «qui sono mesi che non passa un aspirapolvere».
Jonas è ospite di amici e ci raggiungerà per ora di pranzo. Ieri sera ci ha suggerito un itinerario e così scendiamo, passeggiando senza fretta verso la Strandvägen, il viale elegantissimo che parte dall’approdo di Nybroplan e allinea un’infilata di palazzi monumentali. Dall’altro lato c’è la banchina, ci sono ormeggiati barchini microscopici e -più spesso- veri e propri yacht, sui ponti dei quali fanno colazione coppie giovani molto chic ma anche qualche vecchia signora coi capelli racchiusi in un foulard.
All’inizio del viale, isolato sull’angolo della piazza, c’è un edificio di primo Novecento, candido di marmo, con un colonnato, una torretta molto aggraziata e fregi in oro che ne percorrono la facciata. È il teatro dove ha mosso i primi passi Greta Garbo. Secondo la nostra guida la leggendaria misantropia di questa diva, che si è ritirata a soli 36 anni, all’apice della carriera, deriverebbe dalla vergogna per le sue origini umili. Di sicuro non sono molti i luoghi di Stoccolma che ricordano la Garbo. Il minuscolo appartamentino di Södermalm dove era nata non esiste più e al Grand Hotel, dove risiedeva nei suoi passaggi da Stoccolma, si cita ancora la ritrosia che la portava a nascondersi in bagno quando arrivava il personale per servirle la cena in camera. Oltre all’edificio liberty che stiamo ammirando e al cimitero dove sono state sepolte le sue ceneri, si menziona sempre e solo il grande magazzino PUB, proprio di fronte all’edificio dei premi Nobel, dove la Garbo aveva lavorato quando si chiamava ancora Greta Lovisa Gustafsson.

È molto presto, per strada c’è ancora poca gente. L’aria limpida, la luce, il silenzio fanno risaltare l’eleganza della Strandvägen. Fotografiamo le facciate, le torrette d’angolo che terminano con tetti a cono, le tegole rosse o verde scuro scintillano al sole, tanto lucide da far pensare a maioliche. L’unica cosa che disturba è la quantità di lavori in corso: molti palazzi sono circondati di impalcature e ricoperti da fogli di plastica spessa che sventola nella brezza della baia e da lontano li fa assomigliare a enormi pacchetti imballati per la spedizione.
Abbiamo notato la stessa cosa anche nella nostra breve passeggiata verso Nybroplan. Lavori agli edifici ma anche per le strade. Östermalms torg, lo slargo dove c’è il mercato coperto più famoso di Stoccolma, si può attraversare solo tramite percorsi preordinati e bordati di transenne, tutte inghirlandate di nastro bianco e rosso. L’asfalto è sollevato, lo spazio pedonale è una distesa di polvere su cui i tombini spiccano come tane di talpe da città. Abbiamo visto macchinari pesanti ovunque, betoniere, rulli compressori, persino davanti alla chiesa ottagonale di Hedvig Eleonora dove è stato pastore Erik Bergman, il padre del regista di Sussurri e grida e del Settimo sigillo.
Già ieri sera Jonas ci aveva parlato di questa mania degli svedesi per i lavori in corso. «Sono capaci di rifare una facciata per una macchia di umido, tre chilometri di autostrada per una crepa sull’asfalto» scherzava: «Lavorano senza interruzione, come formichine, in movimento perenne. Gli svizzeri sono famosi per l’ordine e la pulizia, ma rispetto agli svedesi sono dei casinisti irrecuperabili».
«C’entra pure la mania del sovradimensionamento?».
«Beh, sai, se c’è l’occasione per allargare un incrocio, aggiungere una corsia o uno svincolo, non se la fanno certo scappare. Ma i lavori perenni non sono solo di ampliamento. È che proprio non trovano pace. Sulle strade e le piazze, poi... È un continuo aprire, chiudere, riaprire di nuovo. Dopo un po’ ci si abitua e i cantieri, la segnaletica straordinaria, le transenne diventano un elemento del paesaggio».

Sulla Strandvägen, tra una barca e l’altra ci sono dei piccoli moli in cemento con cancelletti per entrare e panchine sulla punta. In una di esse è seduta una signora dai capelli grigi, è senza maglietta, col viso rivolto verso il sole. Ha la pelle pallidissima e la pancia flaccida che sporge sopra la cinta, i seni invece sono minuscoli, due borse flosce che penzolano appena su tutto quel ventre. Se sente le nostre chiacchiere non dà segno di accorgersene. Non apre gli occhi neppure una volta e noi, tornando sul viale, ci vergogniamo un po’ dell’insistenza con cui l’abbiamo guardata.

Alla fine della passeggiata incontriamo il ponte che porta su Djugården. In una città già ricca di parchi, quest’isola vicinissima al centro è quasi priva di edifici e gli abitanti di Stoccolma ci vanno a passeggiare o a visitare i numerosi musei. Gli ampi viali alberati e i prati dell’isola sono punteggiati di famiglie con bambini, bardate e chiuse dentro accessori escursionistici dall’aspetto supertecnologico: passeggini che si trasformano ora in marsupi ora in curiosi ovetti monoposto e antipioggia, tenute da trekking a prova di vento, con bastoncini retrattili e imbottiture sfoderabili.
Djugården ha salvato i suoi alberi e i suoi giardini perché apparteneva direttamente alla Corona svedese. Nel Sei e Settecento i membri della famiglia reale la impiegavano come riserva di caccia e qui sorge tuttora, trasformata in museo, Waldemarsudde, la residenza di quel principe Eugenio della cui amicizia si fa bello per pagine e pagine quell’insopportabile vantone di Malaparte. Anzi, è proprio davanti alle vetrate di Waldemarsudde che si apre il primo capitolo di Kaputt, con i cavalli del luna park Tivoli che nitriscono mentre fanno dondolare le criniere sulla riva.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 29 luglio 2009