Lagom #1

Teo Lorini



1. Il silenzio

Crisi o non crisi, in questa antivigilia di Pasqua il terminal 2 di Malpensa è strapieno di viaggiatori. C’è folla anche al gate per Stoccolma, con i soliti telefonini che trillano, i bagagli a mano fuori misura, le griffes in evidenza e tutte le eterne caratteristiche degli italiani provinciali raccontati in decine di commedie dalla maschera compiaciuta di Alberto Sordi. Ma c’è anche qualcos’altro, più profondo e irriducibile nel modo con cui molti dei nostri compagni di viaggio manifestano il loro disinteresse per le regole di convivenza, ostentano la propria ignoranza di qualsiasi lingua che non sia l’italiano, rivendicano il diritto di imporre a tutti i loro commenti a voce spiegata sulla Figa o sull’Inter, le loro battute volgari.
Forse siamo suggestionati dal cielo grigio fuori dalle vetrate o magari dalle notizie del terremoto in Abruzzo: oggi ci sono i funerali delle vittime e un signore bergamasco tiene sottobraccio il Giornale. In prima pagina ci sono una manciata di foto e un titolo cubitale, «La Via Crucis», che racchiude, in sole tre parole, cattivo gusto e cinismo spudorato. È probabile che questi elementi contribuiscano al nostro disagio, eppure facciamo fatica a liquidare come innocui esuberanti o fastidiosi caciaroni i ragazzi che, davanti a noi, litigano per intrufolarsi nella fila e poi protestano quando l’addetta li rimanda indietro perché la precedenza all’imbarco spetta ai viaggiatori con la prenotazione. I cinque tornano a sedersi gesticolando. Hanno visi abbronzati, occhiali da sole a goccia nonostante la poca luce di questa mattina. Tre di loro portano giubbotti scuri, sulla manica destra è ricamato un minuscolo tricolore che però spicca, isolato com’è in mezzo a tutto quel nero.
Ci raggiunge Jonas, l’amico con cui condivideremo questi giorni e che ha passato diversi anni a Stoccolma prima come studente e poi come ricercatore. Jonas è italianissimo ma coi suoi capelli biondi, il suo metro e novanta di statura, la carnagione chiara e i vestiti leggeri sembra in tutto e per tutto uno degli scandinavi che ci sono qui attorno e che hanno già lanciato un’occhiata perplessa sul rumoroso gruppone. Dopo che ci siamo sistemati in cabina li perdiamo di vista per un po’. Scambiamo qualche chiacchiera, commentiamo le notizie dei giornali, poi tiriamo fuori i nostri libri da cui però riemergiamo dopo neanche mezz’ora, quando i cinque ragazzotti alzano ulteriormente le voci per chiedere all’hostess il terzo giro di birre. Non parlano inglese e per ordinare sventolano il braccio e le relative cucite sulla spalla. La pantomima prosegue per tutto il volo. I nostri bagagli sono stati ispezionati sino all’ultima limetta per unghie, qui dentro invece, con l’aereo in volo, chiunque può bere alcolici senza limite. La coerenza tra le due cose, se c’è, mi sfugge.
All’atterraggio altre scene prevedibili, con mezza cabina che si slaccia la cintura e affolla il corridoio mentre l’aereo sta ancora rullando verso il terminal e poi al nastro bagagli, dove in molti si additano le valigie a voce spiegata, alcuni parlano in contemporanea al telefonino. Quando le porte dell’area-arrivi si spalancano, ci investe un silenzio inaspettato. Come ogni aeroporto, anche Arlanda ha un atrio pieno di bar, autonoleggi, edicole, il soffitto è altissimo, fatto di agili travi in metallo e vaste vetrate per fare entrare, anche d’inverno, ogni possibile riverbero di luce. Eppure in tanta ampiezza si sente solo un brusio di fondo. Persino l’altoparlante che annuncia le partenze ha un tono discreto. Ci vuole poco perché l’effetto si estenda anche ai nostri compagni di viaggio che sono al telefono con l’Italia e stanno raccontando che, sì, sono arrivati a Stoccolma e qui c’è il sole e là che tempo fa, mo’?
Unici refrattari, i cinque patrioti con gli occhiali da sole. Li lasciamo davanti al banco informazioni dove un paio scandiscono «CAR-TI-NA?» con accento lombardo e gli altri tre commentano, sempre a volume altissimo, quanto è figa l’impiegata bionda.

Il sole è limpido e dai finestrini del bus per la città scorre un paesaggio verdissimo, con betulle e prati da dépliant pubblicitario, ogni tanto si vede qualche casa di legno, con le travi colorate di rosso mattone. L’autostrada a otto corsie su cui viaggiamo è semivuota, capita raramente di essere sorpassati e per lunghi tratti il nostro bus è l’unico veicolo in vista. Supponiamo che molti svedesi siano in vacanza e che tutto questo spazio serva a smaltire il traffico dei giorni feriali. Jonas scuote la testa: «È davvero troppo grande», dice «È una costante della Svezia. Al mio primo anno qui ho abitato su un’isola 15 km a est di Stoccolma. A due isolati dalla casa che avevo trovato c’era un ospedale enorme, mi ricordo ancora questa facciata che non finiva più, e tieni conto che a Milano io vivo vicino a Niguarda, di ospedali grandi me ne intendo… Ho chiesto alla mia coinquilina come mai l’ospedale di Stoccolma fosse così lontano dal centro. Lei mi ha guardato stranita, poi ha risposto che quello serviva solo per il nostro quartiere! Strade, svincoli, scuole… Ogni struttura pubblica, tutto ciò che è destinato alla collettività qui è sovradimensionato».
In casi come l’autostrada su cui corriamo ora, o i colossali svincoli a quadrifoglio che circondano la città, questa sorta di elefantiasi produce una sensazione di spiazzamento. Altre volte invece gli esiti sono ammirevoli. Per arrivare in albergo percorriamo un pezzo della Sveavagen, un’arteria cittadina amplissima (e naturalmente semideserta): a pochi isolati di distanza è ben visibile il massiccio cilindro che sormonta l’edificio della Stadsbiblioteket. Ci fermiamo su un angolo e Jonas ci racconta che il palazzo arancione della Biblioteca pubblica di Stoccolma è stato costruito nel giro di quattro anni; dal 1928 è aperta a chiunque e con una tessera gratuita si possono prendere in prestito, qui o in qualsiasi altra città del Paese, ciascuno dei circa 2 milioni di volumi e 2,5 milioni di altri supporti (dvd, cd-rom ecc…) qui conservati. Oltre al parco, alle caffetterie, alle postazioni internet cui ci si abitua frequentando le biblioteche del resto d’Europa, la Stadsbiblioteket raccoglie anche un gran numero di quotidiani e riviste svedesi e internazionali.
L’architetto che l’ha progettata si chiama Gunnar Asplund e ha pensato a quello spazio cilindrico, la cosiddetta Rotundan, perché la maggior parte delle collezioni della Biblioteca fosse disponibile ed esposta in scaffali di libero accesso, una soluzione che nell’Europa degli anni Venti era decisamente avveniristica ed è tuttora piuttosto rara nell’Italia di oggi, dove domina il modello "Nome della rosa", con addetti ostili, archivi polverosi e impenetrabili depositi. Jonas ricorda i suoi pomeriggi di studio lì dentro, al suo primo anno di Stoccolma e alla fine si commuove quasi.

L’hotel riserva qualche altra sorpresa. L’abbiamo scelto su internet cercando una combinazione passabile fra prezzo e posizione, e solo più tardi, sfogliando la guida turistica, abbiamo scoperto che era citato in una lista degli "alberghi di design" più belli della capitale. L’atrio è un corridoio col pavimento in legno ruvido, le pareti ricoperte di lastre in metallo grezzo e pesanti panneggi in velluto scarlatto. Prevalgono i toni caldi e negli angoli spesso ci si imbatte in piccole sculture in legno. La nostra camera affaccia su un cortiletto chiuso da vetrate che fa pensare ai giardini d’inverno delle case borghesi di Berlino. Le pareti sono di un color rosso molto scuro, le lenzuola hanno una tinta lavanda e la luce arriva da faretti discretamente mimetizzati. Il bagno è uno stanzino integralmente rivestito di basalto nero. Tanta eleganza si dispiega però in uno spazio quasi soffocante, l’unico armadio è profondo una trentina di centimetri, non contiene neppure un maglione piegato e servirà appena ad appendere i nostri giacconi. Il bagno in pietra vulcanica, oltre ad essere privo di finestre, ha un lavandino microscopico e manca di ripiani in cui appoggiare qualcosa di più grande dello spazzolino. Il nostro amico non si stupisce. Dice che in tutte le case che ha abitato, dal villone dove l’ha ospitato un’amica svedese al più essenziale dei monolocali da studente, non ha mai trovato un bagno grande né uno che avesse almeno uno spiraglio verso l’esterno. «Per loro una finestra in bagno è semplicemente un’assurdità».
«Pensandoci bene è logico», dice Moira che è notoriamente freddolosa, «con le temperature invernali di qui, faranno attenzione a ogni pertugio, a ogni possibile dispersione di calore».
«Non è solo questo: tieni conto che quassù i serramenti non si limitano a isolare le case, le sigillano… La mia amica trovava proprio strano che in Italia esistano finestre che, da fuori, permettono di vedere dentro il bagno. È come se dovesse rimanere nascosto. Prendi anche le dimensioni: è difficile trovarne uno che non sia microscopico come i bagnetti "di servizio" degli appartamenti italiani. Se per noi è una stanza della casa come le altre, per gli svedesi è un posto che deve esserci e basta. È il cesso, e stop».

Un po’ perplessi ci mettiamo in strada per la nostra prima passeggiata. Il quartiere del nostro albergo si chiama Norrmalm e racchiude il cuore direzionale e finanziario della città. Negli anni ’60 è stato pesantemente ristrutturato e ora, al posto delle ville e delle abitazioni residenziali di fine Ottocento, ci sono torrioni moderni e squadrati dove prevalgono materiali come il vetro e il cemento. Nelle strade attorno alla piazza principale abbondano i negozi di moda e grandi magazzini come PUB, Åhléns e il raffinatissimo NK occupano palazzi interi. Lungo la strada Jonas ci indica la Konserthuset, l’edificio dove vengono assegnati i premi Nobel. Arrivando dalla Sveavagen si vede la parte posteriore dell’edificio, che dà l’impressione di un enorme cubo color carta da zucchero. Ma anche la facciata, aperta sulla piazza del mercato, è altrettanto essenziale e gli unici tratti che ne attenuano il rigore (ma non l’imponenza) sono l’altissimo colonnato che sporge appena dal corpo dell’edificio e, proprio davanti alla scalinata d’ingresso, una scultura con un gruppo di figure dinoccolate e quasi sospese che, avvicinandoci, scopriamo essere una fontana.
I negozi stanno chiudendo e anche le bancarelle del mercatino della frutta vengono sbaraccate. Sulla piazza ferve un lavorio tenace ma nessun rumore è più forte del solito brusio. Stessa storia sulla Drottninggatan, l’equivalente locale di corso Buenos Aires, e sulla colossale piazza di Sergels Torg, dominata dalla torre di cristallo che sorge al centro e chiusa a sud dalla facciata in vetro ultra-Funkis (funzionalista) della Kulturhuset, centro polifunzionale di cinque piani con spazi per mostre, un teatro, sale computer, aree creative per adolescenti e ricreative per bambini e anziani. Il quadro d’insieme conferma in pieno la passione svedese per il sovradimensionamento: la Casa della Cultura è grande quasi come il Centre Pompidou di Parigi, con la differenza, non secondaria, che la popolazione di Stoccolma, non tocca i 2 milioni neppure contando le periferie più estreme, il centro di Parigi li supera da solo di circa mezzo milione e, se si includono anche le banlieues, arriva attorno ai 12 milioni.

«Trovare un posto dove mangiare» avvisa Jonas «non sarà semplicissimo. Oggi è Långfredag, il venerdì santo. Qui è una ricorrenza molto sentita e parecchi locali resteranno chiusi». Così scendiamo a sud della città vecchia dove c’è Södermalm, l’isola più vivace. Un tempo abitata a maggioranza da operai, oggi ricorda i quartieri creativi e sperimentali di Berlino o Londra, con piccoli atelier di gioielli e design d’arredamento, microscopiche boutique nelle vie periferiche e sale da concerto come lo storico Debaser o il Globen, una enorme semisfera che domina l’orizzonte in fondo alla Götgatan, la strada che attraversa l’isola da nord a sud. Su entrambi i lati ci sono una quantità di bar di ogni tipo, dal locale minimalista-chic agli eterni pub finto-inglesi, dall’etnico latinoamericano al discobar di tendenza con buttafuori e passamano in velluto davanti all’ingresso. La gente sciama da un posto all’altro, sempre discreta ma un po’ meno ordinata del solito. Jonas intercetta i nostri sguardi e fa un sorrisetto misterioso: «Vedrai dopo…».
Quando usciamo dalla taverna foderata di legno scuro dove abbiamo cenato, l’animazione si è fatta frenetica e sono in molti a barcollare, decisamente brilli. Ci fermiamo a chiacchierare in una piazza molto ampia e dopo cinque minuti una ragazza grassoccia accanto a noi piroetta sulle punte, s’appoggia a una panchina e inonda scarpe e calzoni con un fiotto di vomito. Nessuno si scompone. Lei si limita a passare il dorso della mano sulla bocca e poi s’allontana ancora malferma. «Avevo sempre sentito raccontare che gli scandinavi ci danno dentro col bere» commento.
«Tieni d’occhio i marciapiedi domattina» risponde Jonas: «Vedrai quante chiazze… Quando arriva il weekend è così. Sai che ogni inverno ci sono diversi casi di morte per congelamento? Escono dal bar per fare la pipì o prendere un po’ d’aria, magari non mettono il giaccone, si assopiscono perché sono ubriachi fradici e 3 ore dopo li trovano stecchiti».
«Ed è una cosa generalizzata o capita solo, che so?, tra i poveri… O tra i più giovani…»
«Macché! È uno dei fenomeni più trasversali. Tantissimi bevono, in ogni strato sociale… Quello che sbocca appoggiato al lampione sabato sera, magari è lo stesso che lunedì ti saluta tutto compito dallo sportello della banca. E chi non va per bar si ubriaca a cena, a casa sua. Ho visto certe sbronze tristi… Dai a uno svedese medio una bottiglia di rosso e dopo un’ora è probabile che lo trovi a piangerti sulla spalla…».

Sulla via di casa attraversiamo la città vecchia. È la parte più antica e pittoresca della città e infatti abbondano le vetrine di souvenir dozzinali, i cartelli di "si accettano anche euro" e le lingue straniere. Ancora una volta, a dispetto della crisi, dominano gli italiani e ogni vicoletto risuona di cadenze toscane o venete, pugliesi o campane, anche perché, con i compatrioti, ritroviamo i telefonini e le conversazioni su dove state voi adesso? e che avete mangiato? Mah, noi magari beviamo qualcosa poi torniamo in albergo… E le previsioni che dicono? Torna il sole? Ti saluta il babbo, sì salutamelo anche tu.
Così, di saluto in saluto, diciamo arrivederci a Gamla Stan e attraversiamo Helgeandsholmen, l’isoletta dove sorge il palazzo del Parlamento. Stanotte è deserta, il ticchettio dei nostri passi riecheggia nel cortile centrale. Ci fermiamo sul ponte a guardare la notte che si specchia nel canale. Sopra di noi piroettano decine di gabbiani e l’eco delle strida con cui si chiamano è l’unico suono che rimane.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 28 luglio 2009