“Editing” è un falso nome

Carla Benedetti



Caro Vincenzo Latronico,

le tue osservazioni mi invitano a tornare sull’argomento e a cercare di sbrogliare un equivoco terminologico.

Noi abbiamo solo tre termini per indicare la terra in rapporto all’altitudine: pianura, collina, montagna. Ma in Perù, dove le terre abitate si innalzano fino ai 5.000 metri, ce ne sono molti di più. Ecco quelli che mi ricordo: "puna", "quechua", "junka", "suni", "chala", "ripa ripa", "omalga"… scendendo dalla terra più alta alla più bassa. Ognuna ha clima e coltivazioni differenti.

Da un po’ di tempo è invalso l’uso di chiamare "editing" TUTTE le possibili pratiche di revisione del testo, con tutte le loro diversità di ambito, competenza, gradazione, tradizione e natura. Una sola parola, per tante cose diverse, che pure un tempo venivano distinte.

Ed è una parola di importazione, che ci torna indietro da oltreoceano, ma che è stata prima nostra ("editare") e di tutte le lingue neolatine (dal latino "editio") e che racchiude un’idea di cura del testo che da sempre esiste nella letteratura, antica e moderna, e da cui sono anche nate la filologia e l’ecdotica, con il loro corpus di regole e una lunga, gloriosa, tradizione.

Ma la cosa buffa è che mentre noi abbiamo ormai due parole distinte, la nostra e quella importata, per indicare o l’odierna o l’antica pratica dell’editio, in inglese la parola resta una. "Editing"continua ad avere laggiù tutte queste valenze: si usa sia per indicare il lavoro che si fa su un manoscritto antico, sia il lavoro editoriale odierno.

Questa nostra doppia denominazione però non aumenta la nostra capacità di distinguere. Al contrario aumenta la confusione. Ha prodotto l’idea (falsa) che l’"editing" sia una cosa del tutto nuova, e molto specializzata, quella che appunto fanno quelli che si chiamano "editor", altro termine inglese che a sua volta rafforza l’idea di una nuova figura - che invece, come funzione, esiste da sempre; quello che è cambiato è solo il fatto che si è separata, costituendosi in figura professionale a se stante dentro all’industria editoriale.

Ma ciò che mi preme dire è che la parola inglese "editing" viene oggi usata da noi per indicare cose diversissime. E questo crea un imbroglio nominale, che a volte viene coltivato a arte.

"Deve essere possibile distinguere" - tu scrivi. Sì, incominciamo a distinguere.

Credo che occorra fare almeno una distinzione netta tra due pratiche di revisione dei testi che non si possono asolutamente confondere, nonostante si tenda oggi a metterle alla rinfusa dentro a questa nuova categoria-ombrello. Due prassi molto difformi, per natura e per storia.

1. La prima è quella che tu racconti nella lettera, della cui utilità hai fatto esperienza diretta. Provo a chiamarla "secondo occhio". Qualcuno di cui ti fidi rilegge con attenzione ciò che hai scritto, scova i punti deboli, le eventuali ripetizioni, i cliché, gli automatismi, gli errori. Questa figura è sempre esistita, non solo tra amici e sodali ma anche nella buona editoria, oggi un po’ più rara, ma ancora ce n’è. E’ sempre esistita nelle case editrici una figura come questa, che legge con attenzione, ti dice cosa ha notato, non solo gli errori ma anche i punti traballanti, e tu puoi rifletterci e accettare o meno il suo consiglio. Per quanto conti la mia esperienza di saggista, posso dire anch’io di non aver mai pubblicato un libro senza averlo fatto prima leggere a qualcuno di cui mi fidavo, e ascoltato i suoi consigli o dubbi, che spesso mi sono stati utilissimi. In certi casi quel secondo occhio lo puoi trovare nell’editore stesso, o in un bravo redattore, o in chi per lui.

Questo tipo di revisione è definita da tre requisiti:

- il rapporto di fiducia, elettivo, tra autore e revisore.

- i suggerimenti restano tali, e le modifiche vengono apportate dall’autore di sua spontanea volontà.

- il fine del revisore è aiutare l’autore a portare il testo il più vicino possibile alla sua particolare perfezione, a ciò che si intuisce essere la sua forma sostanziale, una sorta di "entelechia" dell’opera.

2. C’è poi la figura a cui mi riferivo nell’articolo "Diavolo di un editor", che è tutt’altra cosa.

La chiamerei "professionista della scrittura a fecondazione assistita". E’ quella che, tra l’altro, è incredibilmente cresciuta negli ultimi tempi, e che ha fatto sì che se ne cominciasse a discutere. La sua emergenza ha provocato - direbbe Foucault - la "problematizzazione" di una nozione ovvia, che esiste da sempre: una funzione che è sempre esistita ed è sempre stata considerata naturale e scontata, incomincia di colpo a far "problema", viene cioè tematizzata, esaltata o attaccata, in ogni caso problematizzata.

Si tratta di una figura quasi sempre esterna alla casa editrice, a volte legata a un’agenzia, che spesso fornisce revisione a pagamento, oppure a una scuola di scrittura, ed è rivolta soprattutto al giovane scrittore principiante (questa è in effetti la sua "passion predominante...") . Ecco un piccolo esempio preso a caso dal bando di un concorso per esordienti. Nel regolamento si legge : "La giuria si riserva il diritto di abbinare gli editor agli autori secondo il suo insindacabile giudizio").

La mia intenzione, nell’articolo a cui ti riferisci, era di sollevare un problema di cui pochi parlano nonostante le tante discussioni che questa figura ha scatenato. Perché di editor oggi ce ne sono così tanti? Da dove viene tanta offerta e tanta domanda? Questo è un fenomeno nuovo su cui è lecito interrogarsi.

La mia risposta è questa: la loro "utilità" è determinata dalla sovrapproduzione libraria. L’industria del libro pubblica oggi una quantità eccessiva di libri: eccessiva dal punto di vista dei lettori, necessaria dal punto di vista del fatturato. L’industria del libro, come ogni industria, deve per forza sfornare una quantità "industriale" di libri, molti dei quali inutili, ripetitivi, per occupare posto nelle librerie... per raggiungere certi parametri di profitto. E allora attinge da tante parti, anche da ciò che è inerte (Nota bene, non "imperfetto" ma inerte, che è altra cosa), e che gli editor del secondo tipo davvero migliorano, infondendo loro un minimo di leggibilità, di fluidità ecc. I professionisti della scrittura a fecondazione assistita servono molto, certo, ma a migliorare questo genere di libri. Lavorano in questa zona, che è la zona morta, o resa morta, della letteratura. Il loro aumento è proporzionale all’allargamento di questa produzione affogata o senza vita autonoma.

Per forza di cose questa figura non può avere di mira l’entelechia dell’opera (cosa ci guadagnerebbe un’agenzia di editing odierna a perfezionare una nuova "Terra desolata"? Potrebbe mai lavorare come Pound?). Quel che ha di mira è semmai l’entelechia del successo di mercato, o altri parametri, comunque esterni all’opera. Il suo occhio sarà attento innanzitutto a ciò che si immagina possa piacere all’editore a cui presenterà il libro, a ciò che ha maggiore probabilità di attirare l’attenzione dei media, entrando in risonanza con i temi caldi del tempo, con ciò di cui si parla ORA.

C’è poi da dire che in questi casi è difficile che il rapporto tra il revisore e il revisionato possa essere di fiducia (l’agenzia di editing, quasi sempre a pagamento, lavora per chiunque gli porti un po’ di materia interessante, da cui estrarre un libro che possa piacere), rapporto che invece era ed è ancora possibile con l’editore, che ha una maggiore individualità, o linea editoriale.

E’ evidente allora che chiamare la prima figura con la stessa parola con cui si indica la seconda è una bestemmia. Genera solo confusione, che, come dicevo, a volte viene cavalcata ad arte per nobilitare un fenomeno di tutt’altra natura, che deve la sua ragione solo a un’industrializzazione spinta della scrittura e del mercato librario.

In un articolo uscito sulla "Stampa" del 14/7/2009, Mario Baudino, facendo la solita confusione tra le due figure, mi chiama in causa come "nemica dell’editing". Però dell’editing egli dà questa definizione : "procedura per cui, consegnato un manoscritto, qualcuno comincia a fare le pulci all’autore: segnala le lungaggini, i punti morti, quelli dove si è invece tirato via. E poi le trasandatezze stilistiche, le ripetizioni, gli eventuali errori di grammatica o sintassi". Ma questo che lui descrive è appunto il secondo occhio. Per parte mia, non ho mai espresso "un rifiuto radicale" di ogni possibile "ingerenza nel testo", tanto da escludere l’utilità del "secondo occhio". Mi riferivo invece - è ovvio - alla seconda figura, quella dei "professionisti della parola a fecondazione assisitita", che molti fanno finta di non vedere. Elogiano la funzione dell’editing giocando sulla confusione tra le due pratiche di revisione, e così nascondendo alla vista l’evidenza di questo nuovo fenomeno, che ha provocato l’emergere di questa nuova figura professionalizzata, e di tante agenzie di editing a pagamento spuntate come funghi.

3. C’è poi un altro punto della tua lettera che vorrei riprendere e a cui vorrei provarmi a rispondere. Tu scrivi: " Il rifiuto di ogni intervento diverso da quello dell’autore è, in genere, motivato con un appello all’autorità (appunto), che nega legittimità ad ogni intervento altrui, per dir così, a priori. Penso, ad esempio, all’appassionata (e nel complesso molto coerente) invettiva contro l’editing che fa Massimiliano Parente a un certo punto di Contronatura".

Le critiche all’editing, è vero, vengono a volte da chi si richiama al mito di un’autorialità forte che si costituirebbe a unico giudice del proprio operato. Ma questa è più la posizione di Parente, che non la mia. Su questo punto sono in disaccordo con lui. Io credo, al contrario, che l’autore non sia mai il "giudice del proprio operato". (E ancor meno lo è l’editor).

Ciò che secondo me la scrittura a fecondazione assistita mina e rischia di uccidere non è tanto l’autorità" dell’autore. E’ invece il rispetto per ciò che è venuto al mondo, e su cui a volte nemmeno lo scrittore ha un totale dominio. Quello che ci dovrebbe fermare dall’intervenire troppo su un testo è un rispetto simile a quello che si ha per ogni forma vivente. E’ del resto proprio questa forma di riguardo o di riserbo che ci permette di restare in contatto con l’impensato, e di lasciare aperta la possibilità che qualcosa di inaspettato esca fuori, quasi prendendo in contropiede l’esistente.

Questo rispetto coincide con una posizione di umiltà, non di autorità. E’ l’umiltà che si ha di fronte a ciò che non si capisce del tutto. C’è una bella immagine di Gregory Bateson che si può usare in questo caso: "Dove gli angeli esitano" (è il titolo del suo ultimo libro, che non riuscì a finire). Ci sono zone della vita dove persino gli angeli si periterebbero ... Invece, là dove gli angeli esitano, gli agenti della fecondazione assistita si precipitano. Editor che fanno nascere solo ciò ritengono adatto, solo ciò che, a loro giudizio, o secondo il loro calcolo, può superare la selezione dell’ambiente … ( un atteggiamento che, se ci pensi, non è molto dissimile dall’eugenetica).

Nel mio articolo citavo un passo di Simone Weil, che mi pareva illuminante, tratto dal saggio "La persona e il sacro". La Weil rovescia la posizione corrente secondo cui sacra sarebbe la persona. Al contrario - lei dice - sacro è ciò che c’è di impersonale in ogni individuo. E parla della bellezza e della perfezione come di cose impersonali. Se un bambino sbaglia un calcolo di aritmetica, in quell’errore c’è tutta la sua persona. Ma se lo compie alla perfezione, in quel gesto non c’è solo la sua persona, ma anche qualcosa che la trascende. Così anche nella scrittura.

La perfezione appartiene alle cose che sono impersonali. E lo scrittore nel cercare di raggiungerla non difende la propria tracotante "autorità", ma l’impersonale in cui è incappato. Non è lui a dire "io". A dirlo semmai è l’editor di secondo tipo, quello che taglia, modifica, entra nella scatola nera in nome di ciò che ha calcolato possa essere oggi "popolare", credendo di sapere esattamente quello che il pubblico vuole, in questa particolare stagione, in questa piccolissima frazione della storia dell’umanità. E’ un "io" arrogante (questo sì un’ "appello all’autorità"), un "io" che tra l’altro nasconde un "noi": il soggetto più repressivo e più pericoloso di tutti, perché sottomesso all’esistente.

Cosa c’è quindi di più umano e di più "umanistico" del sottoporre un’opera alla revisione intelligente di un secondo occhio, che ne scova gli errori (se ci sono), le ripetizioni, i cliché, e che aiuta il testo a raggiungere la sua particolare perfezione?

Ma cosa è invece quell’altra nuova cosa che si aggira per l’Europa, l’America e per tutti i paesi dall’industria libraria forte, e che è ancora non ha nome, o meglio si nasconde sotto falso nome (editing), così da diminuire le nostre difese contro di essa?








pubblicato da c.benedetti nella rubrica in teoria il 17 luglio 2009